di Domenica Puleio
Nel 2026, la competitività di un Paese non si misura più soltanto sul PIL, ma sulla “velocità burocratica”. Mentre l’Italia tenta faticosamente di completare la transizione prevista dal PNRR, i modelli globali di e-government hanno già superato la fase della semplice digitalizzazione dei documenti per approdare a quella dell’interoperabilità proattiva.
L’Estonia rimane il caso di studio più rilevante per l’Unione Europea. Il successo del sistema X-Road risiede nell’applicazione rigorosa del principio Once Only: la Pubblica Amministrazione non ha il diritto di richiedere al cittadino un dato che sia già presente in uno dei suoi database. Questo non è solo un vantaggio tecnologico, è un cambio di paradigma giuridico. Lo Stato smette di essere un controllore sospettoso e diventa un erogatore di servizi automatici, dove eventi come la nascita, il rinnovo di licenze o l’erogazione di sussidi avvengono senza istanza di parte.
Dall’altra parte del mondo, Singapore con il sistema Singpass, ha dimostrato che la digitalizzazione può abbattere il digital divide. L’integrazione della biometria facciale nelle infrastrutture fisiche, come chioschi e sportelli intelligenti, permette l’accesso ai servizi anche a quella fascia di popolazione meno avvezza all’uso di smartphone o identità digitali complesse. Qui la tecnologia non è un filtro che esclude, ma un’infrastruttura civile che garantisce l’universalità del servizio pubblico.
L’Unione Europea si trova, oggi, in una fase cruciale con il consolidamento dell’EUDI Wallet. La sfida è l’interoperabilità transfrontaliera: un cittadino italiano deve poter autenticare titoli di studio o referti medici in tutta l’Unione con la stessa validità legale. Tuttavia, il modello europeo si scontra con una struttura burocratica stratificata che, spesso, digitalizza l’esistente senza snellire i processi. Il rischio concreto è che il Wallet diventi l’ennesimo contenitore digitale di processi analogici ancora troppo pesanti, dove lo strumento tecnologico finisce per scontrarsi con la prassi, tutta italiana, di ritardare o mancare sistematicamente nella risposta a una PEC, svuotando di fatto il valore legale e l’urgenza dello strumento digitale.
Il confronto internazionale ci insegna che digitalizzare la PA non significa trasformare un modulo cartaceo in un PDF, ma reingegnerizzare i processi alla base. Finché le nostre amministrazioni continueranno a richiedere documenti già in loro possesso o a ignorare i flussi telematici in entrata, la transizione resterà una facciata costosa. La vera innovazione non si vede: è una PA che lavora in background, restituendo tempo e dignità al cittadino. È questa la sfida che l’Italia, tra fondi spesi e riforme attuate, non può più permettersi di perdere.
@Riproduzione riservata

