Home In Evidenza Cesare Pavese nel dubbio e alla ricerca di Dio. Verso una filosofia della metafisica

Cesare Pavese nel dubbio e alla ricerca di Dio. Verso una filosofia della metafisica

Un viaggio nella scrittura di Pavese tra mito e sacro, fino alla domanda ultima su Dio e sul senso della vita

Pierfranco Bruni

Si può leggere sul piano filosofico Cesare Pavese? Quando in mezzo c’è il religioso e non solo una strada verso la filosofia, si può leggere. Anche perché in Pavese c’è una costante domanda di Dio che lo allontana dalla ragione e lo immette in quel filo che lega il dubbio alla ricerca della verità. Entrambi si intrecciano con il tempo come metafisica del viaggio tra l’essere e il mito. Ma è soprattutto la ricerca della “dolcezza di Dio” che lo introduce in una visione filosofica. Anzi, Pavese irrompe nella filosofia sia con il Diario, sia con i Dialoghi (il mito incontra la filosofia), sia con le poesie di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. In fondo, quando il tema della morte si fa pensiero tra Dio e il tempo, si è già dentro una visione filosofica, chiaramente non sistematica.
Il religioso dentro il dubbio filosofico: “Entrai qualche volta da solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare… Uno che prega, quando prega è come sano”, da La casa in collina.
Il 29 gennaio 1944, su Il mestiere di vivere, Pavese annotava: “Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto godere sempre quello sgorgo di divinità. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore, un mancamento al barlume di questa possibilità. Forse è tutto qui: in questo tremito del ‘se fosse vero!’. Se davvero fosse vero…”.
Ci sono attesa e speranza. È come un viaggiare alla ricerca di una salvezza, una salvezza cristiana. Tullio Pinelli, molto amico di Cesare, in un’intervista a Jesus nel 1996 non tralasciò di dire: “Era uno spirito religioso, tormentato dal dubbio, dall’incertezza. Il punto terminale, su questa terra, della nostra discussione è stato sulla religione e su Dio”.
È naturale che l’attesa e la speranza abbiano come punto di incontro il senso del religioso. Inquieta l’attesa, ma è una dimensione spirituale che avvolge le nostre coscienze, le coscienze del linguaggio. Il linguaggio dell’essere e del non essere. Il linguaggio che è spazialità del tempo dentro una visione che va chiaramente oltre il virtuale.

Sempre in La casa in collina, Pavese annota: “… prima, passando davanti a una chiesa, non pensavo che a zitelle e a vecchi calvi inginocchiati, a fastidiosi borbottii. Che tutto questo non contasse, che una chiesa, un convento fossero invece un rifugio dove si ascolta, con le palme sul viso, calmarsi il battito del cuore?”. “…Mi soffermai presso la porta, poggiato alla fredda parete. C’era in fondo, sotto l’altare, un lumicino rosso…”.
Credo che la letteratura possa offrire una chiave di lettura importante e particolare del senso e dell’orizzonte che si vivono nella “stazione” di una spiritualità che ha voce e destino. Siamo immersi nella letteratura. Siamo partecipi del dolore che traccia un viaggio indelebile, fatto dall’uomo e dalla persona. La letteratura parla con la parola della religiosità. Scriveva don Luigi Giussani: “Il senso religioso è la capacità che la ragione ha di esprimere la propria natura profonda nell’interrogativo ultimo; è il locus della coscienza che l’uomo ha dell’esistenza”.
Lo sguardo dell’uomo è lo sguardo dell’attesa che, vissuta senza pazienza, può trasformarsi in disperante solitudine. Due concetti forti: la solitudine e la disperazione.
La ricerca di Dio. La memoria di Cristo. Vivono nella letteratura. Don Giussani: “La forma quotidiana della decisione per l’esistenza è il ricordo del destino che ogni cosa ha, che è uno solo: il mistero di Dio; è il ricordo che questo mistero è diventato un uomo. Perciò la forma quotidiana della decisione per l’esistenza è vivere la memoria di Cristo”.
Lo scavo nella letteratura porta direttamente a Cesare Pavese. Quel Pavese che ha vissuto e interiorizzato un modello dostojevskiano dell’inquieto esistere, e che non ha mai dato una ragione di senso alla morte sentita come attrazione della fine. Quel Pavese che ha chiesto, sino agli ultimi istanti di vita, un varco di consolazione e di pazienza affinché potesse giungere un barlume di luce, di grazia, di ancoraggio.
Pavese: “Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia”.
Don Giussani stabilisce proprio con Pavese un colloquio e osserva che è mancato, in lui, ciò che potesse colmare lo spazio inevitabile tra l’attesa e la pazienza. Quando questo spazio diventa decisivo nella vita e negli scritti di Pavese, la luce si affievolisce e la fede che lo avrebbe potuto salvare lo trova già disperso. Disperso e non smarrito. Disperso in quel gorgo muto che è l’inevitabile nulla. Ma Pavese portava nella sua parola e nel suo sguardo un senso religioso che diventa incisivamente pietas.
Diego Fabbri riesce a interpretare, in teatro, un Pavese esasperato ma alla ricerca di Dio. Con uno splendido Luigi Vannucchi porta in scena quel suo mestiere di esistere che lo conduce verso uno scavo profondo, che avrebbe dovuto condurlo a una Verità. Una verità che non trova. Intorno al Vizio assurdo, lavorato con Davide Lajolo, si apre una polemica innescata dal mondo marxista che non farà bene a Pavese uomo e tanto meno scrittore. Il laicismo trionfa, ma Fabbri, nonostante tutto, fa emergere per oltre quattro anni nei teatri e poi in TV un Pavese alla costante ricerca del sacro. Mito e sacro si combattono, diventano conflittuali. Pavese, in fondo, si ferma al mito e costruisce una antropologia del mito, nonostante le pagine finali de La casa in collina.
Nel venir meno dell’appiglio al religioso subentra l’abisso. Non raggiungere il filo del sacro significa che il vuoto si apre. E nell’abisso Pavese è scivolato, pur tendendo le mani verso la salvezza. In quale significato di non senso è precipitato? Eppure le sue ultime parole oltrepassano il nulla e cercano di condensarsi in un monito di speranza.
Ho sempre cercato di individuare, nei miei scritti su Pavese, questo bisogno di speranza o la necessità della dissolvenza del nulla per aggrapparsi alla speranza che emerge in molti passaggi dei suoi romanzi. Pavese è sempre al limite tra speranza e sacralità, e poi giungono le distrazioni, le infinite distrazioni.
Don Giussani parla di un venir meno di quella esigenza che è “la totalità dello sguardo dell’umana coscienza”. Anche nel linguaggio religioso dello scrittore ci sono opzioni tragiche. Ma ci sono opzioni religiose nel linguaggio e nell’essere tragico dello scrittore?
Nel 1968 don Divo Barsotti, molto attento alla letteratura e al tragico, osservava: “Pavese è stato consapevole di essere un vinto: ma da chi? L’impotenza a costruire una sua vita può essere stata la condizione, per lui, di abbandonarsi a Dio. Allora l’atto dell’abbandono avrebbe concluso la sua vita meglio di come egli poteva aver sognato”.
Pavese viveva la ricerca di Dio ma è andato oltre. “La massima sventura è la solitudine; tant’è vero che il supremo conforto – la religione – consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è lo sfogo come con un amico”.
In Pavese questi estremi si scontrano creando un conflitto estetico ed esistenziale. Infatti, l’inquietudine in Leopardi, su cui riflette don Giussani, non giunge al “gorgo muto” perché in Leopardi il senso religioso non è così contrastante come nella vita di Pavese.
Così Don Giussani: “L’estremo lembo dell’audacia è amare umilmente se stessi”. Nei suoi romanzi e nelle poesie ultime la consolazione giungeva sempre come solitudine. La solitudine era consolazione. Pavese si pone le domande care a don Giussani: “Per che cosa vale la pena che io viva? Qual è il significato della realtà? Che senso ha l’esistenza?”.
A tali interrogativi risponde il Pavese de La casa in collina (religiosa attrazione verso il sacro) e soprattutto il Pavese di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (accoglienza della fine).
“I tuoi occhi”: quegli occhi che ha sempre cercato e che non ha trovato, o non ha avuto la pazienza di attendere. Il rischio della pazienza consiste nel non saper raccogliere l’attesa nella speranza. Forse è qui che bisogna scavare per dare un senso all’uomo e allo scrittore Cesare Pavese.
Oltre il mito e più vicini al sacro. Un viaggio che resta nei solchi del destino e della memoria.
Nel febbraio 1990 padre Baravalle, in una conferenza a Milano, disse: “Io ero padre spirituale. Ogni mattina raccoglievo i ragazzi della media, li portavo nella cappella del collegio… Pavese si metteva tutte le mattine di fianco, a metà. E osservava i ragazzi. E mi disse: ‘Vengo proprio a sentire come fa lei a cercare di rendere comprensibili a questi ragazzi le grandi verità della sua religione’”.
Pavese, in una lettera a padre Baravalle, scrisse: “Forse non sono degno di avvicinarmi a Dio”.
Ma è lo stesso Pavese che consegna ai Dialoghi con Leucò questo convincimento: “… gli uomini non sapranno il destino e saranno immortali… e carne e sangue gronderanno, non più per placare la morte, ma per raggiungere l’eterno che li aspetta”.
Alla ricerca della religiosità, Pavese non cerca un’antropologia di Cristo, bensì una fede verso Cristo. Un passo che lo avrebbe forse salvato da quel silenzio e dal gesto finale.
Ai primi di agosto del 1950 scriverà a Pinelli e alla moglie: “Invidio la vostra cristiana testardaggine. Vivete allegri e speriamo di rivederci, chissà, magari in cielo”.
È una confessione disperata. Una confessione che è insieme genere letterario e filosofico, come in Pascal, Kierkegaard e María Zambrano. C’è una linea estetica che attraversa il percorso fino al religioso. Stadi dell’essere e dell’esistere che si ritrovano compiutamente in Pavese.

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