Home In Evidenza Morbo di Alzheimer: tra genetica molecolare e programmazione sanitaria

Morbo di Alzheimer: tra genetica molecolare e programmazione sanitaria

Silvia Gambadoro

Il morbo di Alzheimer, principale forma di demenza, erode progressivamente memoria e autonomia. Alla base, alterazioni cerebrali complesse – tra cui l’accumulo di beta-amiloide e pTAU– mentre le cause restano solo parzialmente chiarite. La ricerca accelera su diagnosi precoce, biomarcatori e nuove terapie capaci di rallentare la malattia, affiancate da modelli assistenziali innovativi e dall’uso crescente dell’intelligenza artificiale. Ne parliamo con il Prof. Vincenzo Romano Spica,  genetista,Professore Ordinario di Igiene -Università di Roma “Foro Italico”

Professore, quando nasce la prima descrizione del Morbo di Alzheimer e cosa è stato osservato?

La prima osservazione risale ai primissimi del secolo scorso, quando Aloysius Alzheimer che era un medico psichiatra, incontrò una paziente cinquantenne, Augusta Deter, con una forma di demenza precoce. Presentò le sue osservazioni in un convegno nel 1906, ma non vennero tenute in considerazione, e si dovrà arrivare agli anni ’70 per riscoprirle. Gaetano Perusini, era un giovane e brillante medico, che raccolse altri casi e individuò nel cervello di questi pazienti alterazioni anatomiche e la presenza di microscopici ammassi, che tutt’oggi sappiamo essere coinvolti nei meccanismi della malattia e costituiti da beta-amiloide. Una storia esemplare della scienza, in cui clinica e ricerca di base si intrecciano, come anche il lavoro del maestro con quello dell’allievo, tanto che si parla di Morbo di Alzheimer-Perusini.

Quali sono i principali fattori di rischio associati alla malattia?

L’invecchiamento rappresenta il fattore principale, tanto che già Alzheimer parlava di una particolare “malattia psichica dell’età avanzata”, che Perusini dimostrò essere neurodegenerativa. In generale, varie cause danneggiano il cervello e accelerano il decadimento cognitivo, tra cui anche il fumo di sigaretta, l’ipertensione, l’ipercolesterolemia ed il diabete, se non vengono tenuti sotto controllo. La suscettibilità è iscritta in diverse regioni del genoma e la malattia è multifattoriale, coinvolgendo anche cause ambientali e stili di vita. Per esempio, la sedentarietà è stata pure associata ad un aumentato rischio.  Esistono però anche forme genetiche molto rare, sotto l’1%, che si manifestano prima dei 60 anni, e che sono dovute a particolari mutazioni ereditarie, nel gene del beta amiloide o delle preseniline. In queste particolari famiglie è possibile predire il rischio anche attraverso test genetici. Per i casi sporadici, invece, si sta perfezionando l’applicazione di biomarcatori come APP e pTAU, varianti genetiche come APOE, che però devono essere considerati in una valutazione clinica più ampia, che integri test cognitivi fino a strumenti radiologici avanzati come PET e RMN. La diagnosi precoce sta assumendo importanza alla luce di nuove e promettenti terapie, la cui efficacia sembra però attuarsi solo nelle primissime fasi della malattia, insomma, per semplificare, si tratta più di un rallentamento della progressione che di un recupero.

Qual è oggi l’impatto dell’Alzheimer sulla popolazione italiana

La malattia colpisce oltre mezzo milione di persone in Italia, prevalentemente sopra i 60 anni, ma nei prossimi anni si prevede che il numero quadruplichi. Questo aumento dell’incidenza è legato al progressivo invecchiamento della popolazione, ma occorre ammettere che la scienza non conosce ancora cause e meccanismi che portano alcune persone ad ammalarsi ed altre no. Nel mondo, ogni 3 secondi una persona sviluppa la demenza e si prevede un enorme carico globale di malattia, stimato in circa 80 milioni di casi nel 2030.  Il peso ed i costi, però, non ricadono solo sul paziente, ma su tutta la società: coinvolge profondamente i familiari e quanti portano assistenza – caregiver – a causa della progressiva perdita di autosufficienza, con conseguenze anche sul piano economico, organizzativo, psicologico e sociale, come emerge anche nell’arte e nella canzone “Dimentico” di Enrico Ruggeri, ispirata all’esperienza della cooperativa La Meridiana e del centro innovativo “Il Paese Ritrovato” di Monza, realtà che sperimenta nuovi modelli di assistenza per le persone con demenza.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=0MUwat-pk60

Esistono strategie efficaci per ridurre il rischio o rallentare il declino cognitivo?

Dieta mediterranea, attività fisica adattata, stimolazione cognitiva e controllo dei fattori cardiovascolari contribuiscono a preservare la funzione cerebrale e ridurre il rischio. Non eliminano la malattia, ma incidono concretamente sul decorso. Questa è prevenzione primaria sulle cause, ma sono sempre più disponibili promettenti strumenti di prevenzione secondaria, attraverso l’introduzione di screening per la identificazione di soggetti a rischio e soluzioni di follow up per cambiare il loro destino allontanando o attenuando l’Alzheimer. Non conoscendo le cause non possiamo evitarle con vaccini o farmaci: gli screening rimangono al momento la grande speranza promessa dai progressi della scienza e delle tecnologie.

Quali progressi si stanno registrando per comprendere le cause e meccanismi?

La ricerca sta approfondendo i meccanismi molecolari dell’invecchiamento cerebrale, evidenziando fenomeni di riorganizzazione della struttura tridimensionale del DNA e anche sulla modificazione chimica di alcune regioni attraverso meccanismi come la demetilazione. Si pensa che questi processi svolgano una funzione detta “epigenetica” che modifica la lettura e regolazione di vari geni. Interessante, studi recenti mostrano come questi fenomeni possano attivare particolari sequenze “mobili” nel DNA delle cellule dell’encefalo, con un effetto sulla stabilità genomica e sulla risposta immunitaria cerebrale. Ma, come per le placche di Alzheimer viste già da Perusini, oggi rimane il dubbio se queste alterazioni siano la causa primaria o un effetto collaterale che accompagna la malattia. Comunque, al momento si tratta ancora di promettenti dati scientifici e che attendiamo possano quanto prima tradursi in reali benefici pratici per i pazienti e le loro famiglie.

Quali sono le prospettive terapeutiche attuali?

Farmaci per la gestione dei sintomi sono tra le armi -o meglio tra gli scudi- di cui dispone la medicina. Sono in rapidissimo sviluppo strategie innovative, tra cui anticorpi monoclonali e farmaci neuroprotettivi, che mirano a rallentare la progressione della malattia. I risultati sono promettenti, ma non definitivi. La cura risolutiva non è disponibile. La ricerca e la sanità pubblica devono puntare sull’assistenza e riabilitativo-sociale.

Cosa intende? Quale ruolo devono assumere i sistemi sanitari e la società

I sistemi sanitari devono adeguarsi all’invecchiamento della popolazione, sviluppando strumenti e modelli assistenziali più efficaci. È necessario un approccio integrato che tuteli la dignità della persona nella malattia, ma anche di chi lo assiste. Il volontariato contribuisce, ma non è sufficiente. Serve una strategia strutturale e adeguata ai tempi, che possa beneficiare dei progressi scientifici e tecnologici, a partire dalle nuove opportunità offerte dall’Intelligenza Artificiale. Non vi sembra strano che un ambulatorio, un laboratorio di analisi o un ospedale dispongano di strumentazioni sofisticate e gestiscano quotidianamente processi complessi e immensi flussi di dati in tempo reale, mentre per assistere un paziente con Alzheimer si conta ancora sulla forza delle braccia di un badante o sull’olocausto di parenti o amici di ogni età?

Che ruolo può avere l’intelligenza artificiale in questo contesto

Nel campo delle demenze, e in particolare dell’Alzheimer, l’intelligenza artificiale può costituire un supporto decisivo lungo tutto il percorso clinico e assistenziale. La sua funzione non è quella di sostituire il medico o il caregiver, ma di estendere la capacità umana: migliorare la precisione dei test predittivi, individuare segnali di declino cognitivo prima che diventino clinicamente evidenti, personalizzare le terapie in base alla storia del singolo paziente e soprattutto organizzare un’assistenza più vicina – e non più distante – dai bisogni quotidiani di chi convive con la malattia.

L’IA resta uno strumento, non una soluzione autonoma; ma grazie ai nuovi modelli agentici, capaci di pianificare, monitorare e coordinare attività in modo proattivo, apre prospettive che fino a pochi anni fa sembravano irraggiungibili.

Ossia? Può fare qualche esempio?

Il supporto nel quotidiano attraverso l’analisi continua di dati provenienti da sensori ambientali, indossabili o domotica, riconoscendo criticità o variazioni nelle abitudini quotidiane, come disorientamento notturno, riduzione dei movimenti, rischio di caduta, difficoltà nella gestione dei pasti o dell’idratazione. Quando identificano anomalie, questi sistemi possono attivare modalità di allerta per caregiver e servizi sanitari, prima che il problema diventi emergenza.

E per il malato? Cosa vuol dire “agentico”?

Assistere il decadimento cognitivo e la perdita di memoria del paziente, ricordando appuntamenti o suggerendo attività per guidare il paziente nel quotidiano. Sono strumenti che non devono sostituire la relazione umana, ma che possono ridurre lo stress pratico dei familiari, favorendo un coordinamento continuo tra medico, famiglia e servizi. La radice di agentico rimanda al latino “agire, condurre”, nel mondo dell’Alzheimer questo significa accompagnare e alleggerire paziente e famiglia. L’intelligenza artificiale non cura la malattia, ma può migliorare la vita di chi la affronta ogni giorno, restituendo tempo, serenità e continuità assistenziale.

Insomma, dalla genetica molecolare all’organizzazione sanitaria quali le priorità oggi per l’Alzheimer?

Entrambe, occorre sperimentazione e ricerca di base per comprendere le cause, predire gli esiti, intervenire precocemente, ma gli sforzi della ricerca scientifica e tecnologica vanno anche applicati ad assistere il malato e quanti vicini nell’assistenza. Lo sforzo dei caregiver richiede a sua volta un “caregiver”! Benvenuta diagnostica innovativa e terapie sofisticate, ma intanto l’urgenza oggi è aiutare il sistema dei caregiver a tecnologizzarsi ed integrarsi efficacemente in un nuovo modello di assistenza sociosanitaria. Rispetto della persona non vuol dire solo del malato, ma anche di tutti quei portatori di assistenza, che oggi denominiamo caregiver. E, poi, l’Alzheimer è una punta dell’iceberg, che svela situazioni sommerse legate alla fragilità dell’anzianoe altre forme di demenza, ma un aggiornamento creativo e innovativo del SSN avrebbe impatto anche su altre malattie neurodegenerative, disabilità e forme di comorbosità dovute a tumori o patologie cardiovascolari.

Ma questo processo può essere gestito dal SSN?

Non importa tanto se questo processo sia promosso dal pubblico o dal privato, o da entrambi, ma che si acceleri e faciliti soluzioni in modo tecnologico adeguato ai tempi. Il Volontariato offre già esempi eccellenti e pregevolissimi, ma occorre aiutarlo anche con la scienza e la tecnologia: serve un assistente dell’assistenza, un “badante” anche per i caregiver! Disporre di modelli agentici consentirà progressivamente di abbandonare strumenti di assistenza obsoleti, ancora grossolani e talora improvvisati, per adottare soluzioni adeguate ai tempi ed efficaci. Capire ed eliminare le cause o disporre di screening è fondamentale per l’Alzheimer. Tuttavia, la prevenzione terziaria “riabilitativo-sociale”, resta ancora una cenerentola e talora un tabù; invece, costituisce la vera sfida per la medicina e per le moderne società del III Terzo Millennio.

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