Nel centenario della sua nascita, un ritratto del filosofo e saggista che ha intrecciato mito, spiritualità, antropologia e simbolo in una delle riflessioni più originali del Novecento
Elemire Zolla. Un riferimento per il mondo degli archetipi che ha tracciato vie e viaggi. Ha percorso le emozioni degli uomini e delle civiltà. Sono trascorsi cent’anni dalla nascita. Un secolo da quel 9 luglio 1926 a Torino. Elémire Zolla non è stato uno studioso. È stato un veggente che ha usato i libri come strumenti. È morto a Montepulciano il 29 maggio 2002, ma non è andato via. È rimasto lì, nel punto in cui il pensiero smette di spiegare e comincia a mostrare. Coincidenze e sincronismi costituiscono il cuore della realtà.
Zolla scrive: “Nel cuore della realtà vigono soltanto coincidenze, sincronismi. Il balenare di un’aura accompagna le coincidenze che notiamo nella vita ordinaria perché oscuramente intuiamo che attraverso di essa si manifesta una verità più riposta e se ne resta esaltati: il momento appare glorioso”. Qui sta tutta la sua metafisica.
La realtà non è concatenazione di cause. È rete di corrispondenze. Il tempo non scorre. Lampeggia. Siamo chiamati a riconoscere quei lampi. Non a possederli. Il “momento glorioso” è ierofania laica. È il sacro che fora il quotidiano senza chiedere permesso.
Contro secoli di dogmatismo, Zolla propone un atto: “Forare lo spazio che su di noi hanno curvato secoli e secoli di dogmatismo è l’atto più bello che si possa compiere”. Forare. Non abbattere. Aprire un varco. Far passare la luce. Nella imperfetta parola si trova la metafora del linguaggio.
Zolla diffidava della parola: “La parola è un tramite imperfetto… una danza, uno sguardo, un gesto, un’immagine, una sensazione possono essere più propizi”. La filosofia, per lui, non nasce dal concetto. Nasce dall’esperienza. L’archetipo non si definisce. Si incarna. Per questo Zolla attraversa religioni, sciamanesimi, alchimie, poeti. Non per comparare. Per cercare la stessa scena che ritorna sotto nomi diversi. La danza della tarantata. Lo sguardo del mistico. Il gesto del pellegrino. L’immagine onirica che torna ogni notte. Sono epifanie. Sono la verità più riposta che si fa carne per un attimo.
Bisogna comunque uscire dalla prigione del pensiero.
Zolla non propone dottrine. Propone un esercizio: “Esplorando le più svariate credenze e i sentimenti ad esse radicate con un’ininterrotta pratica mentale si può suscitare la coscienza a rispecchiarsi in se stessa, e cessare di essere ostaggi dei propri pensieri ed emozioni”. È ascesi laica. È filosofia come tecnica di libertà. Non si tratta di accumulare saperi. Si tratta di svuotare. Di guardare il pensiero finché il pensiero smette di guardare noi. Solo allora la coscienza si specchia. E vede che non è il rumore. È lo spazio in cui il rumore passa. Tutto si manifesta nella nostalgia.
In Zolla c’è una nostalgia. Ma non è nostalgia storica. È nostalgia ontologica. È la nostalgia della umana completezza. Dell’uomo che non era diviso tra corpo e spirito, tra mito e ragione, tra sacro e quotidiano. Zolla attraversa l’Occidente e l’Oriente non per sincretismo. Per ritrovare i frammenti di un unico vaso rotto. Gli archetipi sono quei frammenti. Non sono idee. Sono forze. Vivono in scene, colori, ritmi: “Si può imparare a conoscere gli archetipi, non con frasi, ma grazie a vivide scene, a fisionomie precise, a colori e a ritmi fusi in una situazione”.
Da qui il passaggio necessario: dagli archetipi alla visione onirica. Il sogno, per Zolla, non è evasione. È grammatica originaria. È il luogo dove l’anima parla la sua lingua prima della parola. È il labirinto in cui si compie la prova. Come in Eliade. Come in Kerényi. Attraversarlo significa tornare interi. Zolla resta un maestro scomodo. A cent’anni dalla nascita Zolla resta scomodo. Ha costruito sentieri. Non ha dato risposte. Nel tempo delle ideologie. Lui ha parlato di esperienza.
Nel tempo della tecnica, lui ha parlato di aura. Nel tempo della specializzazione, lui ha parlato di totalità. Il suo pensiero è ponte tra antropologia, filosofia, mistica e poesia. Legge Eliade e lo porta nel corpo. Legge Jung e lo porta nel rito. Legge i mistici e li riporta alla piazza. Non è eclettismo. È fedeltà a un’unica intuizione perché la realtà è simbolica. E se la smettiamo di leggerla come simbolo, muore. Zolla non ci lascia un sistema. Ci lascia un gesto. Uno sguardo. Una danza. Un’immagine. E la fiducia in cui, se pratichiamo con costanza, la coscienza un giorno si specchierà. E smetteremo di essere ostaggi. E torneremo, finalmente, completi.
Zolla era nato a Torino il 9 luglio del 1926. È scompardo a Montepulciano il 29 maggio del 2002.
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