di Susanna Consolo
Trent’anni fa a Niseko. Betulle e boschi ovattati, riscaldata dal fumo dei nabe e dal tepore degli onsen, un tempo metafisico del paesaggio, in un viaggio che custodisce il sublime del Giappone più autentico
C’è una parola che circola oggi con leggerezza apparente, ma che racchiude una densità geografica, climatica e simbolica rara. GIAPOW, contrazione anglofona di Japan Powder, non designa semplicemente una qualità della neve. Allude a uno stato dell’esperienza, a una soglia, a una forma di sottrazione. Come spesso accade, il nome è arrivato dopo. La realtà che intende nominare esisteva già, silenziosa e indifferente allo sguardo umIl luogo in cui questa parola trova la sua espressione più compiuta è Niseko, sull’isola di Hokkaidō, l’estremo settentrione del Giappone.
Lontana dai centri che hanno costruito l’immaginario canonico dell’arcipelago, Hokkaidō si presenta come una terra marginale, severa e trattenuta. Le correnti gelide provenienti dalla Siberia attraversano il Mar del Giappone, si caricano di umidità e, incontrando la catena montuosa dell’isola, si trasformano in nevicate continue. La neve che cade a Niseko è celebre per la sua leggerezza assoluta, per la secchezza estrema dei cristalli. Non oppone resistenza, accoglie il movimento e lo dissolve.
La stagione sciistica si estende da fine novembre sino alla primavera. Tra gennaio e febbraio le temperature restano stabilmente sotto lo zero e la neve cade spesso di notte, come se il mondo venisse riscritto quando nessuno osserva. Al mattino la montagna appare rinnovata, priva di continuità con il giorno precedente. Ogni curva sulla neve lascia tracce destinate a dissolversi.
Quando arrivai qui per la prima volta, a febbraio, oltre trent’anni fa, Niseko non era ancora inscritta in alcuna narrazione. Il termine GIAPOW non esisteva, né esisteva una consapevolezza diffusa del carattere eccezionale di questi luoghi. Niseko era un insieme di villaggi discreti, pensioni a conduzione familiare, impianti di risalita lenti e sobri. Sciavo tra i boschi, seguendo l’intuizione più che le mappe, e camminavo tra sentieri ovattati, entrando nei boschi con naturalezza. Le betulle, rade e verticali, lasciavano filtrare una luce opaca. La neve cadeva senza interruzione e il suono degli sci si perdeva immediatamente. In quella rarefazione, il tempo si disponeva in modo inatteso.
La sera mi conduceva agli onsen, le sorgenti termali che in Giappone costituiscono una pratica culturale. Il corpo, immerso nell’acqua calda all’aperto, si trovava in uno stato sospeso, mentre la neve continuava a cadere. La montagna si percepiva come presenza con cui coesistere. Questo atteggiamento trova un fondamento profondo anche nella cultura Ainu, il popolo indigeno di Hokkaidō, per il quale il paesaggio è attraversato da forze invisibili, da presenze che esigono rispetto e silenzio.
Nei villaggi che circondano Niseko, come Kutchan o Rankoshi, il Giappone si manifesta in una forma quotidiana…trattenuta. I templi shintoisti emergono dalla neve senza teatralità. Le stazioni ferroviarie di legno sembrano appartenere a un tempo non del tutto definibile. Tutto appare come se fosse rimasto lievemente fuori asse rispetto alla modernità, in una scansione temporale diversa.

In un simile contesto, il richiamo letterario emerge con naturalezza. Il paese delle nevi di Yasunari Kawabata affiora senza essere convocato. Non come riferimento colto, ma come consonanza. Quella bellezza rarefatta, quasi impietosa nella sua purezza, si avverte sciando sotto una nevicata continua, quando l’orizzonte si accorcia e il mondo sembra ridursi a pochi metri di visibilità e a un respiro che diventa misura.
La gastronomia di Hokkaidō si inscrive in questa dimensione. Dopo una giornata nella neve, il ramen di miso, profondo e caldo. I nabe che richiedono lentezza. Il pesce crudo di una freschezza essenziale, il granchio reale, il salmone, i ricci di mare. Il sake, spesso servito caldo, accompagna il silenzio serale mentre l’inverno continua il suo lavoro invisibile.
Negli anni, Niseko ha attratto gli sciatori più raffinati. Atleti come Candide Thovex, Sam Anthamatten, Nicolas Vuignier, Sverre Liliequisjt e JP Auclair hanno attraversato queste montagne, contribuendo a rendere visibile ciò che a lungo era rimasto appartato. La montagna conserva una capacità singolare di sottrazione. Non si lascia afferrare, neppure quando viene osservata, raccontata, filmata.
Oggi Niseko è più frequentata, più attrezzata, più consapevole della propria attrazione. Ma basta deviare di poco, entrare in un bosco, fermarsi mentre la neve cade, per avvertire che ciò che conta non è mutato. GIAPOW non coincide con una destinazione. È un’esperienza di distanza, un viaggio che attraversa un tempo sospeso, un altrove che non appartiene al presente né del tutto al passato, e che continua ad attrarre chi è disposto a lasciarsi attraversare.
*già docente universitaria

