di Domenica Puleio
Le navi russe attraccano a Tobruk senza chiedere il permesso, con la naturalezza di chi ha già cambiato le serrature di casa nostra. È il segno plastico di una sovranità energetica finita sotto scacco: il gasdotto Greenstream, il cordone ombelicale che collega la Libia a Gela, registra un crollo dei volumi del 30%. Non ci sono guasti tecnici dietro questo silenzio, c’è la mano di Mosca che usa i rubinetti della Cirenaica come un’arma di pressione politica su un’Italia che resta a guardare dalla banchina, impotente mentre il suo principale asset strategico diventa un interruttore nelle mani altrui.
Questa estromissione sistematica dai tavoli che contano si riflette a est, dove l’Egitto sta implodendo sotto un’inflazione al 42%. Il Canale di Suez ha visto dimezzarsi il traffico delle portacontainer: una paralisi che condanna lo scalo di Gioia Tauro e la logistica siciliana all’irrilevanza commerciale. Le grandi rotte mondiali ormai circumnavigano l’Africa pur di evitare un mare che non controlliamo più, trasformando il Sud Italia in un vicolo cieco mentre i costi del nolo marittimo esplodono nel silenzio complice delle istituzioni. Non è solo economia, è il declassamento di un’intera area geografica a periferia del mondo.
Il colpo di grazia arriva dalle nostre frontiere, sguarnite per una precisa incuria burocratica. L’Agenzia delle Dogane opera con un vuoto d’organico di oltre 2.700 funzionari: mancano gli ispettori, mancano i tecnici, e i controlli sul grano turco e russo — che entra a prezzi di dumping di 190 euro alla tonnellata — si riducono a una farsa cartacea. Mentre i nostri agricoltori falliscono, la Clausola di Salvaguardia resta chiusa nei cassetti del Ministero e le prefetture non hanno nemmeno i tecnici per firmare i bandi del PNRR. È un accerchiamento che subiamo con la schiena piegata, amministrando l’abbandono dei nostri porti mentre altri decidono, sopra la nostra testa, il prezzo del nostro pane e del nostro futuro.
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