Il 22 e 23 marzo non si sceglie un partito, ma una modifica costituzionale: tra separazione delle carriere, nuova Corte disciplinare e domanda di fiducia nella giustizia, una guida chiara per votare con consapevolezza
Il referendum di marzo 2026 sulla giustizia è una di quelle prove democratiche in cui il rumore rischia di coprire il punto decisivo: non stiamo votando un governo, non stiamo scegliendo una maggioranza parlamentare, stiamo decidendo se confermare o respingere una revisione della Costituzione già approvata dal Parlamento con maggioranza assoluta, ma non con i due terzi. È un passaggio previsto dall’articolo 138 della Costituzione, quindi un passaggio alto, non una parentesi tecnica per addetti ai lavori.
Il primo dato certo, da fissare subito, è questo: il referendum è stato indetto con decreto del Presidente della Repubblica del 13 gennaio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 gennaio 2026, e riguarda la legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Successivamente, il 7 febbraio 2026, un altro decreto ha precisato il quesito referendario. Sono atti ufficiali, non interpretazioni politiche.
Le date di voto sono domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. Questa è l’informazione pratica che serve a tutti, prima ancora di entrare nel merito giuridico: si vota in due giorni, con la scansione oraria ordinaria già comunicata nelle informazioni istituzionali territoriali e nelle comunicazioni collegate al procedimento elettorale nazionale.
Qui sta il secondo punto che crea più confusione pubblica: in questo tipo di referendum non esiste quorum di partecipazione. Non bisogna raggiungere il 50%+1 degli aventi diritto, come nei referendum abrogativi. Conta la maggioranza dei voti validamente espressi: se prevalgono i SÌ la riforma entra in vigore; se prevalgono i NO la riforma non entra in vigore. Questa differenza non è un dettaglio procedurale: è la differenza tra voto “di presenza” e voto “di scelta”. Nel confermativo, l’astensione non blocca automaticamente il risultato.
E allora veniamo alla domanda vera, quella che interessa le persone prima delle tifoserie: cosa stiamo confermando o respingendo? La materia è la struttura costituzionale dell’ordinamento giurisdizionale, con particolare rilievo alla separazione dei percorsi tra magistratura giudicante e requirente e all’istituzione di un organo disciplinare dedicato, la Corte disciplinare. La formula ufficiale è quella indicata nella denominazione stessa della legge costituzionale pubblicata in Gazzetta.
Tradotto in modo semplice e corretto: il voto non decide un singolo processo, non decide una singola vicenda giudiziaria, non cancella o crea da solo tutti i problemi della giustizia italiana. Decide però l’architettura di regole che, nel medio e lungo periodo, influenza indipendenza, equilibrio tra funzioni, organizzazione della carriera dei magistrati e gestione della responsabilità disciplinare. Ed è proprio questo il motivo per cui il confronto è tanto acceso: quando tocchi le regole del “come si giudica”, tocchi il cuore del patto democratico.
Il significato della scheda, in cabina, resta lineare:
• votare SÌ significa approvare il testo della legge costituzionale e quindi confermare la riforma;
• votare NO significa non approvare il testo e quindi respingere la riforma.
Questa è la grammatica essenziale da non sbagliare.
Fin qui i fatti normativi e procedurali. Ma un articolo “completo” ha il dovere di andare un passo oltre, senza forzare i dati: aiutare a leggere le conseguenze concrete. Perché il rischio oggi è doppio. Da un lato ridurre tutto a slogan (“o con la giustizia o contro la giustizia”); dall’altro rifugiarsi in un tecnicismo freddo che allontana i cittadini. In mezzo, invece, c’è la responsabilità democratica: informarsi bene e votare con una ragione precisa, non per appartenenza.
Chi sostiene il SÌ, in generale, legge questa riforma come un passaggio di chiarezza istituzionale: distinzione più netta delle funzioni, meccanismi di governo interno rivisti, risposta a criticità sedimentate negli anni. Chi sostiene il NO teme invece effetti di sbilanciamento nell’assetto costituzionale della magistratura e ritiene che la riforma, pur partendo da problemi reali, possa indebolire garanzie che la Costituzione aveva tenuto in equilibrio. Nel dibattito pubblico sono emerse anche analisi tecniche molto puntuali su singoli snodi (tra cui il tema del metodo di selezione negli organi di autogoverno), segno che non siamo davanti a una disputa simbolica ma a una revisione strutturale.
È importante dirlo con onestà: nessuno dei due campi ha il monopolio della “vera” difesa della giustizia. Ogni posizione porta un’idea di equilibrio costituzionale. Il punto, allora, non è scegliere il tifo più rumoroso, ma capire quale modello di equilibrio convince di più: quello che punta a differenziare maggiormente i percorsi e a ridisegnare i controlli interni, oppure quello che preferisce conservare l’impianto attuale ritenendo i rischi della revisione superiori ai benefici attesi.
Per decidere bene, io suggerisco un criterio molto concreto, quasi “artigianale”, ma efficace:
1. leggi il quesito ufficiale, non la sua versione social;
2. separa ciò che è certo (testo, procedura, effetti del SÌ/NO) da ciò che è opinione (previsioni politiche);
3. chiediti quale impatto istituzionale vuoi nel tempo, non solo quale reazione emotiva hai oggi.
Il referendum costituzionale non è una pagella sul presente, è una scelta sul quadro futuro.
Un altro nodo che merita chiarezza riguarda la parola “confermativo”. A livello istituzionale e comunicativo è il termine usato per indicare il voto popolare ex art. 138 su una legge costituzionale già approvata dal Parlamento senza la soglia dei due terzi. Nel dibattito dottrinale non mancano sfumature e discussioni terminologiche, ma per il cittadino elettore la sostanza operativa non cambia: si approva o si respinge un testo di revisione costituzionale.
C’è poi un aspetto relazionale, che in questa stagione pubblica è decisivo quanto quello giuridico. Quando parliamo di giustizia, tocchiamo paure profonde: paura dell’impunità, paura dell’errore giudiziario, paura della politicizzazione, paura dell’arbitrio. In questo clima la comunicazione tende a semplificare troppo, a dividere, a trasformare ogni dubbio in sospetto. Ed è qui che serve una qualità diversa del confronto: più ascolto dei fatti, meno aggressività identitaria. Perché una democrazia adulta non ha bisogno solo di norme corrette; ha bisogno anche di cittadini capaci di discutere senza squalificarsi a vicenda.
In pratica: se vuoi votare in modo informato entro marzo, costruisciti un piccolo dossier personale in tre pagine. Prima pagina: fonti ufficiali (decreti in Gazzetta, quadro costituzionale). Seconda pagina: “cosa cambia” secondo il fronte favorevole e secondo il fronte contrario, con linguaggio neutro. Terza pagina: la tua scelta motivata in cinque righe. È un esercizio semplice, ma potentissimo: sposta il voto dal riflesso alla responsabilità.
Riassunto operativo, chiaro e rapido:
• Oggetto del voto: legge costituzionale su ordinamento giurisdizionale e Corte disciplinare.
• Date: 22–23 marzo 2026.
• Regola del voto: SÌ conferma, NO respinge.
• Quorum: non previsto nel referendum costituzionale ex art. 138.
• Esito: decide la maggioranza dei voti validi espressi.
La verità, in fondo, è più semplice di come appare nei talk show: non serve essere costituzionalisti per votare bene, serve essere cittadini rigorosi. Cercare le fonti giuste, non confondere la rabbia con l’analisi, non delegare ad altri il dovere di capire. Perché la giustizia non è un tema “di qualcuno”: è il luogo dove uno Stato dimostra se tratta le persone con equilibrio, dignità e garanzie reali.
A marzo 2026, nel silenzio della cabina, ognuno sarà solo con una scheda. Ma quella scelta non sarà mai solo individuale: avrà un effetto collettivo sulla forma delle istituzioni che ci giudicano e ci proteggono. E forse è proprio qui la misura più alta della democrazia: quando il diritto incontra la coscienza, e la coscienza decide con lucidità.
@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

