Home Attualità Corona e la campagna che “non c’è”: quando la politica diventa un format e il consenso nasce prima del programma

Corona e la campagna che “non c’è”: quando la politica diventa un format e il consenso nasce prima del programma

Francesco Mazzarella

Tra annunci di discesa in campo, provocazioni calcolate e corteggiamenti (anche smentiti) come testimonial: il laboratorio Corona racconta un’Italia in cui l’attenzione vale più delle idee

C’è un momento preciso, nella vita pubblica italiana, in cui capisci che la campagna elettorale non inizia più quando si aprono le liste, né quando partono i comizi, né quando arrivano i manifesti. Inizia molto prima. Inizia quando qualcuno costruisce un “personaggio politico” senza ancora costruire un progetto politico. Inizia quando il messaggio principale non è “cosa voglio fare”, ma “guardatemi”. E se guardarmi vi irrita, ancora meglio: l’irritazione è una forma di attenzione, e l’attenzione, oggi, è una valuta.

Dentro questa logica, la preparazione di Fabrizio Corona a un’eventuale campagna elettorale – o, più precisamente, a una fase di pre-campagna che non ha bisogno di chiamarsi così – appare meno come un incidente e più come un metodo. Un metodo che vive di accelerazioni, di frasi-sentenza, di conflitti con un “nemico” identificabile, di promesse urlate e di un continuo slittamento: dallo spettacolo alla cronaca, dalla cronaca alla giustizia, dalla giustizia alla politica. Non è un percorso lineare, è un montaggio. Non è una tesi, è una sequenza di clip.

Il punto non è stabilire se Corona “si candiderà davvero” domani mattina o dopodomani. Il punto è che, nella forma e nel linguaggio, molti passaggi somigliano già alla costruzione di consenso: polarizzare, semplificare, imporre il tema, forzare l’agenda, conquistare un pubblico che non cerca un programma ma una figura. E, soprattutto, trasformare ogni controversia in carburante.

Negli ultimi giorni, alcune notizie hanno riacceso il dibattito su questa traiettoria. Da una parte, si è parlato dell’ipotesi – definita da più parti “pazza idea” o provocazione – di coinvolgerlo come testimonial nella campagna per il Sì a un referendum sulla giustizia, ipotesi poi accantonata e contestata, con smentite e rimpalli.   Dall’altra, continuano a circolare e a essere rilanciate dichiarazioni in cui Corona parla apertamente di politica, con toni da sfida e da conquista.   In parallelo, il suo passato recente ha già conosciuto incursioni elettorali concrete: nel 2023 annunciò la candidatura al consiglio comunale a Catania, legandola a una retorica di servizio alla città e, nello stesso respiro, a un’ambizione nazionale (“presidente del Consiglio prima dei 58 anni”).

Mettendo questi elementi insieme, il disegno che emerge è chiaro: Corona non “entra” in politica come entrerebbe un tecnico, un amministratore, un militante. Corona porta in politica – o meglio, verso la politica – una grammatica che conosce bene: la grammatica del personaggio, del conflitto, della spettacolarizzazione, del “contro” come identità. Ed è qui che la preparazione diventa “non troppo celata”, perché non si sta preparando un partito nel senso tradizionale; si sta preparando un campo magnetico. Un campo in cui tutto ruota attorno a una figura centrale che promette comando, rottura, vendetta simbolica, rivalsa.

In un video rilanciato online, lo si sente parlare di un orizzonte temporale preciso: “nel 2027 scendo in politica”, con una retorica muscolare che non cerca mediazioni.   È un messaggio che funziona per la sua semplicità: data, gesto, intenzione. Non c’è un programma, ma c’è un’immagine. E l’immagine, nell’ecosistema digitale, spesso vale più della complessità. Perché la complessità rallenta, e la velocità – oggi – è potere.

Chi osserva la comunicazione pubblica con un minimo di freddezza sa che esistono almeno tre fasi in ogni costruzione di leadership mediatica. Prima si crea l’attenzione: “guardatemi, non potete ignorarmi”. Poi si crea la polarizzazione: “chi mi odia mi rende famoso, chi mi segue mi rende forte”. Infine si crea la legittimazione: “se sono così seguito, allora sono già un pezzo di realtà, e la realtà merita di essere rappresentata”. In questa traiettoria, la politica è quasi un approdo naturale, non perché ci sia una vocazione istituzionale, ma perché la politica, in un Paese stanco e disilluso, resta il massimo amplificatore possibile.

E qui bisogna essere onesti: Corona non è l’unico, non è nemmeno il primo. In Italia e non solo, la trasformazione dell’intrattenimento in politica è un processo che si ripresenta ciclicamente. Cambiano i mezzi, cambia la tecnologia, ma l’idea di fondo resta: se possiedi un pubblico, possiedi una leva. E se possiedi una leva, puoi provare a spostare un pezzo di realtà. Nel mondo dei social, la domanda non è più “sei competente?”, ma “sei virale?”. Non è “sei affidabile?”, ma “sei condivisibile?”. Non è “hai un progetto?”, ma “hai un nemico?”.

Corona, da questo punto di vista, è un caso didattico. Perché il “nemico” è già pronto: il sistema, la magistratura, l’ipocrisia dei media, la morale pubblica a intermittenza. Non importa quanto questo nemico sia generico o complesso; importa che sia riconoscibile, emotivo, spendibile in una frase. È una comunicazione da arena, non da istituzione. Ma l’arena oggi fa numeri, e i numeri, spesso, spaventano i partiti tradizionali più di qualunque argomento.

La vicenda del possibile ruolo da testimonial nel comitato del Sì, anche se poi contestata e smentita, è significativa proprio per questo. Perché l’idea in sé – vera, falsa, abortita, ipotizzata – racconta una tentazione: portare la campagna referendaria sul terreno dell’attenzione pop, dell’influencerizzazione, della “faccia che buca lo schermo”.   Nel dibattito televisivo e online, la storia è rimbalzata con commenti e reazioni, segno che il nome di Corona, piaccia o no, ha una capacità di generare discussione immediata.

Ora, il punto non è moralistico: non è “si può” o “non si può” usare un personaggio controverso per spingere un referendum. Il punto, semmai, è più profondo: che cosa dice di noi un sistema politico che, per sentirsi ascoltato, immagina di dover passare da figure capaci di incendiare le timeline? Che cosa racconta del rapporto tra cittadino e istituzioni il fatto che la credibilità venga sostituita dalla riconoscibilità? Che cosa accade quando la politica smette di chiedere fiducia e comincia a chiedere attenzione?

Se guardiamo ai precedenti, la candidatura a Catania nel 2023 non fu un dettaglio folkloristico, ma un esperimento concreto: entrare in un contesto locale, presentarsi accanto a un candidato sindaco, usare il linguaggio del “servire la città” e insieme far vibrare l’ambizione più alta.   Quella vicenda ci dice una cosa: la politica, quando incontra un personaggio ad alto tasso mediatico, non sa mai se lo sta usando o se ne sta venendo usata. Perché il personaggio porta con sé un capitale che non è fatto di sezioni di partito, di circoli, di amministratori; è fatto di pubblico. E il pubblico non è disciplinato: è volatile, emotivo, istintivo, spesso arrabbiato.

Ed è proprio qui che la “preparazione” appare non troppo celata: perché, anche senza una struttura politica visibile, Corona sta già lavorando su un elettorato potenziale, che non si riconosce nelle appartenenze tradizionali ma si riconosce nella narrativa del riscatto, della vendetta contro i poteri, della punizione simbolica di chi viene percepito come élite. È un elettorato che può spostarsi velocemente, che si accende con un video, che si muove con un hashtag, che trova nella radicalità una scorciatoia emotiva.

A questo punto, la domanda diventa inevitabile: è davvero politica, o è un format che usa la politica come palcoscenico più grande? Perché c’è una differenza sostanziale tra dire “voglio cambiare le regole” e dire “vi comando”. La prima frase, anche se discutibile, chiama in causa un progetto, una visione, una responsabilità. La seconda frase chiama in causa un desiderio di dominio. È la differenza tra rappresentare e imporsi. E se in un Paese cresce la domanda di “uomo forte”, non è solo colpa di chi si propone come tale; è colpa anche di una democrazia che, non riuscendo più a dare risposte, rende seducente l’idea del comando.

Questo è il nodo che spesso non vogliamo vedere. Ci indigniamo per il personaggio, ma non ci chiediamo perché quel personaggio funzioni. Ci scandalizziamo per la frase, ma non guardiamo il terreno su cui quella frase attecchisce. Il terreno è fatto di sfiducia, di lentezze, di promesse tradite, di linguaggi istituzionali svuotati, di una politica che parla difficile e ascolta poco. In quel vuoto, l’urlo sembra verità. Nel silenzio, lo scandalo sembra coraggio.

Corona sa muoversi in questo vuoto perché conosce un’altra regola fondamentale: nella società della performance, la reputazione non è più una linea continua, è un pendolo. O sei idolatrato o sei odiato. Ma, in entrambi i casi, sei al centro. E stare al centro, oggi, è già una forma di potere. La preparazione a una campagna elettorale “non troppo celata” passa esattamente da qui: non dall’apertura di un circolo, non dall’elaborazione di un programma, ma dalla conquista dell’agenda emotiva del pubblico.

E l’agenda emotiva è quella che decide di cosa parleremo domani. Quando un personaggio impone temi, linguaggi e conflitti, costringe anche gli avversari a reagire. Li trascina nel suo campo, nel suo ritmo, nella sua modalità. È una tecnica antica, ma resa potentissima dai social: se io dettò il tempo, tu sei già in difesa. Se io alzo la posta, tu sei costretto a inseguire. Se io trasformo tutto in “scontro”, tu devi scegliere se accettare lo scontro o apparire debole. In questa dinamica, la moderazione diventa invisibile, la complessità diventa sospetta, la competenza diventa “parola da salotto”.

Eppure, se c’è un dovere – da cittadini prima ancora che da giornalisti – è proprio quello di fermarsi e guardare la scena con lucidità. Non per demonizzare, ma per capire. Non per assolvere, ma per non essere manipolati. Perché il rischio più grande non è che Corona entri in politica. Il rischio più grande è che la politica, per sopravvivere, diventi sempre più simile a Corona. Che impari a vivere di provocazioni, di nemici, di scorciatoie. Che rinunci alla fatica della mediazione e si consegni alla dittatura del trend.

Il caso del possibile testimonial al referendum, anche nelle sue contraddizioni e smentite, è emblematico perché mostra la tentazione di trasformare un passaggio democratico serio – una consultazione popolare su un tema delicatissimo – in un ring di facce e di slogan.   E quando la democrazia diventa un ring, non vince la verità: vince chi urla meglio. Non vince la giustizia: vince chi polarizza di più. Non vince la partecipazione: vince la tifoseria.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: “ma la politica è sempre stata anche teatro”. Vero. Ma oggi la differenza è che il teatro non è più un elemento accessorio: è diventato la struttura. Prima c’era un discorso e poi, eventualmente, una messa in scena. Oggi spesso c’è la messa in scena e poi, se avanza spazio, un discorso. È un’inversione pericolosa, perché sposta l’attenzione dalle conseguenze alle emozioni. E la politica senza conseguenze è intrattenimento. L’intrattenimento senza responsabilità è marketing. Il marketing, quando entra nelle istituzioni, produce una cosa terribile: la decisione pensata per piacere, non per funzionare.

In questo contesto, la “preparazione” di Corona sembra non troppo celata perché lavora già sui meccanismi che trasformano un personaggio in candidato naturale: la narrazione del perseguitato, la promessa di rottura, la costruzione del nemico, la semplificazione estrema, l’uso del digitale come piazza permanente. E tutto questo avviene prima del programma, perché il programma – nel mondo dell’attenzione – viene dopo. Prima devi avere un pubblico. Poi, eventualmente, gli dici cosa vuoi fare. Ma spesso non serve nemmeno: basta continuare a promettere “contro”.

E allora la domanda più onesta non è “Corona è adatto?”. La domanda è: noi, come comunità, come società, come Paese, siamo ancora capaci di distinguere tra consenso e qualità? Siamo ancora capaci di chiedere contenuti invece di personaggi? Siamo ancora capaci di tollerare la complessità invece di pretendere slogan? Perché se non lo siamo, Corona è solo un sintomo. Il problema non è lui. Il problema è la nostra fame di scorciatoie.

C’è un’ultima cosa, forse la più importante. La politica vera non nasce dal bisogno di comandare, ma dal bisogno di servire. Non è una frase romantica: è una regola pratica. Servire significa assumersi conseguenze, rendere conto, ascoltare anche ciò che non conviene, farsi smentire dai fatti, correggere rotta, mettere la propria immagine sotto il peso della realtà. Chi si prepara davvero alla politica costruisce spazi, relazioni, competenze, alleanze sociali, processi. Chi si prepara a un format costruisce audience. E l’audience, nel momento in cui arriva il reale – bilanci, scelte, conflitti sociali, responsabilità – spesso evapora o si trasforma in rabbia.

Ecco perché, se vogliamo essere adulti, dobbiamo smettere di commentare la politica come fosse solo un talk show. Dobbiamo ricominciare a chiederci: “che effetti produce ciò che stiamo applaudendo?” Dobbiamo imparare a vedere la differenza tra un colpo di teatro e una soluzione. Tra un nemico urlato e un problema affrontato. Tra un leader e un personaggio.

Forse la vera notizia non è che Corona si stia preparando a una campagna elettorale non troppo celata. La vera notizia è che l’Italia, ogni giorno di più, rende possibile – e perfino plausibile – che una campagna elettorale nasca così: da un montaggio di provocazioni, da un’industria dell’attenzione, dalla promessa di comando. Se vogliamo cambiare questo finale, non basta criticare il protagonista: dobbiamo cambiare la sceneggiatura. E una sceneggiatura diversa si scrive in un solo modo: tornando a dare valore alla relazione, alla fiducia, alla competenza, al tempo lungo, alla verità anche quando non fa rumore.

Perché la democrazia non è un video virale. È una fatica condivisa. E se la trasformiamo in spettacolo, prima o poi lo spettacolo ci presenterà il conto.

@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

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