Catturare l’energia delle onde è una sfida complessa, ma i modelli oceanici atlantici ci dicono che è possibile. Tecnologie come CETO, CorPower e LIMPET integrano difesa costiera e produzione energetica. Ingegneria e algoritmi sostituiscono le barriere passive con soluzioni dinamiche e resilienti. Una strategia che unisce sicurezza territoriale e transizione sostenibile.
di Ing. Giovanni Bonanno
Il tempo delle risorse esauribili è scaduto, ma quello della natura non smette di presentarci il conto. Dopo che eventi estremi come il ciclone Harry hanno snaturato i nostri litorali, divorando decenni di costa in poche ore, la sfida non è più solo resistere, ma evolvere. La risposta non risiede in barriere passive, ma nello sfruttamento di quella stessa forza che ci ha colpito: l’energia del moto ondoso.

La transizione verso fonti rinnovabili — sole, vento, biomasse — trova oggi nel mare una nuova frontiera tecnologica. Gli studi più recenti, supportati dal Centro Servizi Multisettoriale e Tecnologico dell’Università di Ingegneria di Brescia, hanno aperto la strada ai moderni sistemi WEC (Wave Energy Converter). Non si tratta di semplici macchine, ma di sistemi progettati per sopravvivere all’apocalisse marittima.
A differenza delle vecchie infrastrutture che opponevano una resistenza rigida alla furia del mare, i WEC utilizzano strategie di “difesa attiva”. Sistemi come il CETO o il CorPower Ocean (C4) adottano la tattica della sommersione: durante le tempeste, si inabissano letteralmente, riducendo le sollecitazioni strutturali. Altri utilizzano la modalità “Storm Survival”, algoritmi intelligenti che attivano il detuning (disintonizzazione), rendendo il dispositivo “trasparente” alla forza dell’urto, proprio come le pale eoliche si orientano per non spezzarsi sotto raffiche estreme.
Per la conformazione specifica delle nostre coste, dove il dislivello tra il piano stradale e l’arenile è marcato, la soluzione più promettente è il sistema LIMPET. Si tratta di un collettore a colonna d’acqua oscillante (OWC), una tecnologia già collaudata con successo nell’isola scozzese di Islay. Immaginate una centrale a turbina ad aria compressa, integrata sotto le nostre piazze o i nostri slarghi affacciati sul mare: una struttura di cemento capace di catturare il fronte ondoso sottocosta e trasformarlo in energia elettrica pulita, immettendola direttamente in rete.

A ulteriore protezione delle coste, l’intervento ingegneristico può e deve scendere nel dettaglio del rilevato stradale prossimo all’arenile. Conformando opportunamente le strutture costiere e creando parapetti sagomati, è possibile ridurre drasticamente l’impatto delle onde anomale, evitando l’allagamento sistematico di marciapiedi e carreggiate stradali. Si tratta di sistemi già largamente impiegati con successo che, integrati alla produzione energetica, garantiscono una mitigazione reale dell’impatto dei cicloni.
Catturare l’energia delle onde è una sfida complessa, ma i modelli oceanici atlantici ci dicono che è possibile. È tempo di smettere di guardare al mare solo come a una minaccia da cui difendersi e iniziare a vederlo come il più potente alleato per la nostra sicurezza energetica e costiera. La tecnologia esiste, i dati sono pronti; ora serve la visione per tradurli in realtà.

