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Washington, i file e il sospetto di una trasparenza selettiva

Francesco Mazzarella

Negli Stati Uniti il caso Epstein è diventato una battaglia sulla gestione della verità pubblica: documenti rilasciati, documenti trattenuti, errori ammessi, pressioni del Congresso e una domanda che cresce ogni giorno di più — la trasparenza promessa è stata davvero trasparenza?

DOSSIER | EPSTEIN FILES, IL POTERE SOTTO SCOSSA
Parte 3 di 5
Un’inchiesta sui riflessi politici e istituzionali globali emersi dal caso Epstein: non il racconto del voyeurismo, ma la mappa di ciò che oggi si muove tra documenti, potere, dimissioni e indagini.

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Ci sono momenti in cui una democrazia viene messa alla prova non solo da ciò che scopre, ma da come sceglie di scoprirlo. È questa la vera soglia a cui gli Stati Uniti sono arrivati con gli Epstein Files. Perché il punto, ormai, non è più soltanto la dimensione enorme dell’archivio, né il fatto che il Dipartimento di Giustizia abbia pubblicato il 30 gennaio 2026 quasi 3,5 milioni di pagine in applicazione dell’Epstein Files Transparency Act. Il punto è che, da quel momento in poi, la battaglia si è spostata dal contenuto dei file al modo in cui essi sono stati rilasciati, ordinati, redatti, trattenuti, corretti e infine difesi politicamente.

La comunicazione ufficiale del DOJ era stata presentata come una svolta. Oltre tre milioni di nuove pagine rese pubbliche, più di 2.000 video, circa 180.000 immagini, con l’argomento dichiarato di adempiere fino in fondo alla legge approvata nel novembre 2025. Nella lettera ufficiale allegata alla pubblicazione, il Dipartimento spiegava anche che una parte dei materiali sarebbe rimasta coperta da eccezioni precise: documenti privilegiati, duplicati, dati sensibili, informazioni da proteggere per ragioni legali e per la tutela delle vittime. Fin qui, formalmente, tutto dentro un perimetro comprensibile. Ma è proprio lì che è iniziato il problema.

Perché quando uno Stato annuncia di avere aperto gli archivi e poi, nelle settimane successive, deve ammettere che alcuni documenti sono rimasti fuori “per errore”, ciò che si incrina non è soltanto la gestione tecnica dell’archivio. Si incrina la fiducia. E negli Stati Uniti, sul caso Epstein, la fiducia è diventata il terreno più instabile di tutti.

Reuters ha raccontato che già l’11 febbraio 2026 la procuratrice generale Pam Bondi si era trovata sotto pressione davanti a una commissione della Camera. In quell’audizione, un deputato repubblicano l’ha accusata apertamente di avere nascosto nomi di persone potenti legate a Epstein, trasformando così il caso in qualcosa di ancora più delicato: non più una polemica di sola opposizione, ma una frattura che attraversa lo stesso campo conservatore. È un dettaglio importante, perché ci dice che il sospetto di opacità non nasce soltanto da uno scontro tra partiti, ma da una sfiducia più ampia verso il modo in cui il Dipartimento di Giustizia ha scelto tempi e criteri del rilascio.

A fine febbraio la tensione è salita ancora. Reuters ha riferito il 25 febbraio che un importante esponente democratico del Congresso ha accusato il DOJ di avere trattenuto documenti rilevanti rispetto alla pubblicazione generale. Nello stesso passaggio, Associated Press ha confermato che il Dipartimento stava verificando se alcuni record fossero stati impropriamente esclusi dal pacchetto pubblico. Il fatto stesso che questa revisione sia stata avviata dopo le contestazioni di stampa e politica dice già molto: la trasparenza, in questo caso, non è apparsa come un processo pienamente lineare e autosufficiente, ma come un percorso corretto anche sotto pressione.

Il 6 marzo è arrivata la conferma più pesante. Reuters ha riportato che il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato ulteriori documenti, spiegando che erano stati in precedenza esclusi perché “incorrectly coded as duplicative”, erroneamente classificati come duplicati. Anche il Washington Post ha ricostruito lo stesso passaggio: file rimasti fuori non per una scelta apertamente dichiarata, ma per una codifica sbagliata. In astratto può sembrare un inciampo tecnico. In realtà è un terremoto politico, perché dimostra che tra l’annuncio solenne di una pubblicazione storica e l’effettiva completezza del materiale c’era uno scarto molto più grande di quanto il pubblico fosse stato portato a credere.

La questione è ancora più seria se si guarda al modo in cui il DOJ aveva incorniciato l’operazione sin dall’inizio. La lettera del 30 gennaio spiegava che il materiale pubblicato era il frutto di una selezione condotta su milioni di documenti e che una parte significativa dei contenuti poteva essere esclusa o redatta in base a criteri di legge. In seguito, però, Reuters e il Washington Post hanno mostrato che dentro quella zona di esclusione non c’erano soltanto scelte giuridiche o cautele fisiologiche, ma anche errori di processo. In altre parole: il filtro non era soltanto normativo, era anche fragile. E quando il filtro è fragile, ogni omissione smette di essere neutra e diventa politica.

È qui che entra in scena la parola più scomoda di tutte: selettività. Non come accusa giudiziaria, ma come percezione pubblica. Perché negli Stati Uniti il caso Epstein non viene letto soltanto come una grande apertura documentale. Viene letto sempre di più come una trasparenza a rilascio controllato, in cui i tempi delle correzioni, il peso delle pressioni parlamentari, la differenza tra ciò che era stato annunciato e ciò che è stato effettivamente corretto hanno alimentato il sospetto di una verità amministrata a scaglioni.

La reazione del Congresso lo conferma. Associated Press ha riferito che il 5 marzo la House Oversight Committee ha votato per citare in giudizio Pam Bondi e costringerla a rispondere sulla gestione del dossier Epstein da parte del Dipartimento di Giustizia. Non è un gesto minore. È un atto che segna il passaggio da polemica politica a crisi di accountability istituzionale. Quando una commissione parlamentare arriva a questo punto, significa che il problema non viene più percepito come una semplice divergenza interpretativa sui documenti, ma come un possibile fallimento di trasparenza dello Stato verso il Parlamento e verso i cittadini.

C’è un’altra frattura che rende tutto ancora più delicato. In America il caso Epstein si muove ormai su due piani che si confondono continuamente: il piano documentale e il piano simbolico. Il primo riguarda gli archivi, i memo, i report FBI, le redazioni, i duplicati, le esclusioni. Il secondo riguarda l’idea pubblica di “tutta la verità”, alimentata per mesi da promesse, aspettative, anticipazioni e teorie su liste definitive, nomi eccellenti, archivi risolutivi. Proprio qui AP, mesi fa, aveva già segnalato un problema serio: il DOJ aveva preso le distanze dall’idea di una “client list” così come era stata evocata nel dibattito politico, raffreddando una narrativa che aveva contribuito ad alzare enormemente le aspettative dell’opinione pubblica. Quando uno Stato prima alimenta, o comunque non corregge subito, un immaginario di rivelazione totale e poi ridimensiona quel quadro, produce inevitabilmente frustrazione, sospetto e conflitto.

E questo conflitto non resta ai margini. Entra nel cuore di Washington. Entra nei corridoi della Camera, nelle dichiarazioni dei leader di commissione, nelle accuse incrociate fra maggioranza e opposizione, ma soprattutto entra nel linguaggio con cui il potere si legittima. Perché una democrazia può anche sbagliare. Può avere archivi imperfetti, procedure complesse, tempi lunghi, errori di classificazione. Ma ciò che la salva è la capacità di riconoscere con chiarezza il limite, di correggerlo subito e di non usare il limite come strumento di convenienza politica. Nel caso Epstein, fin qui, questa chiarezza non è apparsa piena.

Associated Press ha sottolineato che il Dipartimento, alla fine di febbraio, ha ammesso di essere al lavoro per capire se alcuni documenti fossero stati trattenuti impropriamente. Il Washington Post ha osservato che, nella stessa fase, il DOJ stava verificando categorie di file che varie testate e osservatori consideravano mancanti. Reuters, poi, ha dato la notizia del rilascio correttivo del 6 marzo. Se si mettono insieme questi tre passaggi, emerge una fotografia precisa: non un archivio definitivamente aperto, ma un archivio ancora instabile, corretto dopo contestazioni, dentro un quadro già fortemente politicizzato.

È anche per questo che la discussione americana, a differenza di quella europea, si è concentrata molto meno sulle dimissioni immediate e molto di più sulla gestione del procedimento. In Europa il contraccolpo si è tradotto più velocemente in uscite di scena, verifiche e crisi reputazionali. Negli Stati Uniti, invece, il sistema sembra avere reagito in modo più assorbente: la battaglia si è spostata sul filtro, sui criteri, sulle omissioni, sulle motivazioni del DOJ, sul controllo del Congresso. È una differenza che racconta due culture istituzionali diverse. In una, la pressione reputazionale produce subito conseguenze visibili. Nell’altra, la macchina del potere tende prima a inglobare il conflitto, a proceduralizzarlo, a spostarlo sul piano tecnico-legale. Ma questo non significa che il danno sia minore. Significa, semmai, che è più profondo e meno immediatamente leggibile.

C’è poi un’altra domanda, ancora più delicata, che Washington non è riuscita finora a sciogliere davvero: quanta parte della gestione dei file è stata determinata da ragioni legittime di tutela e quanta da un riflesso di autodifesa politica? La lettera del DOJ del 30 gennaio insiste su un punto comprensibile: la necessità di proteggere vittime, materiali sensibili, informazioni coperte da privilegi o da eccezioni legali. Nessuna democrazia seria può ignorare questo aspetto. Ma proprio per questo la selezione deve essere inattaccabile sul piano metodologico. Se invece, accanto alle redazioni necessarie, emergono omissioni corrette solo dopo la pressione pubblica, il confine tra cautela e opacità comincia a sfumare.

Il sospetto di una trasparenza selettiva nasce esattamente lì. Non dall’idea semplicistica che “tutto è nascosto”, ma da una constatazione molto più concreta: i criteri di rilascio non appaiono abbastanza solidi da spegnere il dubbio. E il dubbio, in un caso così carico simbolicamente, diventa esso stesso fatto politico.

Questa vicenda mostra anche un’altra fragilità tipicamente americana: la sovrapposizione quasi perfetta tra giustizia e guerra culturale. Il caso Epstein è entrato in una stagione politica già surriscaldata, in cui ogni documento viene letto non solo per il suo contenuto, ma per l’uso che se ne può fare contro l’avversario. Così il rischio è duplice. Da una parte si finisce per assolutizzare qualunque nome emerga, senza il rigore necessario. Dall’altra si finisce per ridurre ogni domanda di trasparenza a mera propaganda. In mezzo, soffoca proprio ciò che dovrebbe contare di più: l’interesse pubblico a capire come funziona davvero il rapporto tra potere, archivi e verità.

Lo si è visto anche nella dinamica bipartisan. Reuters ha mostrato che le accuse a Bondi non sono arrivate soltanto dai democratici. Associated Press ha raccontato che la pressione della House Oversight Committee è maturata in un clima di sfiducia largo. Questo dato è essenziale, perché rompe la tentazione di leggere tutto come una semplice schermaglia partitica. Quando il sospetto attraversa più campi politici, il problema non riguarda più solo la convenienza del momento. Riguarda la credibilità complessiva delle istituzioni incaricate di custodire, selezionare e rendere pubblici documenti di interesse nazionale.

In controluce, c’è una questione ancora più grande del caso Epstein. Chi controlla il rilascio della verità quando la verità tocca il potere? Il Dipartimento di Giustizia? Il Congresso? La stampa? La pressione pubblica? La risposta, in teoria, dovrebbe essere: tutti insieme, secondo pesi e contrappesi. Ma in pratica, quando il materiale è sterminato, i criteri tecnici sono poco trasparenti e gli errori vengono ammessi solo dopo contestazioni esterne, i contrappesi non sembrano più una garanzia piena. Sembrano, piuttosto, un inseguimento.

Non è un caso che il linguaggio usato dal DOJ nelle ultime settimane abbia progressivamente assunto un tono difensivo. Prima la grande pubblicazione. Poi la precisazione sulle esclusioni legali. Poi la revisione dei documenti mancanti. Poi il rilascio correttivo dei file erroneamente codificati come duplicati. Ogni passaggio, preso da solo, può avere una spiegazione ragionevole. Ma il loro insieme costruisce una sequenza che politicamente pesa molto: promessa, contestazione, verifica, correzione. È la sequenza tipica di una trasparenza che non riesce a imporsi come pienamente affidabile al primo colpo.

Per questo Washington, più che una capitale che chiarisce, oggi appare come una capitale che gestisce. Gestisce il danno, gestisce il calendario, gestisce la comunicazione, gestisce le audizioni, gestisce il rapporto tra ciò che è stato detto e ciò che è stato corretto. Ma la gestione, quando si parla di verità pubblica, non coincide necessariamente con la trasparenza. A volte ne è il contrario più elegante.

E allora la domanda di fondo, nel cuore di questa terza parte del dossier, è semplice solo in apparenza: gli Stati Uniti stanno davvero aprendo gli archivi o stanno amministrando il modo in cui gli archivi possono essere letti, contestati e corretti? La differenza è enorme. Nel primo caso siamo davanti a una democrazia che, pur con fatica, attraversa la propria opacità. Nel secondo siamo davanti a un sistema che cerca di rimanere sempre un passo avanti rispetto alla possibilità che la verità gli sfugga di mano.

Nessuno oggi può affermare con onestà che tutto sia già chiaro. Ed è proprio questo il punto. Non serve gridare al complotto per vedere il problema. Basta guardare la cronologia degli eventi. Il 30 gennaio la pubblicazione viene presentata come un adempimento storico. L’11 febbraio esplode il confronto politico sulla completezza e sulle redazioni. Il 25 febbraio il DOJ ammette di stare verificando possibili omissioni improprie. Il 5 marzo una commissione della Camera decide di citare in giudizio Pam Bondi. Il 6 marzo il Dipartimento pubblica altri documenti, spiegando che erano stati esclusi per errore. Messa così, la traiettoria parla da sola.

Ed è una traiettoria che lascia agli Stati Uniti una ferita difficile da chiudere con una semplice correzione tecnica. Perché una democrazia può sopravvivere anche a un errore. Fa più fatica a sopravvivere a un errore che arriva dentro un contesto già segnato da aspettative smisurate, promesse politiche, polarizzazione e sospetto strutturale verso le istituzioni. In quel quadro, ogni documento mancante pesa doppio. Non pesa solo per ciò che contiene, ma per ciò che rappresenta: la possibilità che il potere continui a riservarsi il diritto di decidere quanto della verità possa davvero diventare pubblico.

È per questo che il caso Epstein, a Washington, non è più soltanto un dossier. È un test di sincerità istituzionale. E al momento, più che averlo superato, gli Stati Uniti sembrano ancora intrappolati nel tentativo di spiegare perché la verità promessa sia arrivata a pezzi, con correzioni, con omissioni riviste e con il Parlamento costretto a intervenire per ottenere risposte che avrebbero dovuto essere chiare fin dall’inizio.

La quarta parte del dossier entrerà proprio nella rete più ampia che tutto questo lascia intravedere: non solo governi, ma diplomazia, finanza, forum globali, relazioni d’élite e quella zona grigia in cui il potere, spesso, non si protegge con il silenzio ma con la normalizzazione reciproca.

In questo dossier

Fonti principali
U.S. Department of Justice; Reuters; Associated Press; Washington Post.

@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

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