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Il silenzio sul mare: Chiara Ricci racconta il caso Montesi, tra verità nascoste e potere

Silvia Gambadoro

A oltre settant’anni dalla morte di Wilma Montesi, uno dei casi più controversi della cronaca italiana continua a sollevare interrogativi. Nel volume Il silenzio sul mare (Graphe.it Edizioni), Chiara Ricci ricostruisce la vicenda attraverso documenti d’archivio, testimonianze e materiali inediti, restituendo centralità alla figura della giovane romana e al contesto storico, politico e mediatico che trasformò la sua morte in un caso nazionale. Un viaggio in uno nei  grandi misteri dell’Italia del dopoguerra. L’intervista all’autrice

L’11 aprile 1953, sulla spiaggia di Torvaianica, viene ritrovato il corpo senza vita di Wilma Montesi, una giovane romana di ventun anni scomparsa due giorni prima. Quella che inizialmente appare come una tragica fatalità si trasforma rapidamente in un caso destinato a segnare la storia italiana: scandali, presunti depistaggi, piste investigative contrastanti, personaggi influenti e una pressione mediatica senza precedenti alimentano un mistero che, a oltre settant’anni di distanza, continua a suscitare interrogativi. Con “Il silenzio sul mare. Il caso Montesi tra verità nascoste e potere”,  edito da Graphe.it, Chiara Ricci torna su una delle vicende più controverse del Novecento italiano attraverso documenti, testimonianze e materiali d’archivio, restituendo al lettore non solo il contesto storico e giudiziario dell’epoca, ma anche il volto umano di una ragazza troppo spesso rimasta sullo sfondo della propria storia. Con l’autrice abbiamo ripercorso le tappe di una ricerca che riaccende i riflettori su uno dei grandi enigmi dell’Italia del dopoguerra.

Dopo oltre settant’anni dalla morte di Wilma Montesi, perché ha sentito l’esigenza di tornare a raccontare questa vicenda?

Il mio “incontro” con Wilma Montesi è stato del tutto casuale. Sono una storica e critica del cinema, ho sempre scritto saggi dedicati alla “settima arte”. Non mi sono mai occupata di cronaca nera né di inchiesta anche perché, non essendo giornalista o avvocato, credevo di non avere le giuste competenze.

Poi, una sera d’agosto di qualche tempo fa, passeggiando sotto Castel Sant’Angelo, mio padre, che all’epoca della morte di Wilma Montesi aveva dieci anni, mi chiese di scrivere di questa ragazza e della sua triste vicenda. Rimasi colpita e meravigliata di tale richiesta. Poi, quella sera stessa trovai su una bancarella un libro dedicato ai casi di cronaca più controversi del secondo dopoguerra. Tra questi vi era anche il “caso Montesi”. In quel preciso momento ho sentito la necessità di dover raccontare questa triste storia, di documentarmi, di cercare di capire cosa fosse accaduto. Scrissi immediatamente al Tribunale di Roma per poter accedere agli atti. A fine agosto iniziai la mia ricerca con un solo intento: scrivere la storia di Wilma Montesi con Wilma Montesi al suo centro. Lei e solo lei avrebbe dovuto essere il focus e il centro del mio lavoro.

Per decenni Wilma Montesi è stata al centro di ipotesi, scandali e interpretazioni. Chi era, secondo lei, la vera Wilma Montesi al di là delle narrazioni che hanno accompagnato il caso?

 Da ciò che ho potuto apprendere dai documenti e dagli atti consultati Wilma era una figlia del popolo perfettamente inserita in quel contesto neorealista tanto narrato dal nostro cinema. Figlia di un falegname e di una casalinga. Una ragazza appena maggiorenne che amava il cinema (ma non Anna Magnani), i bei vestiti (teneva molto alla cura della sua persona), prossima al matrimonio e con tante speranze. Una giovane donna che rispettava tutti i canoni della maggiorata fisica e di bellezza de suo tempo, con tanta voglia di vivere e di recuperare, come molti, tutto ciò che la guerra le aveva ingiustamente sottratto. Non amava particolarmente lo studio, sognava il cinema eppure era molto timida e oggetto di un controllo molto “importante” da parte di sua madre.

Il libro si distingue per una struttura narrativa ispirata al linguaggio cinematografico, con “titoli di testa”, “intervalli”, “backstage” e “director’s cut”. Come è nata questa scelta e in che modo il cinema aiuta a comprendere il caso Montesi?

Come ho accennato, il mio campo di studio è il cinema quindi, per me, è stato quasi del tutto naturale utilizzare una struttura e una impostazione che lo ricordasse. Tra l’altro il “caso Montesi” è così intricato, colmo di colpi di scena e di una gran varietà di personaggi e protagonisti che si è prestato benissimo alla mia idea che il mio Editore Roberto Russo ha accolto con entusiasmo fornendo importanti suggerimenti in tal senso. Nel mio libro, inoltre, la parte iniziale è interamente dedicata al legame che vi è tra Wilma Montesi e il cinema. Ho cercato di riunire e di analizzare i film che in qualche modo hanno tratto ispirazione dalla tragica fine di questa ragazza pur senza mai dichiararlo apertamente. È stata una ricerca interessante che mi ha aiutata a osservare alcuni film in una prospettiva diversa, da Totò a Federico Fellini passando per Alberto Lattuada e Dino Risi sino al contemporaneo Saverio Costanzo.

La sua ricerca si basa anche su documenti inediti consultati presso archivi e istituzioni giudiziarie. Qual è stata la scoperta più sorprendente emersa durante il lavoro di documentazione?

Devo ammettere che toccare letteralmente con mano i documenti e gli atti processuali del caso Montesi è stato a dir poco emozionante. Per giorni ho avuto tra le mie mani una pagina fondamentale della storia italiana del secondo dopoguerra. Mi sono sentita ancor più responsabile del lavoro che ne sarebbe scaturito. Tanti sono stati i documenti che mi hanno sorpresa e, allo stesso modo, mi hanno sorpresa anche quelli mancanti.

Di certo le intercettazioni telefoniche della famiglia Montesi, i documenti relativi ai loro averi, i verbali ad essa collegati rappresentano una parte fondamentale della mia ricerca e, sicuramente, tutto questo ha rappresentato la scoperta più sorprendente. Tante domande sono sorte leggendo tutte quelle carte, così come tanti dubbi.

Il caso Montesi è stato il primo grande scandalo mediatico dell’Italia del dopoguerra. Quanto quella vicenda anticipa dinamiche che ritroviamo ancora oggi nel rapporto tra cronaca, politica e informazione?

 Dobbiamo partire da questo dato di fatto: durante il Ventennio fascista Mussolini aveva vietato che sui giornali si parlasse di casi di “cronaca nera”. Tutto doveva essere messo a tacere. Perciò, dopo tutto questo tempo di silenzio forzato, la stampa nel dopoguerra e, in particolar modo con il caso Montesi, si è letteralmente scatenata. La morte di Wilma Montesi ha rivoluzionato il giornalismo italiano. Infatti, è proprio negli ambienti legati alla carta stampata che si iniziano a fare illazioni nemmeno troppo velate contro Piero Piccioni, considerato l’assassino della giovane romana. Per la prima volta si parla e si pubblicano memoriali, i testimoni (e/o presunti tali) vengono intervistati senza sosta, i giornalisti fanno la ressa davanti alle aule di tribunale, vanno in giro con il libretto degli assegni fornito dalla testata cui appartengono per pagare e rintracciare le notizie più “succulente” e, se vogliamo, pruriginose. All’epoca della morte della Montesi la televisione non c’era ancora e ovviamente nemmeno internet. Eppure la parola stampata, il passaparola, gli articoli di giornale, l’intervento di personalità e figure di potere hanno influenzato molto le notizie, le indagini e, di conseguenza, anche l’esito processuale.

La storia di Wilma Montesi e tutto ciò che ruota attorno ad essa ci dimostra come il tempo sia passato – sono trascorsi oltre settant’anni dal 1953 – ma la storia continua a ripetersi e si commettono ancora gli stessi errori.

Nel libro trova spazio anche una suggestiva “intervista impossibile” a Wilma Montesi. Come è nata l’idea di questo espediente narrativo e quanto è stato complesso dare voce a una protagonista che, da oltre settant’anni, continua a essere raccontata dagli altri più che ascoltata direttamente?

 Durante la stesura del mio libro e anche in fase di ricerca ho immaginato più volte di parlare con Wilma Montesi. Come ho scritto anche nella mia “intervista impossibile” non le avrei mai chiesto il nome dell’assassino ma solo un immenso “perché”.

Wilma oggi potrebbe essere mia nonna, mentre io oggi ho esattamente il doppio dei suoi anni e potrei esserle madre o zia. Questa lontananza e, allo stesso tempo, vicinanza mi ha affascinata sin da subito. Così, ho cercato di avvicinarla al di là delle carte, dei documenti, di trovare un angolo per noi più “umano”, più (sur)reale, un dialogo tra ieri e oggi i cui confini sono molto labili. Darle voce è stato difficile perché nella sua calma apparente l’ho immaginata molto severa nei nostri riguardi, amareggiata ma non vinta. Attraverso il mio libro ho voluto fortemente restituirle voce, rispetto, dignità, forma… tutto ciò che in passato molti le hanno ingiustamente negato. Volevo lo sapesse in qualche modo. Tanti anni sono passati dalla sua morte e per noi donne la situazione è ancora difficile. Tante conquiste abbiamo ottenuto ma è ancora tanta la strada da fare. Volevo sapesse anche questo. Volevo esserle vicina e per una volta, seppur attraverso la magia della scrittura, riuscire a far udire “veramente” la sua voce. Non per ambizione ma per uno sconfinato rispetto per una «donna incastonata nel tempo assieme alla sua verità».

 

Chiara Ricci è nata a Roma nel 1984. Si è laureata in Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo con una tesi dal titolo Il teatro davanti alla macchina da presa. Elementi di teatro nel cinema di Anna Magnani, cui ha fatto seguito, nel 2010, la Laurea Magistrale con lode in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale, dedicata alla figura della prima regista del cinema italiano, Elvira Notari.

Studiosa di cinema e teatro, ha curato e scritto saggi monografici su figure centrali della scena culturale italiana, tra cui Anna Magnani, Alberto Lionello, Valeria Moriconi, Elvira Notari, Lilla Brignone, Ugo Tognazzi e Monica Vitti, oltre a un volume su Wilma Montesi. Ha inoltre collaborato con l’atleta di salto in alto Antonietta Di Martino alla stesura del libro dedicato alla sua carriera sportiva.

Nel 2017 è stata nominata “Cultore della materia in Storia del Cinema e Filmologia” dall’Università degli Studi Roma Tre. È presidente dell’Associazione Culturale “Piazza Navona”, ideatrice dell’omonima rubrica online e del Premio Letterario Nazionale “EquiLibri”. Collabora con istituzioni e festival per l’organizzazione di mostre dedicate al cinema, esponendo spesso parte del suo archivio personale e tiene lezioni e conferenze, in Italia e all’estero, sulla storia del cinema e del teatro.

Con Graphe.it edizioni ha pubblicato Anna Magnani. Racconto d’attrice (2023).

 

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