Home In Evidenza Desiderio sotto assedio: tra AI che decide, iperstimoli che spengono e mercato che “accende” al posto nostro

Desiderio sotto assedio: tra AI che decide, iperstimoli che spengono e mercato che “accende” al posto nostro

Francesco Mazzarella

Se il desiderio diventa un telecomando in mano ad altri, la libertà interiore non si perde tutta insieme: si spegne a piccole concessioni. Ma si può riaccendere, con pratiche semplici, radicali e quotidiane, anche nel digitale

C’è una parola che oggi rischia di diventare un’ombra: desiderio. Non perché l’essere umano abbia smesso di desiderare, ma perché ha smesso di riconoscere da dove nasce ciò che chiama “voglia”, “motivazione”, “bisogno”. In molti casi il desiderio non sparisce: cambia proprietario. Si sposta. Viene spinto, tirato, programmato, sedotto, gestito. E noi, quasi senza accorgercene, diventiamo spettatori di noi stessi: reattivi, accelerati, pieni di stimoli eppure poveri di senso. Dentro questo scenario, la tua analisi mette a fuoco tre forze che, intrecciate, stanno riscrivendo la psicologia quotidiana: l’AI come dispositivo che orienta scelte e tempi (una traiettoria “postumana”, dove il soggetto rischia di essere delegato), il sovraccarico di stimoli che abbassa il desiderio (neurobiologia, dopamina, stress, attenzione frammentata), e l’induzione di desideri dall’esterno operata dal mercato (filosofia sociale, economia dell’attenzione, consumo identitario). Il punto non è demonizzare la tecnologia o il mercato, ma capire la dinamica: quando questi tre vettori si sommano, ciò che si incrina non è solo il benessere, è la libertà interiore. E senza libertà interiore, anche le relazioni – perfino quelle “piene” di messaggi – diventano vuote.

La prima dinamica psicologica che vedo è lo slittamento del baricentro: dal “io scelgo” al “mi accade”. È un passaggio sottile, perché può sembrare persino comodo. L’AI suggerisce, organizza, anticipa; gli algoritmi semplificano; le piattaforme ottimizzano; tutto è più efficiente. Ma l’efficienza, quando diventa criterio assoluto, produce una conseguenza emotiva precisa: la riduzione dell’attrito deliberativo. L’attrito è quel piccolo sforzo che ci costringe a chiederci “perché lo voglio?”, “che cosa mi sta muovendo?”, “a cosa sto dicendo sì?”. Se l’attrito scompare, le decisioni diventano scelte automatiche. E quando le scelte diventano automatiche, il desiderio si appiattisce: non è più una sorgente, è una risposta. Qui nasce una forma moderna di eterodirezione: non più qualcuno che comanda apertamente, ma un sistema che orienta silenziosamente. Il risultato psicologico tipico è un locus of control esterno: la sensazione che la mia vita sia sempre un po’ “guidata da fuori”. E quando il controllo è percepito esterno, si riduce l’iniziativa, si indebolisce la volontà, cresce la procrastinazione mascherata (“non inizio perché tanto poi…”), e si apre la porta a una stanchezza esistenziale che non è depressione clinica ma assopimento del senso.

La seconda dinamica è neurobiologica e insieme esistenziale: l’iperstimolazione produce assuefazione e, paradossalmente, anedonia. Il cervello umano è plastico: si adatta. Se lo nutriamo di micro-ricompense rapide, di novità continue, di contenuti sempre nuovi, si alza la soglia di attivazione. Ciò che prima accendeva, ora non basta più. E allora cerchiamo più stimolo, più velocità, più intensità. Non per cattiveria, ma per regolazione interna: per sentire qualcosa. È un circuito che somiglia a un “doping dell’attenzione”: non ci rende più vivi, ci rende più dipendenti. Dal punto di vista del desiderio, questa dinamica crea un fenomeno brutale: confonde l’eccitazione con la direzione. Ci eccitiamo facilmente, ma non sappiamo dove andare. Abbiamo impulsi, ma non vocazioni. Siamo accesi, ma non orientati. E quando la vita diventa una sequenza di impulsi, le relazioni ne pagano il prezzo: perché una relazione vera richiede lentezza, presenza, tolleranza della frustrazione, capacità di stare dentro un tempo non ottimizzato. Il sovraccarico, invece, ci addestra all’istantaneità. E l’istantaneità, in amore, in amicizia, nella fraternità, diventa un veleno gentile: ti illude di esserci mentre in realtà ti frammenta.

La terza dinamica è culturale e psicologica insieme: l’induzione del desiderio da parte del mercato non riguarda solo “cose” da comprare, ma identità da indossare. Qui la filosofia sociale è chiarissima: il consumo contemporaneo non vende oggetti, vende significati. Vende appartenenza, status, narrazione personale: “diventa quello che vuoi, se compri questo”. Quando il desiderio viene industrializzato, il soggetto rischia di sostituire la domanda “chi sono?” con “che immagine devo mantenere?”. E così si entra in una psicologia performativa: non vivo per sentire, vivo per apparire coerente con un personaggio. Questo produce due effetti: il primo è la comparazione costante, perché il mercato si nutre di confronto; il secondo è l’erosione dell’intimità, perché l’intimità non è performativa. L’intimità vera non è instagrammabile: è fragile, ambivalente, piena di silenzi, fatta di piccoli gesti che non generano like. Lì il mercato non guadagna. E allora spinge verso surrogati: “connessioni” senza vincolo, “contatti” senza responsabilità, “storie” senza storia.

Quando mettiamo insieme i tre elementi – delega all’AI, iperstimolo, induzione mercantile – la mappa psicologica che appare è questa: aumento della reattività, diminuzione della profondità, impoverimento della scelta, e conseguente crisi del desiderio autentico. Autentico non significa “puro” o “spirituale” per forza; significa radicato: un desiderio che nasce dall’interno, dal contatto con i propri bisog_show, con i propri valori, con il proprio corpo, con la propria storia. È desiderio come bussola, non come fuoco d’artificio.

La domanda allora diventa concreta: quali pratiche possiamo adottare oggi per restare liberi interiormente, riattivare desiderio autentico e vivere relazioni vere anche nel digitale? La risposta non è una tecnica sola. È un ecosistema di micro-scelte ripetute. La libertà interiore non si recupera con un grande gesto eroico: si recupera con un addestramento gentile e costante.

La prima pratica è ristabilire la proprietà del tempo. Non il controllo totale (impossibile), ma il diritto di nominare i propri ritmi. Una regola semplice: ogni giorno un “tempo non ottimizzato” protetto, anche solo 30 minuti, in cui non consumi contenuti e non produci performance. Camminata senza cuffie, silenzio, lettura lenta, scrittura a mano, preghiera se fa parte della tua vita, o semplicemente presenza. Questo tempo è un atto politico interiore: dice “io non sono solo un nodo della rete, sono un essere umano”. A livello neurobiologico, serve a ridurre il rumore e a far riemergere segnali sottili: stanchezza vera, bisogno di contatto, desiderio di creare, paura, gratitudine.

La seconda pratica è reintrodurre l’attrito deliberativo nelle scelte digitali. Se la piattaforma è progettata per toglierti attrito (scorri, clicca, compra, guarda), tu devi reintrodurlo volontariamente. Piccole frizioni: notifiche quasi tutte off, schermo in bianco e nero in alcune fasce, app social fuori dalla home, limite di tempo con blocco reale, “una sola piattaforma alla volta” (no multitasking), e soprattutto una domanda rituale prima di aprire un’app: “che cosa sto cercando davvero?”. Informazione? Distrazione? Consolazione? Riconoscimento? Spesso non è l’app il problema, è la ferita che stiamo anestetizzando. L’attrito serve a trasformare l’azione automatica in scelta.

La terza pratica riguarda direttamente il desiderio: un diario del desiderio autentico, ma non romantico. Ogni sera tre righe: “Oggi mi ha acceso…”, “Oggi mi ha svuotato…”, “Domani scelgo un gesto piccolo verso ciò che conta…”. In due settimane vedi un pattern. Il desiderio autentico lascia tracce ripetitive: torna, insiste, chiede cura. Il desiderio indotto, invece, è rumoroso ma evapora. Questo diario è un modo per distinguere la scintilla dalla fiamma.

La quarta pratica è corporea: senza corpo non c’è desiderio, c’è solo stimolo. Il corpo è il luogo in cui il desiderio diventa energia e direzione. Se siamo sempre nella testa, pieni di input, il desiderio si spegne perché il corpo è in stress cronico. Due cose semplici: sonno e movimento. Non come moralismo, ma come base biologica della libertà. Se dormi poco e sei sedentario, la tua capacità di scegliere diminuisce, la tua irritabilità aumenta, la tua tolleranza alla frustrazione crolla: e allora l’algoritmo vince facile. Una camminata quotidiana, anche breve, e una cura minima del sonno (orari più regolari, schermi lontani dalla fase di addormentamento) sono pratiche spirituali nel senso più concreto: rimettono l’anima nel corpo.

La quinta pratica è l’igiene dell’attenzione informativa. Non significa ignorare il mondo, significa scegliere fonti e dosi. Se consumi notizie e contenuti in modo compulsivo, vivi in uno stato di allarme che uccide il desiderio e deteriora le relazioni: perché l’allarme ti rende difensivo, cinico, impaziente. Una regola efficace: finestre di informazione (una o due al giorno) e fuori da quelle finestre, niente. La mente si calma. E quando la mente si calma, torna la capacità di ascoltare. Senza ascolto, non ci sono relazioni vere.

La sesta pratica è relazionale: creare rituali di presenza. Le relazioni autentiche non si reggono su intensità casuale, si reggono su fedeltà concreta. Nel digitale questo è ancora più vero. Scegli due o tre persone, e stabilisci un ritmo: una chiamata fissa, un messaggio vocale lungo a settimana, un momento di verità (“come stai davvero?”) senza fretta. E soprattutto un patto implicito: non usare l’altro come pubblico, ma come persona. Nel digitale siamo tentati di “postare” anche le relazioni: raccontarle, esibirle, misurarle. La relazione vera invece si protegge: non ha bisogno di spettatori.

La settima pratica è spirituale e psicologica insieme: la riconquista del “no”. Dire no non è aggressività, è delimitazione. Se non sai dire no, il mercato e l’algoritmo diranno sì al posto tuo. E un sì permanente svuota. Inizia con no piccoli: no a contenuti che ti degradano, no a conversazioni tossiche, no a ironia che ferisce, no a ritmi che ti disumanizzano. Ogni no sano crea spazio. E lo spazio è l’habitat del desiderio autentico.

L’ottava pratica, decisiva, è imparare a usare l’AI senza farsi usare. Qui serve una disciplina mentale: l’AI va bene come strumento, non come sostituto del giudizio. Una regola: per le scelte importanti (relazioni, vocazione, lavoro, valori), l’AI può aiutare a vedere opzioni, ma la decisione deve passare da tre filtri umani: corpo (che cosa sento quando immagino questa scelta?), coscienza/valori (che cosa è coerente con ciò che voglio essere?), relazione (con chi posso confrontarmi davvero, non per avere ragione ma per essere vero?). Se salti questi filtri e deleghi all’ottimizzazione, ti ritrovi efficiente e infelice, produttivo e spento.

La nona pratica è recuperare creatività non monetizzata. Fare qualcosa che non serve a “crescere”, non serve a “posizionarsi”, non serve a “funzionare”. Suonare, cucinare, scrivere per te, curare un orto, aggiustare, disegnare, leggere poesia. Il mercato tende a colonizzare tutto trasformandolo in performance. La creatività gratuita, invece, è una palestra di libertà: ti ricorda che esisti anche quando non produci valore economico o sociale.

La decima pratica, forse la più difficile e più liberante, è la verità emotiva. Il desiderio autentico non si riattiva con slogan motivazionali, ma con contatto con ciò che fa male. Spesso lo spegnimento del desiderio è una difesa: se desidero, rischio di soffrire; se mi accendo, rischio di fallire; se mi lego, rischio di perdere. L’iperstimolo diventa una anestesia elegante. Per questo servono spazi di verità: terapia se necessaria, accompagnamento spirituale se lo desideri, o semplicemente conversazioni profonde con qualcuno capace di stare senza giudicare. La libertà interiore nasce quando non hai più bisogno di fuggire da te stesso.

In tutto questo, c’è un criterio che tiene insieme le pratiche: riportare il desiderio dal mercato e dall’algoritmo al cuore dell’esperienza umana. Il desiderio autentico non è capriccio: è un “sì” che cresce nel tempo, che si nutre di senso, che si traduce in responsabilità. E le relazioni vere – anche nel digitale – non sono la quantità di interazioni, ma la qualità della presenza. Presenza significa: io ci sono, non per consumarti, non per usarti, non per mostrarmi, ma per incontrarti.

Oggi, restare liberi interiormente non vuol dire vivere contro la tecnologia, ma vivere con una coscienza più sveglia. Vuol dire accettare che il mondo tenterà di comprare la tua attenzione e di orientare i tuoi desideri, e rispondere con un gesto semplice ma rivoluzionario: scegliere. Scegliere tempi, scegliere relazioni, scegliere ciò che nutre e ciò che avvelena, scegliere un uso dell’AI che amplifica l’umano invece di sostituirlo.

E qui, in fondo, la questione è una: la libertà non è fare tutto. La libertà è appartenere a ciò che conta. Se ogni giorno difendi un piccolo spazio di presenza, un piccolo rito di verità, un piccolo gesto di relazione, allora anche in mezzo alle macchine che ottimizzano, agli stimoli che saturano e al mercato che seduce, il desiderio torna a respirare. Non come urlo, ma come direzione. Non come impulso, ma come vocazione. E quando il desiderio torna vero, le relazioni smettono di essere “connessioni” e tornano ad essere ciò che sono sempre state: casa.

@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

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