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La memoria che ci impedisce di fuggire

Francesco Mazzarella

Paolo Borsellino. Agostino Catalano. Emanuela Loi. Vincenzo Li Muli. Walter Eddie Cosina. Claudio Traina. Prima ancora che nomi da ricordare, sono vite che continuano a chiedere a ciascuno di noi di non fuggire davanti alle responsabilità della propria coscienza

  di Francesco Mazzarella 

Ci sono parole che raccontano il nostro tempo.

Velocità.

Prestazione.

Efficienza.

Sicurezza.

E poi ce n’è una che, forse più di tutte, sembra guidare molte delle nostre scelte senza che ce ne accorgiamo.

Evitare.

Evitare un conflitto.

Evitare una responsabilità.

Evitare una scelta difficile.

Evitare una verità che potrebbe metterci in discussione.

Evitare una relazione quando diventa faticosa.

Evitare tutto ciò che ci espone, che ci rende vulnerabili, che ci obbliga a prendere posizione.

È umano.

La paura appartiene alla vita di ciascuno di noi.

Il problema nasce quando non è più la nostra coscienza a guidare le scelte, ma la paura.

Per questo il 19 luglio non dovrebbe essere soltanto una data da ricordare.

Dovrebbe diventare una domanda.

Che cosa siamo disposti ad abitare pur di non tradire ciò in cui crediamo?

Sei vite, non una formula

Il 19 luglio 1992, in via Mariano D’Amelio a Palermo, un’autobomba uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della Polizia di Stato che avevano il compito di proteggerlo.

Paolo Borsellino.

Agostino Catalano.

Emanuela Loi.

Vincenzo Li Muli.

Walter Eddie Cosina.

Claudio Traina.

Li ricordiamo spesso attraverso l’espressione «Paolo Borsellino e la sua scorta».

È una definizione corretta.

Ma non è sufficiente.

Perché quelle cinque persone non erano uno sfondo, una funzione o una presenza indistinta.

Erano uomini e una donna.

Avevano famiglie, affetti, progetti, responsabilità e paure.

Conoscevano il rischio che stavano vivendo.

Eppure continuarono a svolgere il proprio dovere.

Non perché fossero incoscienti.

Non perché cercassero il pericolo.

Ma perché avevano scelto di non lasciare che fosse la paura a decidere al loro posto.

Non morirono perché cercavano il rischio. Morirono mentre abitavano la responsabilità che avevano scelto di assumere.

Abitare il rischio

Ed è qui che la loro storia smette di appartenere soltanto alla lotta contro la mafia.

Diventa una domanda rivolta a ciascuno di noi.

Oggi quasi nessuno è chiamato ad affrontare il rischio che affrontarono Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Sarebbe ingiusto e retorico paragonare le nostre difficoltà quotidiane alla minaccia concreta che accompagnava le loro vite.

Ma ciascuno di noi incontra situazioni nelle quali deve scegliere se abitare una responsabilità oppure fuggirla.

  • Il rischio di dire una verità che potrebbe costarci qualcosa.
  • Il rischio di denunciare un’ingiustizia.
  • Il rischio di educare senza scegliere la strada più facile.
  • Il rischio di restare fedeli ai propri valori quando sarebbe più conveniente voltarsi dall’altra parte.
  • Il rischio di costruire relazioni autentiche invece di rifugiarsi nell’indifferenza.
  • Il rischio di servire il bene comune anche quando nessuno applaude.

Abitare il rischio non significa cercare il pericolo.

Non significa esaltare il sacrificio o negare il valore della prudenza.

Significa non permettere che la ricerca della sicurezza diventi una rinuncia alla verità, alla responsabilità e alla propria coscienza.

La cultura della paura

La mafia, prima ancora di essere un’organizzazione criminale, è anche una cultura della paura.

Vive del silenzio.

Cresce nell’indifferenza.

Si rafforza quando le persone rinunciano a parlare, a denunciare, a scegliere e a esporsi.

Per questo la legalità non nasce soltanto nelle aule dei tribunali.

Nasce nelle coscienze.

Nasce ogni volta che qualcuno decide di non vendere la propria libertà per un po’ di tranquillità.

Nasce quando un cittadino rifiuta un favore illegittimo.

Quando un imprenditore denuncia una richiesta estorsiva.

Quando un dipendente non accetta una pratica scorretta.

Quando un educatore insegna che il rispetto delle regole non è debolezza, ma protezione della dignità di tutti.

Quando una comunità sceglie di non lasciare solo chi ha avuto il coraggio di parlare.

Una società non perde la propria libertà soltanto quando il male diventa più forte. La perde quando le persone perbene smettono di abitare il rischio della responsabilità.

Il rischio di trasformarli in eroi irraggiungibili

Ricordare queste sei vite non significa trasformarle in figure lontane, immobili e irraggiungibili.

L’eroismo, quando viene collocato troppo in alto, rischia di diventare una giustificazione per la nostra immobilità.

Ci convince che quelle scelte appartengano soltanto a persone straordinarie e che, proprio per questo, non abbiano nulla da chiedere alla nostra vita.

Ma la loro testimonianza ci riguarda.

Non perché tutti siamo chiamati agli stessi gesti.

Non perché ogni scelta quotidiana possa essere paragonata al rischio che essi affrontarono.

Ci riguarda perché tutti siamo chiamati a scegliere se lasciare che sia la paura o la coscienza a indicare la direzione.

La memoria come scelta presente

La memoria, allora, non è un esercizio rivolto soltanto al passato.

È una responsabilità che riguarda il presente.

Una corona di fiori, un minuto di silenzio, una fotografia o una commemorazione hanno valore se ci aiutano a riconoscere la domanda che quelle vite continuano a rivolgerci.

Qual è il rischio che oggi sto evitando per paura di assumermi una responsabilità?

Forse il modo più autentico per onorare Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina non è limitarsi a deporre un fiore o condividere una loro fotografia.

È scegliere, nelle nostre vite, di non lasciare che sia la paura a decidere chi vogliamo essere.

Di non fuggire ogni volta che la verità costa.

Di non arretrare quando il bene comune chiede il nostro contributo.

Di non lasciare solo chi si espone per difendere la legalità, la dignità e la giustizia.

Il coraggio non consiste nel non avere paura.

Consiste nel decidere che esiste qualcosa che vale più della paura stessa.

È questa la memoria che non ci permette di celebrare e poi fuggire.

La memoria che ci chiede di restare davanti alle cose difficili e di abitare, ogni giorno, il rischio della responsabilità.

Nota redazionale: questo testo è un editoriale di riflessione civile. I riferimenti alla strage di via D’Amelio, alla data e alle persone uccise sono distinti dalle valutazioni dell’autore sul significato contemporaneo della memoria, del coraggio e della responsabilità. L’espressione «abitare il rischio» non intende esaltare il pericolo o il sacrificio, ma indicare la scelta di non sottrarsi alle proprie responsabilità per paura o convenienza.

FONTI UFFICIALI

  • Polizia di Stato, ricordo della strage di via D’Amelio e dei cinque poliziotti uccisi insieme a Paolo Borsellino: poliziadistato.it
  • Polizia di Stato, ricostruzione della strage del 19 luglio 1992 e memoria delle vittime: poliziadistato.it
  • Senato della Repubblica, ricordo di Paolo Borsellino e degli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina: senato.it
  • Presidenza della Repubblica, dichiarazione del Presidente della Repubblica in memoria delle vittime della strage di via D’Amelio:quirinale.it
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