Roma, 23 mar. (Adnkronos Salute) – Tra il 2011 e il 2016 si sono verificati in Italia 1.700 casi di leishmaniosi umana viscerale. In Toscana, tuttavia, tra il 2018 e il 2023 l’incidenza di leishmaniosi umana è aumentata più di 8 volte, passando dallo 0,22 a 1,81 casi ogni 100mila abitanti negli ultimi 5 anni. Nella regione Emilia-Romagna negli ultimi 5 anni sono stati accertati 67 casi di leishmaniosi viscerale, con un aumento progressivo di leishmaniosi negli ultimi 12 anni. Rafforzare una rete multidisciplinare capace di trasformare conoscenza ed evidenze scientifiche in strumenti pratici, utili sul territorio e nelle attività di controllo dei vettori in espansione. Una rete che unisce veterinari, medici, farmacisti e istituzioni in un’ottica ‘One Health’. E’ l’obiettivo condiviso dai maggiori esperti italiani e internazionali provenienti dalla medicina veterinaria e umana, dalla ricerca scientifica e dalle Istituzioni sanitarie si sono riuniti a ‘LeishTalk 2026’ a Peschiera del Garda nell’ambito dell’iniziativa ‘Stop alla Leishmania in 3 Act’, evento multidisciplinare promosso da Boehringer Ingelheim Animal Health con il Patrocinio di Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani) e Fnovi (Federazione nazionale Ordini veterinari italiani). Tra le priorità individuate: collaborazione e prevenzione non solo per la leishmaniosi nel cane con i suoi impatti sull’uomo e sulla sanità territoriale, “ma anche per controllare la rapida espansione di ‘nuove’ zanzare invasive provenienti dall’Asia orientale. La prevenzione parte sempre dal cane e punta alla Top Protection: una protezione ‘totale’ che mette al centro animali, persone e ambiente, in linea con i principi di One & More Health”.”L’approccio One Health è oggi più che mai fondamentale in un contesto in profondo cambiamento come quello italiano. Da un lato il calo demografico, dall’altro la crescita costante degli animali da compagnia, ormai parte integrante della vita di milioni di famiglie. Questo scenario, insieme all’emergere di nuove sfide sanitarie come le malattie trasmesse da vettori, rende evidente quanto la salute umana, animale e ambientale siano strettamente interconnesse. Per questo è essenziale rafforzare la collaborazione tra tutte le figure della salute – medici, veterinari, farmacisti – insieme a Istituzioni e associazioni, per promuovere una cultura della prevenzione e costruire un sistema più equo e sostenibile – ha commentato Karin Ramot, Head of Boehringer Ingelheim Animal Health Italia – Aziende come Boehringer Ingelheim hanno la responsabilità di contribuire concretamente a trasformare la vita delle generazioni presenti e future. Questo impegno parte dall’innovazione, con oltre il 23% di investimenti in ricerca e sviluppo, e si traduce in una visione orientata a un sistema salute più sostenibile, equo e centrato sulla prevenzione. La collaborazione con istituzioni, comunità scientifica e professionisti della salute è per noi fondamentale: solo così possiamo rafforzare l’educazione sanitaria e rispondere in modo efficace alle sfide di oggi e di domani”. Ma qual è il contesto in cui ci troviamo ad operare oggi? “In Italia è in corso un cambiamento profondo – e sempre più evidente – nello scenario epidemiologico dei pappataci (flebotomi) e delle nuove zanzare invasive – hanno analizzato gli esperti – Questi insetti, principali vettori della leishmaniosi nel cane e nell’uomo e responsabili anche di altre zoonosi parassitarie e virali come filariosi e arbovirosi, stanno rapidamente ampliando il loro territorio. Dalle aree tradizionalmente endemiche del Sud e delle coste, oggi colonizzano anche vaste zone del Nord Italia, arrivando fino ai contesti prealpini e montani. La leishmaniosi canina (Lcan) è ormai segnalata endemica in oltre 57 nuovi Comuni del Nord Italia1, con sempre nuovi focolai di Leishmania infantum registrati in Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, mentre si assiste a un aumento esponenziale dei nuovi casi in Emilia-Romagna e Toscana. Parallelamente, nuove specie di zanzare invasive stanno dimostrando una sorprendente capacità di adattarsi a temperature più fredde e alla presenza di serbatoi animali”.”Questo secondo evento di ‘Stop alla Leishmania in 3 Act’ rappresenta il continuum rispetto agli obiettivi che ci eravamo posti nella scorsa edizione e che sono ancora in progress attraverso diverse attività, come la consulenza clinica gratuita o le segnalazioni di nuovi focolai di leishmaniosi – dichiara Domenico Otranto, professore di Parassitologia e Malattie Parassitarie degli animali presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Bari e Distinguished Professor presso la CityU di Hong Kong in Cina, Responsabile Scientifico dell’evento – Pur restando fermi alcuni capisaldi come l’informazione e l’educazione del veterinario e del proprietario, quest’anno abbiamo ritenuto necessario spostare il focus sulla prevenzione consapevole con l’obiettivo preciso di ottenere la cosiddetta ‘Top Protection’, ossia la protezione totale, quella che offre la massima sicurezza a tutti: cane e uomo. È un cambio di visione della prevenzione che consiste in primo luogo in un approccio consapevole e attento del medico veterinario, chiamato a una scelta mirata degli antiparassitari disponibili, consigliando e prescrivendo un antiparassitario topico spot-on, dotato di efficacia repellente e insetticida, che protegge da pappataci e zanzare, e consigliare in alcune condizioni una combinazione con un antiparassitario orale ad azione insetticida che protegge anche contro le zecche e, se necessario, raccomandando la vaccinazione, che offre comunque una protezione parziale perché insufficiente a bloccare l’infezione. In sintesi, il trattamento deve essere scelto in modo consapevole, scegliendo il prodotto giusto, impiegato per il tempo giusto a partire dal mese di marzo per 9 mesi al Centro-Sud e per 6 mesi al nord. Proteggere il cane significa proteggere l’uomo: per questo è necessaria la collaborazione tra diverse figure professionali con l’obiettivo di ridurre al massimo il rischio di punture e infezioni ma con approcci diversi. Centrale il rapporto tra il medico veterinario e il proprietario per combattere la leishmaniosi canina; centrale il clinico per la diagnosi tempestiva della leishmaniosi umana. Tenendo presente che la protezione totale protegge anche da altri vettori e zoonosi in forte diffusione”.Al centro del convegno, oltre ai pappataci (flebotomi), sono state protagoniste le zanzare invasive, quelle conosciute da tempo, e quelle emergenti che stanno colonizzando alcune aree del Nord Italia, capaci di adattarsi a temperature fredde e che potrebbero ridisegnare la mappa epidemiologica in relazione ad alcuni parassiti e virus.”Parliamo di zanzare del genere Aedes, sorelle per intenderci della ormai famosa zanzara Tigre: l’Aedes Koreicus e l’Aedes Japonicus, provenienti dall’Asia orientale – spiega Sara Epis, Professore Associato di Parassitologia e Malattie Parassitarie all’Università degli Studi di Milano – Arrivate da noi intorno al 2010, si sono diffuse particolarmente in alcune regioni del settentrione perché, a differenza di quelle tropicali, hanno una buona capacità di sopravvivere in ambienti collinari e montani a temperature più basse. Queste zanzare hanno la capacità vettoriale di trasmettere virus (arbovirus), anche se la nostra attenzione è focalizzata sulla trasmissione di filariosi (nematodi filaridi). L’urbanizzazione ha un ruolo fondamentale nel favorire la colonizzazione di questi vettori e la diffusione delle zoonosi che trasmettono al cane e all’uomo. Oltre al cambiamento climatico, con il rialzo delle temperature, un ruolo fondamentale ha l’espansione delle città a scapito di habitat naturali che vengono frammentati, con il conseguente effetto di aumentare le zone di contatto tra uomini, animali domestici, fauna selvatica e vettori. Solo un approccio integrato che prevede strategie diversificate, messe in atto tutte nello stesso momento, riesce a ottenere un controllo significativo dei vettori e dei parassiti che possono infestare animali e uomini”.La leishmaniosi è causata da un parassita protozoario, Leishmania infantum, che viene inoculato nel cane come nell’uomo con la puntura del pappatacio femmina. L’infezione nell’uomo attecchisce sia nella forma cutanea, più frequente, meno severa e trattabile anche ambulatorialmente, sia nella forma viscerale, molto più seria perché se non curata può essere fatale. L’Italia si conferma al primo posto in Europa per incidenza di leishmaniosi umana cutanea e al secondo posto per incidenza di leishmaniosi umana viscerale. “Possiamo affermare che dagli anni ’90 si sono registrati sempre valori superiori ai 200 casi di leishmania viscerale in Italia, con un aumento particolarmente significativo in questi anni recenti; si osserva, quindi, una curva che sebbene fluttuante tende sempre alla crescita – sottolinea Luciano Attard, Direttore Unità Operativa Gestione Clinica di Emergenze Epidemiologiche, Irccs Policlinico Sant’Orsola di Bologna – La leishmania viscerale rappresenta una sfida clinica per il parassitologo. La diagnosi è il punto critico perché sebbene sia disponibile una diagnostica sierologica e di biologia molecolare avanzata, quello che conta veramente è la sensibilità clinica: per trovare un’infezione bisogna sospettarla e cercarla, e questo si può fare solo se si hanno conoscenze specifiche ed esperienza. Una diagnosi tardiva compromette il trattamento a causa di un ritardo nelle cure, cui consegue una maggiore carica parassitaria e alterazioni epatiche, renali e del sistema immunitario per cui il soggetto può non riuscire a tollerare la terapia. La diffusione del vettore richiede un approccio interdisciplinare perché si tratta di intervenire sul serbatoio (cane), sui pappataci e sull’uomo. È quanto abbiamo attuato nella provincia bolognese a partire dall’emergenza dell’autunno/inverno 2012, quando da 2-3 casi annui di L. viscerale umana si registrarono improvvisamente 14 casi tra adulti e bambini sotto i 18 mesi. Il picco, arrivato a oltre 25 casi, si ripresenta a cadenza di 1-2 anni, nonostante lo stretto monitoraggio e interventi diversificati”.Un tema quindi che non afferisce più alla sola sfera della salute veterinaria ma vede una crescente attenzione anche dalla medicina umana, attenta in particolar modo a prevenzione e riduzione dei tempi di diagnosi, a favore non solo dei pazienti ma anche della sostenibilità del sistema salute. Come conferma Bartolomeo Griglio, vice-direttore Direzione Sanità, Regione Piemonte: “La cattiva o inadeguata gestione delle zoonosi rappresenta una criticità per la salute pubblica, umana e animale, la biodiversità e l’economia del territorio, in quanto favorisce l’insorgenza di focolai che possono evolvere in epidemie o pandemie, con un impatto devastante e costi sanitari e sociali elevati. La soluzione sta nel superamento della gestione a silos, con l’attuazione di un approccio One Health che riconosce salute umana, veterinaria e ambientale interconnesse. Prevenzione, sorveglianza epidemiologica integrata, diagnosi precoce e formazione hanno l’obiettivo di tutelare la salute dei cittadini e degli animali, in particolare per evitare conseguenze letali sui più fragili. Nei casi in cui si ha il sospetto di una circolazione virale nell’uomo, si può arrivare anche a sospendere l’utilizzo del sangue in determinate aree del territorio. La rete nazionale di sorveglianza e monitoraggio delle zoonosi verrà a breve implementata all’interno del nuovo Piano per il controllo delle Arbovirosi in fase di revisione per essere aggiornato e implementato dal Ministero della Salute”.A conferma dell’importante impegno istituzionale sul tema c’è stato l’intervento del Ministero della Salute, con Maria Gabriella Perrotta, Ufficio 3, direzione generale della Salute Animale, ministero della Salute: “La leishmaniosi ci ricorda che salute animale e umana non sono compartimenti separati. Il veterinario non valuta solo i segni clinici sul cane ma legge il territorio, integrando le informazioni cliniche con elementi epidemiologici e ambientali, anche attraverso la consultazione di fonti istituzionali, bollettini e dati aggiornati sulla circolazione degli agenti patogeni a livello locale, nazionale e internazionale. A questo si aggiunge l’ascolto attento del proprietario, da cui possono emergere elementi utili che, letti in un’ottica integrata, consentono di inquadrare il caso in un contesto più ampio e di orientare una valutazione complessiva del rischio sanitario, anche con possibili implicazioni per la salute umana. In quel momento il veterinario non sta solo curando: sta costruendo prevenzione, sta trasferendo informazioni sul rischio zoonotico, sta indirizzando il proprietario verso il suo medico per percorsi di indagine più appropriati. La sua diagnosi non rimane un atto clinico isolato, ma diventa un tassello di quella coscienza sanitaria che è il fondamento stesso del nostro Servizio Sanitario Nazionale, e che oggi, con un sistema di sorveglianza sempre più integrato, assume un valore strategico”.

