Raid congiunti USA‑Israele devastano l’Iran con la morte di Khamenei; missili iraniani colpiscono Israele e basi americane; Italia e altri Paesi europei sorpresi dall’operazione, ministro Crosetto bloccato a Dubai; instabilità politica e militare apre scenari di crisi internazionale e speranza di cambiamento nella popolazione iraniana
Il 28 febbraio 2026 resterà una data spartiacque negli equilibri del Medio Oriente. Nelle prime ore del mattino, mentre a Teheran la città si preparava alla giornata lavorativa, una sequenza coordinata di attacchi aerei e missilistici ha colpito simultaneamente obiettivi strategici in diverse aree dell’Iran. L’operazione, pianificata da Washington e Tel Aviv in stretto coordinamento operativo, ha preso di mira infrastrutture militari, centri di comando, batterie di difesa aerea e siti ritenuti connessi ai programmi missilistici e nucleari iraniani. Le esplosioni hanno squarciato la quiete della capitale e delle principali città, risuonando come una dichiarazione inequivocabile della nuova fase di confronto aperto.
Poche ore dopo l’inizio dei bombardamenti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato che tra le vittime dell’offensiva figura l’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica islamica dal 1989. La notizia, inizialmente diffusa da fonti statunitensi e israeliane, è stata successivamente confermata dai media ufficiali iraniani, che hanno proclamato quaranta giorni di lutto nazionale. Con lui sarebbero rimasti uccisi anche alti esponenti dell’apparato di sicurezza, segnando un colpo devastante per la gerarchia politica e militare iraniana.
I raid hanno interessato più di venti aree tra capitale e province strategiche. A Teheran le esplosioni si sono concentrate nei pressi di complessi governativi e strutture collegate alla catena di comando militare. A Isfahan e Tabriz sono stati segnalati danni a depositi logistici e centri di coordinamento. Le autorità iraniane parlano di oltre duecento vittime civili e centinaia di feriti; in almeno un caso un edificio scolastico sarebbe stato coinvolto dall’onda d’urto di un’esplosione, aggravando ulteriormente il bilancio umano. Testimoni riferiscono colonne di fumo nero visibili a chilometri di distanza e un clima di panico tra i residenti che cercavano rifugio nei sotterranei.
La morte di Khamenei ha provocato reazioni opposte nella popolazione iraniana: mentre in molte aree ufficialmente controllate dal regime si sono svolti momenti di lutto e preghiera, in diversi quartieri urbani della capitale e di altre città importanti si sono registrate scene di gioia e festeggiamenti spontanei, con suoni di clacson, musica, slogan e fuochi d’artificio. Segmenti significativi della popolazione hanno colto l’occasione per esprimere sollievo e rabbia repressa contro decenni di governo autoritario e politiche repressive, pur restando consapevoli della precarietà della situazione e dei rischi di escalation militare.
La risposta di Teheran è stata quasi immediata. Nella serata del 28 febbraio missili balistici e droni sono stati lanciati contro obiettivi israeliani e contro installazioni statunitensi nel Golfo Persico. Le sirene d’allarme hanno risuonato in diverse città israeliane, mentre basi USA in Qatar, Bahrein e Kuwait hanno attivato i sistemi di intercettazione. Il conflitto, nel giro di poche ore, ha assunto una dimensione regionale e ha determinato la chiusura temporanea degli spazi aerei civili, con voli sospesi in tutto il Golfo.
Un passaggio cruciale è stato il blocco temporaneo del traffico nello Stretto di Hormuz, snodo attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale. L’interruzione delle rotte ha provocato immediate tensioni sui mercati energetici, con oscillazioni dei prezzi e timori per l’approvvigionamento europeo e asiatico. Le compagnie petrolifere e le autorità portuali hanno messo in atto piani di emergenza, mentre le assicurazioni marittime hanno innalzato le tariffe per le navi dirette verso la regione.
La morte di Khamenei apre ora un vuoto di potere senza precedenti. La Guida Suprema non era soltanto il vertice religioso dello Stato, ma l’architrave dell’intero sistema politico e militare iraniano. Secondo la costituzione, la nomina del successore spetta all’Assemblea degli Esperti, ma nelle ultime ore si moltiplicano le ipotesi su un rafforzamento temporaneo del ruolo dei Pasdaran nella gestione della sicurezza e della transizione. Nelle strade della capitale si alternano manifestazioni di cordoglio e presidi armati, in un clima segnato da tensione e incertezza. Gli osservatori internazionali segnalano movimenti di truppe e veicoli blindati lungo le arterie principali, mentre comunicazioni ufficiali richiamano la popolazione alla calma.
Sul piano diplomatico, la comunità internazionale appare divisa. Turchia, con il presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha condannato l’azione militare congiunta USA‑Israele come violazione della sovranità e un rischio per la pace regionale, sottolineando la necessità di una de-escalation e di un ritorno al dialogo diplomatico. Russia e Cina hanno espresso condanna simile, ribadendo il principio di non ingerenza e l’urgenza di evitare un’escalation incontrollata.
In questo quadro si inserisce una delle questioni politiche interne italiane che ha dominato le cronache della giornata: la vicenda del ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato a Dubai con la propria famiglia. Crosetto si trovava negli Emirati Arabi Uniti per motivi personali e aveva in programma di rientrare in Italia sabato 28 febbraio, ma la chiusura degli spazi aerei nella regione a causa dell’escalation e delle misure di sicurezza conseguenti all’attacco USA‑Israele ha impedito il suo rientro. La presenza del ministro in vacanza nella regione — invece che nella capitale o in riunioni di coordinamento diplomatico — ha alimentato critiche politiche interne, in particolare da parte delle opposizioni, che l’hanno definita la prova della “marginalità dell’Italia” nella gestione della crisi. Crosetto ha comunque partecipato da remoto alle riunioni di vertice convocate a Palazzo Chigi dalla premier Giorgia Meloni per coordinare la risposta diplomatica e la gestione della crisi con i ministri competenti e i vertici dell’intelligence.
La vicenda di Crosetto sottolinea un problema più ampio che ha riguardato non soltanto l’Italia: diversi alleati occidentali non sono stati informati dell’attacco prima che iniziasse. Washington e Tel Aviv hanno limitato le informazioni ai partner considerati essenziali, ovvero quelli direttamente coinvolti nella pianificazione operativa e nella gestione immediata della crisi. Tra questi figurano alcuni Paesi del Golfo — tra cui Qatar e Bahrein — che ospitano basi militari statunitensi e controllano spazi aerei strategici, oltre a garantire accesso a rotte logistiche e corridoi energetici fondamentali. Questi Stati hanno ricevuto briefing dettagliati su tempi, obiettivi e modalità dei raid, per coordinare la sicurezza delle loro installazioni e supportare eventuali interventi difensivi.
Al contrario, Italia, Francia, Germania e Regno Unito non sono stati informati preventivamente. La motivazione ufficiale, secondo fonti diplomatiche, è legata alla volontà di ridurre il rischio di fughe di informazioni o ritardi nella catena decisionale, considerata critica per la riuscita dell’operazione. Tuttavia, questa scelta ha generato sorpresa e frustrazione tra i governi europei, evidenziando le tensioni tra alleati tradizionali e il modo selettivo con cui Washington ha gestito l’informazione, lasciando in parte i partner “storici” a reagire solo dopo che l’attacco era già in corso.
La mancata informazione preventiva ha avuto anche conseguenze immediate per l’Italia. Palazzo Chigi ha dovuto convocare vertici d’urgenza e verificare la situazione dei connazionali nella regione, stimati in oltre 58.000 tra lavoratori, residenti e turisti, molti dei quali bloccati dalla sospensione dei voli commerciali dopo l’escalation. Ambasciate e consolati hanno attivato corridoi di emergenza e linee dirette per coordinare eventuali evacuazioni.
La conseguenza è un doppio livello di tensione: uno militare, che attraversa il Medio Oriente con un conflitto che minaccia di allargarsi, e uno politico-diplomatico, che interroga l’Europa sul proprio ruolo nelle grandi crisi globali e sulla coesione dell’alleanza atlantica. Il 28 febbraio 2026 segna dunque l’eliminazione di una figura centrale come Khamenei, e l’apertura di una fase nuova nei rapporti tra alleati occidentali e nella gestione delle crisi internazionali.
Nonostante le tensioni militari e le incertezze politiche, la morte di Khamenei ha aperto uno spiraglio di speranza tra molti iraniani, stanchi di decenni di repressione e controllo autoritario. I festeggiamenti spontanei in alcune città testimoniano il desiderio diffuso di una nuova fase, in cui la società possa finalmente godere di maggiore libertà e partecipazione. Analisti e osservatori avvertono che il futuro dell’Iran dipenderà dalle scelte della nuova leadership e dall’equilibrio tra diversi centri di potere, ma per ora una parte significativa della popolazione vede nella fine della guida di Khamenei la possibilità di mettere un freno alla dittatura del terrore e di aspirare a riforme concrete.
Le prossime ore saranno decisive per comprendere se prevarrà una spirale di escalation oppure se, dietro le quinte, si apriranno canali riservati per contenere il conflitto. Il Medio Oriente è entrato in una fase di instabilità profonda; il resto del mondo osserva, consapevole che le ripercussioni potrebbero estendersi ben oltre i confini della regione. In parallelo, la gestione dei cittadini italiani e la risposta diplomatica europea diventeranno indicatori chiave della capacità di reazione degli Stati occidentali in una crisi di portata importante. @Riproduzione riservata

