Nel romanzo A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia osserva una società pronta a discutere di tutto, dalla politica alla letteratura, fino alla scienza oltre la medicina, dove l’intelligenza è rara e chi parla senza competenze domina il dibattito
«Sta ridicolizzando l’italiano che discute di tutto con sicurezza, mescolando politica, filosofia e letteratura. La gente che parla di letteratura come di calcio, senza profondità. Se esco di casa devo ascoltare gente mediocre che pontifica su tutto, perfino sugli scrittori. Gli “imbecilli” non sono solo stupidi, sono quelli che parlano continuamente di tutto, anche senza competenza, sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione pubblica, persino su uno scrittore come Alberto Moravia.»
Queste frasi di Leonardo Sciascia in A ciascuno il suo raccontano un processo sociale purtroppo in fieri. Dietro l’ironia emerge la fotografia di un’Italia abitata da commentatori rapidi, pronti a esprimere opinioni su tutto. Leonardo Sciascia citando Alberto Moravia non intende affatto colpire lo scrittore romano. Non è una critica a Moravia. Sciascia non sta attaccando e non ha alcun interesse a criticare Moravia. Anzi, tra i due c’era stima reciproca. Serve a sottolineare un quadretto sociale, quasi una scenetta familiare.
Sciascia conosceva bene questa inclinazione a parlare di tutto senza competenze, a dominare conversazioni tra politica, letteratura, diritto, filosofia e perfino scienza, oltre alla medicina.
La osservava nelle piazze siciliane, nei caffè, nelle redazioni, nei salotti, un popolo di commentatori pronti a pronunciarsi su politica, morale e cultura. Il giudizio nasce rapido, quasi istintivo. L’intellettuale di Racalmuto intende far riflettere sul confronto serio, uno spazio che richiede profondità, ascolto e letture lunghe, qualità sempre più rare.
Ricordo mia mamma dire spesso “…e non mi pentii mai quando tacei…”, in realtà non so esattamente se trasse quella frase da un proverbio o una citazione. Una volta lessi in proposito una larga attribuzione a Pier Paolo Pasolini, sulla scelta di non parlare in certe situazioni e sulla coerenza interiore rispetto alle proprie emozioni e verità.
La solitudine dell’intellettuale nella società di massa sarà un tema centrale nel pensiero di Leonardo Sciascia. Lo scrittore occupa un posto singolare nella letteratura italiana del Novecento, costruendo la sua opera intorno a una costante ricerca della verità nei comportamenti umani e nei meccanismi del potere. Nato a Racalmuto nel 1921, ha attraversato la vita culturale italiana con libri che uniscono racconto, indagine morale e riflessione chirurgica sulla giustizia. Nei suoi romanzi la Sicilia diventa spesso un laboratorio umano dove si rivelano dinamiche più ampie della società italiana.

Tra le opere più note c’è appunto A ciascuno il suo, pubblicato da Einaudi nel 1966. Un romanzo breve che assume la forma di un’indagine: un farmacista riceve lettere anonime di minaccia e viene poi ucciso durante una battuta di caccia. Il caso sembra destinato a scivolare nel silenzio. A interrogarsi davvero su ciò che è accaduto resta quasi soltanto un professore di liceo, uomo colto e appartato che prova a leggere i segni nascosti dietro i fatti.
È il professor Laurana, insegnante di lettere, figura mite e riflessiva che osserva con curiosità la realtà che lo circonda. Vive immerso nei libri e nel pensiero, con un atteggiamento quasi estraneo alle dinamiche rumorose della vita sociale. La sua intelligenza lo porta a cogliere dettagli che gli altri ignorano. Il suo desiderio di capire lo spinge a cercare la verità dietro le apparenze. Intorno a lui, la comunità preferisce non vedere, non capire, non disturbare gli equilibri del potere.
Laurana, pur lucido e riflessivo, resta isolato nella sua ricerca della verità e, attratto dalla curiosità, si espone al tranello degli assassini, dimostrando quanto l’intelligenza possa essere fragile di fronte alla violenza e all’indifferenza della società.
La citazione di Moravia serve a sottolineare un quadro sociale familiare, dove i grandi nomi diventano spunto di conversazione improvvisata, mentre Laurana resta immerso nella sua riflessione silenziosa e profonda.
La frase finale del romanzo, “A ciascuno il suo”, non colloca Laurana tra gli imbecilli osservati da Sciascia; piuttosto, sancisce la logica impietosa del destino e della giustizia nella società. Laurana rimane l’intellettuale isolato, testimone della superficialità e della cecità della comunità, la cui profondità e riflessione restano senza ricompensa, sottolineando la solitudine dell’intelligenza di fronte alla mediocrità circostante. @Riproduzione riservata

