Home Attualità Il Quirinale mancato di Paolo Borsellino. Cosa accadde davvero nel 1992

Il Quirinale mancato di Paolo Borsellino. Cosa accadde davvero nel 1992

Mimma Cucinotta

Nel 34° anniversario della strage di via D’Amelio, torna al centro del dibattito la vicenda del nome di Paolo Borsellino per il Quirinale nel 1992. Esponenti del Movimento Sociale Italiano lo indicarono come figura di altissimo profilo morale, ma non fu mai una candidatura ufficiale: è storicamente inesatto sostenere che la sinistra votò contro il magistrato, perché il Parlamento non fu mai chiamato a scegliere sulla sua elezione o sul suo respingimento

Oggi, 19 luglio 2026, l’Italia ricorda il 34° anniversario della strage di via D’Amelio. Alle 16.58 del 19 luglio 1992, un’autobomba imbottita di esplosivo uccise il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nel ricordo di quel sacrificio, appare doveroso ricostruire con rigore storico anche una vicenda che continua a suscitare dibattito. Ovvero quella del nome di Paolo Borsellino accostato alla Presidenza della Repubblica durante l’elezione del Capo dello Stato del 1992.

La primavera del 1992 rappresenta uno dei passaggi più drammatici e complessi della storia della Repubblica italiana. Il Paese era attraversato da una crisi politica senza precedenti, mentre le inchieste di Mani Pulite stavano incrinando gli equilibri della cosiddetta Prima Repubblica. Sullo sfondo si consumava la violenta offensiva di Cosa Nostra contro lo Stato, destinata a segnare per sempre la storia italiana.
Il 28 aprile 1992, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga rassegnò le dimissioni con circa due mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza del mandato. Il Parlamento fu quindi convocato per eleggere il nuovo Capo dello Stato a partire dal 13 maggio.
In quel momento il Paese era ancora retto dal settimo Governo Giulio Andreotti, rimasto in carica per il disbrigo degli affari correnti dopo le elezioni politiche del 5 e 6 aprile 1992. Soltanto il 28 giugno 1992 sarebbe nato il primo Governo guidato da Giuliano Amato.
Lo scenario politico era quello della fase conclusiva della Prima Repubblica. Alla guida della Democrazia Cristiana vi era Arnaldo Forlani; il Partito Democratico della Sinistra (PDS) era guidato da Achille Occhetto; il Partito Socialista Italiano (PSI) aveva come segretario Bettino Craxi; il Partito Repubblicano Italiano (PRI) era guidato da Giorgio La Malfa; la Lega Nord era guidata da Umberto Bossi, mentre il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale (MSI-DN) aveva come segretario nazionale Gianfranco Fini, eletto alla guida del partito nel 1991.
L’elezione del Presidente della Repubblica si presentò sin dall’inizio particolarmente difficile. Le principali forze parlamentari non riuscivano a trovare un’intesa su un candidato condiviso e le votazioni si susseguivano senza esito.

Il 23 maggio 1992, durante lo svolgimento delle votazioni per il Quirinale, il Paese fu sconvolto dalla strage di Capaci.

Nell’attentato mafioso persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Fu in quel clima di profonda commozione nazionale che il nome del giudice Paolo Borsellino, Procuratore aggiunto della Repubblica a Palermo e protagonista, insieme a Falcone, della stagione del pool antimafia, iniziò a circolare anche nel dibattito politico.
Esponenti del Movimento Sociale Italiano, guidato da Gianfranco Fini, indicarono pubblicamente Borsellino come personalità capace di rappresentare lo Stato nel momento più difficile della sua storia repubblicana. Il riferimento al magistrato intendeva riconoscere il prestigio morale e istituzionale acquisito nella lotta contro Cosa Nostra.
È proprio su questo passaggio che, negli anni successivi, si sono sviluppate ricostruzioni spesso imprecise.
Dal punto di vista storico e parlamentare, PaoloBorsellino non fu mai candidato ufficialmentealla Presidenza della Repubblica. Nessun accordo tra le forze politiche portò alla formalizzazione della sua candidatura e il suo nome non entrò mai tra quelli realmente oggetto della trattativa che avrebbe condotto all’elezione del Capo dello Stato.
Di conseguenza, è storicamente inesatto sostenere che la sinistra votò contro Paolo Borsellino. Non vi fu alcun manifesto dissenso nè alcuna votazione nella quale il Parlamento fosse chiamato a scegliere se eleggere o respingere il magistrato palermitano. L’indicazione proveniente da esponenti del MSI rimase una proposta di carattere politico senza trasformarsi in una candidatura ufficiale sottoposta al voto dell’Assemblea.
Dopo la strage di Capaci maturò invece una convergenza sempre più ampia sul nome di Oscar Luigi Scalfaro, allora Presidente della Camera dei deputati. La necessità di offrire rapidamente al Paese una guida istituzionale condivisa convinse gran parte delle forze parlamentari a superare le divisioni dei giorni precedenti.
Il 25 maggio 1992, al sedicesimo scrutinio, Oscar Luigi Scalfaro fu eletto Presidente della Repubblica con 672 voti, raccogliendo un consenso trasversale che coinvolse la Democrazia Cristiana, il Partito Democratico della Sinistra, il Partito Socialista Italiano e numerose altre componenti parlamentari.

I magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, anche Paolo Borsellino sarebbe caduto sotto i colpi di Cosa Nostra nella strage di via D’Amelio, insieme agli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nel trentaquattresimo anniversario della strage di via D’Amelio, la documentazione parlamentare e le cronache dell’epoca consentono di distinguere con chiarezza tra il valore che il nome di Paolo Borsellino assunse in quei giorni drammatici e l’effettivo svolgimento della vicenda istituzionale. Il magistrato ribadiamo fu indicato da esponenti del Movimento SocialeItaliano come figura esemplare dello Stato, ma quella proposta non si tradusse mai in una candidatura formalmente sostenuta dal Parlamento. Per questo motivo non esiste alcun riscontro storico alla tesi secondo cui la sinistra avrebbe dissentito e votato contro la sua elezione al Quirinale.
Ma la figura del giudice Paolo Borsellino e il proprio sacrificio continuerà ad incarnare il patrimonio dell’intera Repubblica a a restare indissolubilmente tra le figure più alte della legalità e della lotta dello Stato contro la mafia.

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