Nel ricordo di Marco Fatuzzo, maestro di spiritualità e politica: a Siracusa il MPPU rilancia il coraggio di un “noi” inclusivo, più forte delle appartenenze. E l’assenza delle istituzioni diventa una domanda pubblica
Siracusa, Santuario della Madonna delle Lacrime, sala “Papa Giovanni Paolo II”. Un luogo che, prima ancora delle parole, chiede silenzio interiore. E lì, nel pomeriggio del 24 gennaio 2026, si è tenuto un convegno dal titolo semplice e impegnativo come una promessa: “Ricostruire la speranza e la fiducia in una politica autentica”. Espressioni spesso ripetute fino a perdere consistenza. Eppure, in quella sala, hanno ripreso peso. Non perché qualcuno le abbia “spiegate” meglio, ma perché sono state dette dentro un’esperienza, dentro storie, dentro scelte.
Il convegno era dedicato a Marco Fatuzzo, già sindaco di Siracusa e riferimento del Movimento Politico per l’Unità (MPPU). Un uomo che non è stato ricordato con l’oleografia di chi se n’è andato, ma con la responsabilità di chi resta: provare a portare avanti ciò che ha seminato, senza nostalgia e senza retorica.
E tuttavia, proprio perché l’incontro parlava di politica “autentica”, un dato ha colpito subito e non può essere taciuto: nessuna istituzione era presente. Nessun rappresentante politico-amministrativo, nessun segnale visibile di partecipazione ufficiale. Non è un dettaglio di protocollo: è un indicatore culturale. È il segno di una distanza che fa male, soprattutto quando una comunità si mette in cammino per ricucire fiducia e chiede—con dignità—di essere ascoltata.
Non si tratta di puntare il dito. Si tratta di dire la verità: quando le istituzioni non si siedono in sala, non è solo una sedia vuota. È una relazione che manca. Ed è proprio la relazione, oggi, la sostanza più fragile della politica.
Dentro questa assenza, la memoria di Marco Fatuzzo non è stata “un ricordo” in senso emotivo. È stata una domanda: che tipo di politica abbiamo tradito, e che tipo di politica possiamo ancora scegliere?
Chi era Marco Fatuzzo: la politica come servizio, non come palcoscenico
Marco Fatuzzo è stato sindaco di Siracusa negli anni Novanta, e ha portato nella vita pubblica un tratto raro: la sobrietà dell’amministratore e la profondità dell’uomo di coscienza. Non un politico da slogan, ma un uomo capace di tenere insieme la concretezza della gestione e l’esigenza di un orizzonte ideale. Per molti, questo è il punto: Fatuzzo non separava la spiritualità dall’impegno civile. Non per “mettere Dio in politica”, ma per impedire alla politica di diventare disumana.
Ecco perché, nel messaggio che circolava dopo l’evento, è stata usata un’espressione forte e vera: “Marco Fatuzzo maestro di spiritualità e politica”. Perché in lui la spiritualità non era fuga dal mondo: era il modo di starci dentro senza perdere l’umano.
In questo quadro si inserisce un dato che aiuta a capire meglio la sua impronta: l’influenza del pensiero e delle opere di Domenico Mangano, Tommaso Sorgi e Igino Giordani, riferimenti che hanno segnato un’idea di impegno pubblico centrata sulla fraternità, sulla responsabilità e sul primato della persona.
Marco Fatuzzo e Roberto Mazzarella: un legame che spiega un metodo
Viene naturale, per coloro che sanno leggere gli eventi legare e collegare a questa giornata il rapporto stretto e profondo tra Marco Fatuzzo e Roberto Mazzarella. Non un’amicizia ornamentale. Un’alleanza umana e ideale. Un confronto costante tra due uomini che hanno creduto nella politica come forma alta di servizio.
E qui Roberto Mazzarella merita di essere raccontato per ciò che è stato davvero, perché la sua figura illumina anche quella di Marco: Roberto era definito “lo spacciatore di speranza”. Un soprannome che dice tutto: non l’ingenuità dell’ottimismo, ma la capacità di distribuire coraggio quando il contesto ti spinge al cinismo.
Roberto Mazzarella è stato giornalista di intuito eccezionale, con una capacità comunicativa verso le nuove generazioni fuori dal comune: sapeva parlare ai ragazzi senza paternalismi, e sapeva ascoltarli senza trasformarli in un “tema” da convegno. Aveva quella dote rara di chi capisce prima dove sta andando il mondo e prova a costruire anticorpi culturali e relazionali.
Non solo: è stato coordinatore di rete, capace di tenere insieme persone e realtà diverse, facendo della comunicazione un ponte e non un’arma. E ha scritto libri che, già dai titoli, sono una dichiarazione di campo: “L’uomo d’onore non paga il pizzo” e “Arcipelago Palermo”. Due opere che raccontano una Sicilia che non si rassegna, che non romanticizza la mafia, che non scambia la paura per normalità; una Sicilia che prova a chiamare le cose con il loro nome e, proprio per questo, prova a cambiare davvero.
Questo legame tra Marco e Roberto è essenziale perché spiega una cosa: la politica autentica non nasce dai programmi perfetti, nasce da relazioni forti, da persone che si sostengono a vicenda nel non tradire l’ideale. È una lezione attualissima. Perché oggi la politica muore soprattutto quando si isola, quando diventa solitudine di potere, quando perde compagni di strada capaci di dirti la verità.
Un convegno che non ha “parlato di politica”: l’ha rimessa a terra
L’apertura, affidata a Giancarlo Bellina (Co-Presidente MPPU Sicilia), ha segnato subito la direzione: non una passerella, ma un tentativo di rimettere in circolo parole-responsabilità—fiducia, speranza, fraternità—senza trasformarle in marketing.
Il momento di ricordo, con la testimonianza di Franco Sciuto (neuropsichiatra infantile), ha riportato la politica alla sua origine più concreta: la fragilità, la cura, l’educazione. Perché una società che non protegge l’umano, poi non può lamentarsi se cresce il disumano.
L’intervento di Argia Albanese (Presidente MPPU Italia) ha aperto una prospettiva chiara: oggi servono “nuove prospettive” non per cambiare linguaggio, ma per cambiare postura. La politica come luogo che genera comunità, non come meccanismo che seleziona vincitori e sconfitti.
E poi le testimonianze di iniziative concrete nel territorio: Alfio Di Pietro (Associazione CoGovernance Ragusa), Donata Stracquadani e Salvatore Brullo (Coop. FO.CO.). Storie diverse, unite da un filo comune: non solo idee, ma pratiche; non solo analisi, ma cantieri sociali reali.
In quel momento, l’assenza delle istituzioni ha assunto un valore ancora più evidente: mentre i rappresentanti pubblici non c’erano, chi costruisce comunità raccontava risultati, limiti, errori e ripartenze. È una frattura che non può diventare normalità.
Gli “estremisti del dialogo” e il “noi politico inclusivo”: la politica che disarma
Tra le espressioni più forti emerse nel dibattito, due restano come punti fermi.
La prima: “il segno di speranza rappresentato dagli estremisti del dialogo”. In un tempo di polarizzazione, l’estremismo più raro è la fedeltà al confronto vero: ascoltare senza ridicolizzare, dissentire senza disumanizzare, costruire senza urlare. È un estremismo che non distrugge: ricuce.
La seconda: “la bellezza di un noi politico inclusivo più forte delle singole appartenenze”. Qui c’è la sintesi: l’unità non come uniformità, ma come capacità di fare spazio. E qui, ancora una volta, il legame Marco–Roberto diventa emblematico: perché un “noi” inclusivo non nasce da un manifesto, nasce da relazioni che allenano al noi, ogni giorno, senza teatralità.
Dal locale al globale: la forza al posto delle regole, e il rischio del disumano
Un altro passaggio centrale del convegno ha allargato il quadro: il crescente slittamento del sistema internazionale verso la logica della forza, più che delle regole e dei valori. Un tema che si è intrecciato con le preoccupazioni sul “prevalere del disumano” e con la necessità di una reazione culturale e civile capace di rimettere al centro la dignità della persona.
In questa cornice, il richiamo a un discorso del primo ministro canadese è stato usato come esempio di come la politica possa ancora parlare con un linguaggio non cinico, non aggressivo, non vuoto: un linguaggio che tenta di unire senza manipolare.
Seconda parte: dialogo alto e dibattito con il pubblico
Nella seconda parte, il dialogo con Pasquale Ferrara (già Direttore Generale Affari Politici e Sicurezza MAECI) e Salvo Adorno (Università di Catania, presidente della Società Italiana di Storia Ambientale) ha dato profondità e respiro, tenendo insieme geopolitica, cultura, ambiente e responsabilità storica.
Il dibattito con il pubblico, infine, ha confermato ciò che spesso si finge di non vedere: la domanda di politica autentica è viva, ma cerca luoghi credibili. Cerca persone credibili. Cerca comunità capaci di non arrendersi.
Conclusioni: la speranza non è un sentimento, è una scelta organizzata
Le conclusioni di Carla Mazzola (Presidente MPPU Sicilia) hanno chiuso il cerchio: non basta indignarsi per la sfiducia. Bisogna costruire fiducia, con pazienza e responsabilità.
E qui torna, inevitabile, la domanda che resta sospesa: perché nessuna istituzione era presente? Perché la politica, se non ascolta i luoghi dove si coltiva il bene comune, finisce per perdere il contatto con la realtà e con le persone.
Ieri, nel ricordo di Marco Fatuzzo, e dentro il segno profondo della sua amicizia con Roberto Mazzarella—“spacciatore di speranza”, giornalista di intuito straordinario, autore capace di chiamare la mafia per nome e insieme di parlare ai giovani con verità—si è intravisto un metodo. Un metodo semplice e impegnativo: ricostruire il noi.
La speranza, in fondo, non è una frase di chiusura. È una responsabilità quotidiana. E se davvero vogliamo onorare Marco Fatuzzo, non basta ricordarlo: bisogna scegliere—oggi—di essere parte di questa ricostruzione.

