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Biennale di Venezia ieri e oggi: da Jannis Kounellis alle tensioni istituzionali del 2026

Mimma Cucinotta

Dalla stagione di Jannis Kounellis alle questioni del 2026: la Biennale di Venezia tra continuità storica e nuove tensioni istituzionali, con la linea di Pietrangelo Buttafuoco orientata a riaffermare la centralità della cultura e l’autonomia curatoriale oltre le dinamiche geopolitiche

Nel percorso di Jannis Kounellis – uno dei massimi esponenti dell’arte contemporanea ,maestro dell’arte povera – e nella storia delle sue partecipazioni alla Biennale di Venezia si riflette un tema costante dell’arte del secondo Novecento: il rapporto tra autonomia della creazione e cornice istituzionale che la ospita.

Dal suo ingresso nel panorama dell’Arte Povera fino alle presenze alla Biennale tra il 1972 e il 2011, la sua ricerca si muove dentro un’idea di arte che non si limita all’oggetto, ma si confronta direttamente con lo spazio, la materia e la storia. In questa prospettiva, anche il dibattito contemporaneo del 2026 sulla Biennale può essere letto come parte di una stessa tensione strutturale, che riguarda il ruolo delle istituzioni culturali.

In questa fase più recente, la gestione del padiglione russo da parte della direzione della Biennale guidata da Pietrangelo Buttafuoco viene letta come espressione di un orientamento volto a rafforzare l’autonomia curatoriale dell’istituzione, in un momento segnato da forti tensioni geopolitiche legate al conflitto russo-ucraino. Il tema si inserisce nel più ampio confronto tra libertà della ricerca artistica e pressioni politiche internazionali.

Pietrangelo Buttafuoco

È utile chiarire che la presidenza della Biennale di Venezia non è una carica elettiva interna al mondo dell’arte, ma un incarico di nomina governativa. Il presidente viene infatti designato dal Governo italiano in carica, mentre la gestione curatoriale delle singole sezioni artistiche resta affidata a direttori e curatori indipendenti. Questa distinzione è essenziale per comprendere la natura “mista” dell’istituzione, in cui dimensione culturale e responsabilità pubblica si intrecciano senza coincidere.

Jannis Kounellis appartiene a quella generazione di artisti che, nel secondo Novecento, hanno profondamente trasformato il linguaggio visivo. Nato il 23 marzo 1936 al Pireo, in Grecia, si trasferisce a Roma nel 1956, dove si forma all’Accademia di Belle Arti e sviluppa un percorso decisivo all’interno del clima culturale italiano.

Il suo lavoro si inserisce nel contesto dell’ArtePovera, insieme a figure come Mario Merz, Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti e Giulio Paolini, nell’ambito teorico definito da Germano Celant. Non una scuola, ma una costellazione di esperienze che rifiuta l’idea tradizionale di opera come oggetto chiuso, per aprirla a materiali primari, energia e processo.

A partire dagli anni Sessanta, Kounellis abbandona progressivamente la pittura tradizionale per sviluppare ambienti e installazioni. Numeri, lettere e segni urbani si trasformano in strutture spaziali. Successivamente entrano in scena materiali come ferro, carbone, juta, lana e piombo, fino alla presenza diretta di elementi viventi.

Tra le opere più note, i lavori del 1967 con uccelli in gabbia, l’installazione con dodici cavalli del 1969.

 

L’Attico, Roma, 1969 Jannis Kounellis. Photo Finarte.it

Entrambe segnano un passaggio decisivo verso un’arte che occupa lo spazio reale e coinvolge lo spettatore in modo diretto.

Ma anche l’installazione x Save the Children ovvero il progetto per charity project “all’Arte” dedicato nel 2024 da Jannis Kounellis alla ricerca scientifica e alla città di Milano.

Negli anni successivi, il suo linguaggio si stabilizza attorno a elementi come peso, materia e trasformazione. Il fuoco, in particolare, introduce una dimensione processuale che mette in relazione materia e tempo.

Le partecipazioni di Kounellis alla Biennale di Venezia, distribuite tra il 1972 e il 2011, rappresentano un punto di confronto centrale della sua carriera. La Biennale non è solo un’esposizione, ma uno spazio simbolico in cui la storia dell’arte si intreccia con la storia politica e culturale internazionale.

In questo senso, la Biennale di Venezia si è progressivamente affermata come luogo in cui le dinamiche mondiali entrano si nel campo dell’arte, attraversando conflitti, tensioni diplomatiche e momenti di forte trasformazione, affermando però l’arte come simbolo assoluto del superamento di tali processi.

Il dibattito contemporaneo sul padiglione russo si colloca proprio in questa tradizione. Le posizioni espresse dalla governance dell’istituzione e dal Ministero della Cultura si sviluppano all’interno di una tensione strutturale: da un lato l’indirizzo politico dello Stato, dall’altro l’autonomia curatoriale dell’ente.

In questo quadro, la scelta del presidente Buttafuoco di mantenere una linea autonoma sul piano espositivo, viene interpretata come un tentativo di preservare la funzione culturale della Biennale rispetto alle pressioni esterne. Il punto centrale resta la distinzione tra giudizio artistico e appartenenza geopolitica: l’arte non coincide con lo Stato, così come una tradizione culturale non si esaurisce nella sua collocazione politica.

Anche il percorso di Kounellis aiuta a leggere questa complessità. La sua opera mostra come la materia dell’arte non sia mai separata dalla storia, ma non possa essere ridotta ad essa. È proprio in questo spazio intermedio che si colloca il ruolo delle istituzioni culturali.

Jannis Kounellis muore a Roma nel 2017. Il suo lavoro resta uno dei riferimenti fondamentali per comprendere il rapporto tra materia, spazio e contemporaneità. @Riproduzione riservata

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