di Domenica Puleio
L’illusione di un mondo ordinato secondo i canoni di Washington o i desiderata di Pechino si è infranta contro il cinismo della geografia e degli interessi nazionali. Quello che sbrigativamente viene battezzato come “Global South”, non è un’alleanza ideologica, né un blocco monolitico speculare alla vecchia Unione Sovietica. È un enorme, frammentato e pragmatico cartello di necessità. Paesi uniti non dall’amore reciproco, ma dalla ferrea volontà di non farsi più schiacciare dai fusi orari della politica occidentale e dall’egemonia del dollaro.
L’allargamento dei BRICS – che ha smesso di essere un acronimo da analisti finanziari per diventare un polo di attrazione geopolitica – fotografa esattamente questa fiammata di autonomia. L’ingresso di colossi energetici e nodi logistici strategici come l’Iran, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e l’Etiopia, sposta l’asse della geopolitica globale. Guardare a questa galassia pretendendo un’omogeneità politica significa non capire la natura del presente. L’India siede tranquillamente nel QUAD insieme a Stati Uniti, Giappone e Australia in chiara funzione di contenimento anti-cinese nell’Indo-Pacifico, ma contemporaneamente aumenta l’importazione di petrolio russo greggio, pagandolo in valute alternative. Non è una contraddizione; è la fine della fedeltà cieca.
Il vero collante di questa espansione è l’attacco frontale alla “diplomazia del biglietto verde”. La de-dollarizzazione non è un’utopia da convegno, ma una strategia di legittima difesa economica. Le sanzioni occidentali che hanno congelato le riserve valutarie russe hanno inviato un brivido lungo la schiena di tutte le cancellerie del mondo non allineato: chiunque, da un giorno all’altro, può essere tagliato fuori dal sistema di regolamento Swift. Da qui nasce la spinta della Nuova Banca di Sviluppo (NBD) dei BRICS per finanziare progetti in valute locali e la decisione storica dell’Arabia Saudita di accettare yuan cinesi per le forniture di greggio a Pechino, scardinando il dogma cinquantennale dei petrodollari.
Questo scenario ha partorito una nuova specie di leader globali: gli attori transazionali. Stati come la Turchia di Erdoğan, l’Arabia Saudita di Bin Salmān o l’Indonesia si muovono sul palcoscenico internazionale con un pragmatismo che rasenta il mercenarismo geopolitico. Ankara rimane un pilastro militare della NATO sul fianco orientale, ma non rinuncia a fare da hub logistico per il gas russo e a dialogare con Pechino sulle infrastrutture della Nuova Via della Seta. Riad stringe patti di difesa strategica con gli americani, ma coordina i tagli alla produzione di petrolio all’interno dell’OPEC+ direttamente con Mosca per mantenere alti i prezzi del barile, infischiandosene delle richieste di contenimento dell’inflazione avanzate dalla Casa Bianca.
L’Occidente si trova così a fare i conti con la propria solitudine strategica. Per decenni ha considerato il resto del mondo come un bacino di risorse da estrarre o come una platea di consumatori a cui imporre standard giuridici e finanziari. Oggi, quella periferia si è presa il centro della scena, sfruttando la competizione tra Stati Uniti e Cina per alzare il prezzo della propria neutralità. Chi non ha la forza per imporre le proprie regole ha imparato a giocare su più tavoli, trasformando la fluidità geopolitica nella moneta più preziosa del secolo.
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