Questa volta non è un errore di sistema, né un corto circuito dei social. Il silenzio che avvolge Genova in questa mattina di marzo è quello definitivo. Gino Paoli se n’è andato a 91 anni, portando con sé quel proiettile che per oltre sessant’anni gli è rimasto incastrato accanto al cuore, quasi a ricordargli che la vita, come la musica, è un equilibrio precario tra il dramma e la grazia.

Con la scomparsa di Paoli si chiude definitivamente la stagione più fertile e rivoluzionaria della cultura italiana. Dopo De André, Tenco, Lauzi e Bindi, l’ultimo testimone di quei carruggi che hanno reinventato il sentimento nazionale ha posato la penna. Paoli non ha scritto semplici canzoni; ha inventato un modo di stare al mondo. Ha preso l’amore e lo ha spogliato della retorica sanremese dell’epoca, portandolo dentro stanze dalle pareti viola, trasformando il quotidiano in una liturgia laica.

Il suo firmamento privato ha brillato di stelle accecanti. C’è un destino poetico nel vederlo uscire di scena a pochi mesi dalla scomparsa di Ornella Vanoni, la compagna d’arte e di vita con cui ha costruito l’immortale “Senza fine”. Ma il cuore di Paoli ha battuto anche al ritmo di una bellezza giovanissima e dirompente: quella di Stefania Sandrelli. È a lei, alla freschezza dei suoi quindici anni e alla pelle bagnata dal mare, che dobbiamo “Sapore di sale”. Un amore scandaloso per l’epoca, vissuto controvento, che ha saputo cristallizzare l’estate italiana in un’emozione eterna. Senza Stefania, quel sale non avrebbe avuto lo stesso sapore di giovinezza e di libertà che ancora oggi ci commuove.
Eppure, la dedica più profonda, quella che squarcia il velo del perbenismo, Gino l’ha riservata a un’altra figura: la prostituta di cui si innamorò. “L’unica donna che mi abbia mai veramente amato”, diceva con quella sua ironia amara e lucida. In quel riconoscimento c’era tutta la sua filosofia: il rifiuto del giudizio morale, la vicinanza agli ultimi e la ricerca di un amore nudo, privo di sovrastrutture e di maschere borghesi. Tra la sabbia di una spiaggia e il marciapiede di una periferia, Paoli ha cercato la stessa cosa: l’essenza dell’uomo.
Paoli è stato l’uomo degli opposti: ruvido e dolcissimo, politico e intimo, schivo eppure onnipresente. Ha sparato a se stesso nel 1963 e da allora ha vissuto con la morte in tasca, usandola come lente d’ingrandimento per apprezzare meglio il “sapore di sale”. Non ha mai cercato di piacere a tutti.

Ha detto verità scomode, ha vissuto amori scandalosi, ha mantenuto una coerenza feroce con la propria anarchia interiore.
In un’epoca di musica costruita a tavolino, la sua voce graffiata e stanca ci ricordava che l’autenticità ha un prezzo. Ci lascia mentre l’Italia sembra aver perso la capacità di guardare in alto. Ma le sue note restano lì: ogni volta che un ragazzo si sentirà solo in una stanza o che un vecchio guarderà il mare con malinconia, Gino Paoli sarà lì a spiegare che quel vuoto non è un buio, ma uno spazio da riempire con la bellezza.
Addio, Gino. Il soffitto non c’è più, ora hai tutto il cielo per te.
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