di Domenica Puleio
Oggi, 8 marzo, il mondo si ferma per la consueta celebrazione della Giornata Internazionale della Donna. Ma mentre le piazze si riempiono di mimose e i social di aforismi sulla forza femminile, la cronaca globale restituisce un’immagine speculare e atroce: quella di un’umanità che ha barattato il progresso civile con la logica della distruzione.
Non c’è spazio per la celebrazione quando i titoli di testa annunciano l’escalation dei raid tra Washington e Teheran. Non c’è spazio per i discorsi sulla parità quando migliaia di donne, in questo preciso istante, si trovano intrappolate tra le macerie di ospedali e abitazioni civili, vittime sacrificali di una geopolitica che non conosce il valore della vita.
L’ipocrisia di questa giornata risiede nel divario incolmabile tra le parole e i fatti. Si parla di “Diritti e Giustizia” nelle sedi ONU, mentre il 76% del personale sanitario globale — in gran parte femminile — è costretto a gestire catastrofi umanitarie senza precedenti, spesso sotto i bombardamenti, con risorse ridotte al lumicino e salari da fame. Si esalta il “coraggio delle donne” in Iran o in Ucraina, ma si resta immobili mentre i loro diritti fondamentali vengono inceneriti da missili e decreti repressivi.
La guerra è, per definizione, la negazione di ogni conquista sociale. È l’espressione massima di un potere patriarcale e brutale che decide chi deve vivere e chi deve morire, trasformando i territori in scacchiere e gli esseri umani in numeri. Festeggiare oggi, senza denunciare la ferocia di un sistema che investe in armamenti molto più di quanto faccia nel welfare o nella sicurezza, è un insulto all’intelligenza e alla dignità di ogni cittadino.
In un contesto dove il dissenso viene spesso silenziato o “snobbato” dai centri di potere, il compito dell’informazione non è assecondare la festa, ma metterne a nudo le contraddizioni. La libertà non si misura dai fiori ricevuti, ma dalla capacità di un sistema di proteggere i più vulnerabili e di fermare la mano di chi preme il grilletto.
Oggi non servono auguri. Serve un’ammissione di colpa collettiva per un mondo che, nel 2026, non ha ancora trovato un modo più civile della violenza per risolvere le proprie divergenze. Resta solo la cronaca, nuda e cruda, a testimoniare che finché le bombe copriranno le voci, ogni celebrazione rimarrà un vuoto esercizio di stile.
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