Nel suggestivo scenario della Chiesa dei Catalani prende avvio il ciclo di conferenze dedicato a San Francesco e alla sua eredità spirituale e culturale: studiosi e religiosi rileggono la “forma vitae” francescana e la sua diffusione dall’Italia all’Europa fino all’Oriente, tra storia, fede e civiltà
A Messina, nella bellissima Chiesa dei Catalani, ha preso avvio il 4 marzo il ciclo delle conferenze che “Archeoclub Area Integrata dello Stretto” dedica a “San Francesco e la sua eredità” nell’Ottocentenario del Beato Transito; tema: La forma vitae e la sua diffusione in Italia, oltremare, oltralpe. Il folto pubblico intervenuto è stato accolto dal delegato arcivescovile alla Cattedrale, Mons. Roberto Romeo, che richiamato lo straordinario impatto dell’opera di Francesco d’Assisi nella spiritualità e nella cultura, ne ha sottolineato la portata da subito internazionale; così anche la presidente dell’associazione, dott.ssa Rosanna Trovato, in un intervento che ha anticipato in breve l’attuazione di iniziative nazionali di Archeoclub d’Italia e la serie degli eventi programmati su momenti e monumenti del Francescanesimo nel territorio messinese: chiese, conventi, biblioteche, musiche, ‘cammini’, personaggi e devozioni, in un programma inteso a non lasciar passare inosservato quello che Sua Santità Leone XIV ha proclamato anno speciale, del Giubileo Francescano.
La dott.ssa Trovato ha quindi rivolto sentiti i ringraziamenti a istituzioni e associazioni patrocinanti: la Curia Arcivescovile, la Città Metropolitana di Messina, la Sovrintendenza ai Beni Culturali e Ambientali., il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università, l’Autorità Sistema Portuale dello Stretto, l’Unione della Stampa Cattolica Italiana.
In sala, l’Avv. Francesco Rizzo, presidente dell’ Autorità Sistema Portuale dello Stretto
(ASPS), e il dott. Domenico Interdonato, Vicepresidente Nazionale Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), con la presenza hanno testimoniato sensibilità istituzionale personale alla natura dell’evento.
Il Vescovo Ausiliare di Messina, S. E. Cesare di Pietro, espresso il saluto dell’Arcivescovo Metropolita, ha aperto i lavori con una riflessione introduttiva sui ‘buoni frutti’ della breve, intensa vita del Santo: la missionarietà, l’umiltà, la povertà, l’ecclesialità, il comandamento della pace, in un lascito che, con il passar dei secoli ha sì rischiato di diluirsi, ma ha immancabilmente trovato rifondatori e rifondatrici che lo hanno preservato e restaurato.
I relatori sono stati presentati a turno da Mons. Romeo, che ne ha opportunamente sintetizzato curricula e interessi. Il primo, P. Arturo Milici (OFM), teologo, formatore nell’Ordine dei Minori e storico del primo Francescanesimo, ha posto il focus su Frate Francesco: una vita fatta profezia – in un ‘viaggio’ sui documenti della spiritualità del Santo, dall’abbandono del ‘secolo’ al Beato Transito, lungo la vita fatta profezia: Francesco “parla per Dio” e di Dio, non solo ai suoi contemporanei ma agli uomini di ogni epoca. Guardarne da vicino la figura – afferma Fra’ Arturo – sulla scorta delle fonti storiche mostra come essa sia distante dalla narrazione di certi ingenui stereotipi agiografici, e svela piuttosto un’anima tormentata, che bruciando di serafico ardore predica e vive la perfetta conformità evangelica – in un binomio ancor oggi base della Regola; addolorato del ‘peccato’ che allontana l’uomo dalla salvezza, insidiando le anime, i regni, la Chiesa stessa in travagliati da guerre, povertà, conflitti di classe, eresie, infedeltà del clero. L’antidoto – ieri come oggi – nella conversione a Cristo e nell’amore del prossimo.

A seguire, il dott. Giovanni Di Bella, ricercatore (UniMe, DICAM) distintosi negli studi sul Basso Medioevo, nella sua relazione – Oltre Assisi, sull’esempio di Francesco – procede a puntuale disamina del complesso quadro storico-sociale nel quale il Francescanesimo subito dopo Francesco si impegna a realizzarne il mandato, in una dimensione ormai strutturalmente ecclesiale, ma anche per questo decisamente problematica. Un quesito pressante posto da Di Bella è quello della fedeltà dei Minori a Francesco, degli inevitabili compromessi senza abbandonare un modello indiscusso, eppure avvertito come inimitabile.
Le fonti mostrano i Frati, autorizzati dai e talvolta portavoce dei Papi, partire alla ‘conquista’ d’Europa e delle Isole Britanniche – Oltralpe e Oltremare – e quindi avventurarsi sempre più lontano, verso il Medio e l’Estremo Oriente, premiati da una ‘messe’ (diseguale in verità, a seconda dei popoli) di conversioni ma anche oltraggiati, perseguitati e, talvolta, martiri. Intanto, mentre l’Ordine cresce a dismisura e si diffonde in una dimensione globale, Assisi, teatro della vicenda terrena del Padre Serafico, assurge a ‘cuore’ e simbolo del Francescanesimo, e tale resta ancor oggi.

Luciano Catalioto, professore di Storia Medievale al DICAM, autore di numerose e importanti pubblicazioni su Normanni, Svevi, sugli ordini monastici, e su altro ancora, nella sua relazione – Un francescano in Sicilia in età sveva: Antonio da Padova «vescovo di Francesco» – segue due direttive convergenti: quella del dinamismo della società medievale, l’occhio soprattutto alla Sicilia, e quella della nuova spiritualità promossa da Francescani e Domenicani sin dal primo ventennio del XIII s.: ben presto, sulla scia dei Santi fondatori, i cosiddetti Ordini Mendicanti passano da interlocutori a collaboratori di Papi energici e lungimiranti – Innocenzo III, Gregorio IX, Onorio III – che nel carisma di Domenico e Francesco avevano riconosciuto un formidabile ‘agente’ di evangelizzazione e di recupero dell’ortodossia dottrinale. In uno scenario complesso e affascinante nel quale si trasforma radicalmente il rapporto tra città e campagna, le cancellerie dei regni e la curia papale si combattono a suon di ‘penna’, fioriscono la letteratura in volgare e le arti, si ‘inventa’ la formazione universitaria, l’esperienza di Sant’Antonio – chiarisce Catalioto – si rivela particolarmente fruttuosa per il futuro, riunendo la piena conformità della condotta all’esempio di Francesco – devozione al Vangelo, umiltà, povertà, amorevolezza – alla dottrina. Quando nel 1221, il portoghese Antonio, già presbitero agostiniano e gran dottor – non inferiore a San Domenico – si presenta a Francesco, gli porta in dono beni preziosi: un profondo sapere teologico e una facondia omiletica travolgente, capace di convertire umili e potenti, di convertire i peccatori, di ‘martellare’ gli eretici. Di qui, quella lettera di contestata autenticità, ma assai verisimile, nella quale Francesco si rivolge a lui come a suo ‘vescovo’ e gli affida il compito di elaborare un modello di istruzione per i sacerdoti dell’Ordine.
La vicenda di Antonio si intreccia nella relazione di Catalioto con quella del suo primo approdo in Sicilia, Messina: tra Svevi ai Normanni, tra re, papi e imperatori – da un lato Ruggero II, Enrico VI, Costanza, e Manfredi, e Corrado IV; dall’altro Innocenzo III, Gregorio IX, Innocenzo IV; su tutti Federico II – tra concessioni e cancellazioni di privilegi, in un gioco in cui la Chiesa (e con essa i Minori) giocano parte non piccola. Una ‘moviola’ sulla città dello Stretto nell’atto di rivendicare lo status di grande città portuale, indubbiamente favorito dalla conformazione geografica, ma guadagnato grazie all’abilità di un ceto imprenditoriale multiforme e cosmopolita, grazie ai dotti che ne fanno il fulcro di quel laboratorio culturale – qual è la Sicilia nel XIII s. – in cui prosperano artisti, artigiani, navigatori, e fioriscono scriptoria librari e centri di traduzione dal Greco e dall’Arabo, e quelli di ‘alta formazione’ per medici, banchieri, notai, poeti, e naturalmente per clerici. Una Messina sulla quale incombono nel medio e lungo periodo pestilenze e terremoti, fasti e umiliazioni, perduta tra le nebbie del passato, mai però del tutto svanita e pronta a riemergere a chi ne esplori la memoria.
Rosa Maria Lucifora

