Home Attualità Quando cade il “custode”: il caso Garante Privacy e la crepa che allontana i cittadini dallo Stato

Quando cade il “custode”: il caso Garante Privacy e la crepa che allontana i cittadini dallo Stato

Francesco Mazzarella

In Italia la parola “privacy” non è un dettaglio tecnico. È diventata, nel tempo digitale, una promessa di tutela: che qualcuno vigili mentre i nostri dati viaggiano tra piattaforme, sanità, lavoro, scuola, telemarketing, intelligenze artificiali. Per questo la notizia del 15 gennaio 2026 pesa più di molte altre. Perché riguarda proprio chi, per missione, dovrebbe essere “il guardiano”: il Garante per la protezione dei dati personali.

Oggi la Guardia di Finanza ha effettuato perquisizioni e acquisizioni nella sede dell’Autorità, nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma che – secondo quanto riportato da più fonti – vede indagati il presidente Pasquale Stanzione e gli altri componenti del Collegio. I reati ipotizzati, sempre secondo le ricostruzioni pubblicate, sono peculato e corruzione.

C’è anche una frase, secca, che rimbalza nelle agenzie: Stanzione si è detto “assolutamente tranquillo”. È un diritto, è una posizione, è una linea difensiva possibile. Ma non è questo il punto, almeno non solo. Il punto è l’effetto collettivo di una scena che, nell’immaginario pubblico, ha un impatto quasi simbolico: la perquisizione dentro l’ufficio dell’Autorità chiamata a vigilare su correttezza, limiti, trasparenza.

Secondo varie testate, l’inchiesta si inserirebbe in un contesto già segnato da tensioni emerse anche a seguito di servizi giornalistici di Report. Alcune ricostruzioni citano esplicitamente che l’indagine sarebbe partita “in seguito ai servizi di Report”.   E il riferimento, per data e titolo, è facilmente identificabile: “La privacy del Garante”, servizio di Report del 23 novembre 2025, disponibile su RaiPlay.

È qui che la cronaca diventa una domanda più grande: cosa succede quando il cittadino vede incrinarsi – anche solo per ipotesi investigative – la credibilità di un’istituzione che dovrebbe proteggerlo? Cosa succede quando il controllore viene controllato, e lo spettacolo pubblico è fatto di perquisizioni, sequestri di dispositivi, contestazioni, rimborsi, spese, sospetti? (Dettagli che alcune testate riportano come oggetto di accertamento, e che naturalmente dovranno essere verificati nelle sedi competenti.)

Succede una cosa semplice e drammatica: cresce la disaffezione. E la disaffezione non nasce solo dalla corruzione accertata (quando c’è), ma dalla percezione di un sistema che non sa più essere limpido, sobrio, credibile. Basta l’idea che anche “lì” – dove dovrebbe esserci rigore – possa annidarsi un uso disinvolto del potere o delle risorse, e il cittadino arretra di un passo. Poi di un altro. Poi smette di credere che lo Stato sia casa. E la politica, di riflesso, non appare più come servizio, ma come recinto.

C’è un dettaglio che rende questa vicenda ancora più sensibile: negli stessi giorni, il rapporto tra Report e Garante è stato raccontato anche attraverso un altro fatto, molto tecnico ma molto politico nella sostanza. Il 9 gennaio 2026 diverse testate hanno dato conto di una decisione della Cassazione nel contenzioso legato al caso Report, sottolineando il tema dei limiti temporali entro cui un’Autorità può esercitare il proprio potere sanzionatorio, richiamando principi di certezza del diritto e diritto di difesa.

Qui non si tratta di “buoni contro cattivi”. Si tratta di capire che, quando la macchina pubblica appare senza tempo, senza freni, senza controlli, il cittadino si sente piccolo. E quando, al contrario, chi dovrebbe garantire sembra vulnerabile a sospetti su spese e comportamenti, il cittadino si sente tradito. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: distanza.

È necessario dirlo con chiarezza, per onestà e per civiltà giuridica: un’indagine non è una condanna. Le persone indagate hanno diritto a difendersi, e lo Stato ha il dovere di accertare senza spettacolarizzare. La presunzione di innocenza non è un favore: è la misura minima di un Paese adulto.

Ma anche questa precisazione, per quanto doverosa, non cancella l’impatto emotivo e sociale di certe notizie. Perché la fiducia non funziona come un interruttore acceso/spento. La fiducia funziona come un tessuto: si sfilaccia con gli strappi ripetuti, e a un certo punto non basta più “riparare”, serve ricucire.

E allora la domanda diventa: perché queste vicende fanno così male alla relazione tra cittadini e istituzioni?

Perché la democrazia non vive di soli atti amministrativi. Vive di percezioni, di esperienza quotidiana, di coerenza. Un cittadino può tollerare la fatica di un ufficio pubblico, può perfino sopportare una procedura macchinosa. Ma fatica a tollerare l’idea che chi chiede rigore non lo pratichi. La disaffezione nasce lì: nel doppio standard percepito. “Io devo rispettare regole, moduli, scadenze. Loro possono permettersi opacità.” Anche quando questa opacità è ancora solo ipotizzata, la ferita simbolica resta.

E nel caso del Garante Privacy la ferita è amplificata da un paradosso: siamo nell’epoca in cui i dati personali valgono come denaro, a volte più del denaro. Il cittadino consegna tracce di sé continuamente: identità, abitudini, posizione, preferenze, fragilità. La privacy non è più un lusso. È una forma moderna di dignità.

Per questo un’Autorità come il Garante non è percepita come un ufficio qualsiasi: è percepita come un presidio. Un confine. Un luogo che dovrebbe avere una sobrietà quasi “sacra” nel senso laico del termine: il rispetto assoluto di ciò che è affidato.

Quando quel presidio entra in una pagina di cronaca giudiziaria, l’effetto non è soltanto “che brutta figura”. L’effetto è più sottile: la persona comune comincia a pensare che tutto sia negoziabile. Che perfino le Autorità indipendenti – quelle che dovrebbero essere distanti dalla politica e dai poteri economici – possano avere zone d’ombra. E quando tutto appare negoziabile, l’unica scelta che resta al cittadino è difensiva: disinteressarsi, ritrarsi, smettere di partecipare.

La disaffezione è una malattia silenziosa: non fa rumore come una protesta, ma svuota lentamente le urne, le associazioni, le parrocchie civiche, i luoghi di confronto. Il cittadino disaffezionato non urla: si spegne. E quando si spegne, la politica diventa terreno per pochi, spesso per i più organizzati, talvolta per i più aggressivi. Così il circolo vizioso si chiude: meno partecipazione, più potere concentrato, meno controllo sociale, più rischio di scivolare in nuove opacità.

C’è un’altra dimensione: la privacy è uno dei pochi temi che tocca insieme tecnologia e vita reale. Quando la fiducia nelle istituzioni che regolano la tecnologia crolla, il cittadino si sente doppiamente vulnerabile: vulnerabile davanti alle piattaforme e vulnerabile davanti allo Stato. Da un lato teme di essere profilato, tracciato, venduto; dall’altro teme che chi dovrebbe proteggerlo non sia inattaccabile, e forse nemmeno coerente. Non è solo sfiducia: è senso di abbandono.

In questo scenario, perfino la parola “politica” paga il conto, anche quando la politica istituzionale non è direttamente coinvolta. Perché, nel sentire comune, le Autorità pubbliche fanno parte della stessa “sfera”: lo Stato. E lo Stato, per molta gente, è un’esperienza unitaria. Quando un pezzo si incrina, l’immagine dell’intero ne risente.

E qui sta il nodo più serio: non è più tempo di trattare queste vicende come “casi isolati” o “mele marce”. Ogni episodio – vero o presunto – cade su un terreno già secco, già provato da anni di scandali, inefficienze, promesse non mantenute. In un terreno secco, basta una scintilla per bruciare ettari.

Che cosa può evitare che questa storia diventi un altro chiodo nel feretro della fiducia?

Due cose, molto concrete.

La prima è la trasparenza radicale. Non comunicati generici. Non frasi di rito. Trasparenza significa rendere comprensibile ai cittadini come funzionano spese, rimborsi, procedure, controlli interni. Significa adottare standard di rendicontazione che non siano solo conformi alla legge, ma superiori, esemplari. Perché l’esemplarità, nelle istituzioni di garanzia, non è retorica: è parte della missione.

La seconda è la responsabilità relazionale: capire che ogni atto pubblico è anche un atto comunicativo, e che la comunicazione non è propaganda. È cura del legame. Quando la gente vede solo opacità e linguaggio difensivo, sente che nessuno la sta rispettando davvero. Quando invece vede chiarezza, sobrietà, capacità di dire “qui abbiamo sbagliato” oppure “qui dimostreremo che non è così”, allora la fiducia può tornare ad avere un appiglio.

E qui si misura anche la maturità della politica: non nel fare tifoserie, non nell’usare un’indagine per regolare conti, ma nel difendere due valori insieme: l’autonomia della magistratura e la credibilità delle istituzioni. Perché lo Stato non si difende coprendo, si difende illuminando. E la politica non si salva attaccando sempre qualcun altro: si salva quando torna ad essere percepita come un servizio, non come un vantaggio.

Il punto più delicato, però, riguarda noi cittadini. Siamo tentati, davanti a notizie così, di dire: “Ecco, sono tutti uguali.” È una frase che sembra proteggere, perché chiude il discorso e riduce la delusione. Ma è una frase che fa un danno enorme: consegna il Paese alla rassegnazione.

Dire “tutti uguali” è l’anticamera del “non cambia niente”. E “non cambia niente” è il terreno ideale per chi vuole cambiare tutto in peggio: con cinismo, con populismi facili, con scorciatoie autoritarie, o con quel nichilismo elegante che ridicolizza ogni impegno.

La domanda allora non è solo “chi ha fatto cosa” – che sarà compito degli inquirenti e dei giudici accertare – ma “che tipo di Stato vogliamo essere dopo questa notizia”. Uno Stato che vive di immunità morali presunte, o uno Stato che accetta di essere verificato, controllato, messo alla prova, e proprio per questo diventa più solido?

Se c’è una speranza possibile, sta qui: trasformare ogni crepa in un’occasione per rafforzare le regole e la cultura della sobrietà pubblica. Non con moralismi, ma con strumenti: audit, controlli, limiti chiari, procedure semplici e pubbliche, rendicontazioni accessibili. Perché la vera anti-corruzione non è solo penale: è preventiva, organizzativa, culturale. È un modo di governare.

E la vera risposta alla disaffezione non è chiedere fiducia. È meritarsela. Ogni giorno. Anche quando costa. Soprattutto quando costa.

Oggi, mentre leggiamo di perquisizioni e indagini al Garante Privacy, possiamo scegliere due strade: la strada della resa (“non mi interessa più nulla”) o la strada della vigilanza civile (“mi interessa eccome, perché è casa mia”).

La seconda è più faticosa, ma è l’unica che impedisce alla distanza di diventare abbandono. La politica autentica ricomincia sempre così: dal cittadino che non spegne il cuore, e dall’istituzione che non spegne la coscienza.

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