Roma, 20 marzo 2026 – La polemica si fa sempre più dura e non è culturale. Ormai è politica e istituzionale. È inutile girarci intorno.
La questione riguarda la presenza di un padiglione russo alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2026. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, ha in sostanza giustificato la scelta richiamando l’autonomia dell’ente e la funzione storica di Venezia come luogo di confronto culturale, anche in situazioni di conflitto. Ha fatto capire che la rassegna non deve rispondere a logiche politiche immediate e che l’arte conserva una sfera di responsabilità distinta da quella governativa. Su questo punto nutro però tutti i miei dubbi.
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha smentito che tale orientamento fosse condiviso dal Ministero. Con nota ufficiale il MiC ha ribadito la posizione dello Stato italiano, ferma nella condanna dell’aggressione russa in Ucraina e contraria a iniziative che possano apparire come legittimazione del governo di Mosca. Se il discorso è stato questo, mi sembra più che logico.
Nel merito sostengo la posizione di Giuli per tre ragioni precise, di ordine politico e istituzionale, di strategia internazionale e di visione complessiva di una politica culturale in termini propriamente istituzionali. Non si tratta di insistere sulla libertà e autonomia della cultura: il discorso è ben altro.
Primo. La Biennale, pur autonoma, opera in un sistema nazionale di istituzioni pubbliche. Il MiC non gestisce programmi artistici, ma ha il compito di definire indirizzi di politica culturale esterna. Riconoscere il padiglione russo senza una distinzione esplicita significherebbe confondere il piano artistico con quello diplomatico. Giuli non ha chiesto la soppressione di opere né ha limitato la libertà espressiva; ha soltanto negato l’avallo istituzionale a una presenza statale russa nel contesto attuale. Tutto nuovamente nella logica.
Secondo. Il conflitto in corso non è una circostanza generica. L’invasione dell’Ucraina ha determinato sanzioni e misure di isolamento adottate dall’Italia in sede europea e NATO. In tale quadro, la scelta di mantenere un padiglione nazionale russo non può essere trattata come fatto tecnico o storico neutrale. La decisione del ministro introduce una delimitazione necessaria: autonomia organizzativa non equivale a indifferenza politica. La questione è diventata prettamente politica ma anche istituzionale.
Terzo. La distinzione tra artisti e rappresentanza statale è fondamentale. Giuli non ha escluso creatori russi né ha vietato opere di riflessione critica. Ha semplicemente indicato al Ministero di non prestare copertura istituzionale a una rappresentanza governativa che agisce in aperta violazione del diritto internazionale.
Buttafuoco, pur argomentando in nome della libertà dell’arte, non ha fornito tale distinzione e ha lasciato intendere un accordo col MiC poi rettificato. Ma, pur nella piena autonomia, non può far finta che non esista un intreccio politico italiano e internazionale. Non può ignorare che è presidente per volontà di un Governo che ha problemi seri con l’invasione russa in Ucraina.
La cultura è inevitabilmente politica in questi contesti. Chi ha lavorato per oltre quarant’anni nel Ministero della Cultura lo sa bene.
Allora, perché Buttafuoco ha accettato di fare il presidente? E perché oggi non si dimette, considerata la gravità politica e istituzionale della situazione?
Credo invece che sia equilibrata la linea ministeriale. Perché? Salva l’autonomia della Biennale ma riafferma la coerenza dello Stato. L’arte conserva spazi di autonomia, il Governo conserva doveri di chiarezza. In questo caso la presa di posizione di Giuli risponde a criteri di diritto, di politica estera e di responsabilità pubblica.
Ritengo sia la sola posizione compatibile con gli impegni dell’Italia e con la tutela della credibilità istituzionale. Perché vestirla con un immaginario ideologico? Non è la posizione singola di Buttafuoco, bensì un quadro più generale di politica culturale del MiC e dell’intero Governo. È così chiaro che mi sembra naturale che Buttafuoco faccia due o tre passi indietro.

