di Domenica Puleio
Nello spazio, a centinaia di chilometri di quota, si sta consumando una rivoluzione dottrinale e finanziaria senza precedenti, che si muove in parallelo ai conflitti terrestri. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha impresso un’accelerazione decisiva al programma Golden Dome, la “Cupola Dorata”, il colossale scudo di difesa missilistico fortemente voluto dall’amministrazione Trump con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la piena operatività entro l’inizio del 2029.
La vera svolta strategica di questo piano non risiede più nei vecchi e isolati radar posizionati a terra, ma nella scelta di saturare l’orbita bassa terrestre con una fitta ragnatela che conterà tra i 300 e i 500 piccoli satelliti interconnessi tramite link ottici laser.
Questa mastodontica infrastruttura spaziale nasce per sanare un vero e proprio tallone d’Achille della difesa occidentale. Le vecchie reti di sorveglianza, concepite per tracciare i missili balistici intercontinentali lungo le loro prevedibili traiettorie ad arco, sono strutturalmente cieche di fronte ai nuovi vettori ipersonici cinesi e russi. Questi nuovi ordigni viaggiano a velocità superiori a Mach 5 ma volano a quote molto più basse, sfruttando la capacità di cambiare rotta a metà volo per eludere i radar tradizionali.
Per disinnescare la minaccia, la Space Force americana ha ideato un sistema a doppio strato in cui una prima linea di satelliti, denominata Tracking Layer, scandaglia l’atmosfera con sensori a infrarossi ad ampio campo visivo per captare il calore generato dall’attrito del missile nemico. Immediatamente dopo, i dati vengono passati ai satelliti dello strato HBTSS, capaci di calcolare la traiettoria millimetrica del vettore dal momento del lancio fino alla sua distruzione, ottimizzando la copertura persino sulle rotte polari settentrionali per chiudere ogni potenziale varco scoperto.
Un progetto di tale magnitudo ha, inevitabilmente, scatenato un durissimo scontro politico e contabile all’interno del Congresso a Washington, dove i numeri sul tavolo evidenziano una discrepanza profonda tra le rassicurazioni del Pentagono e i calcoli degli organi di controllo indipendenti. Se per l’anno fiscale in corso il bilancio della difesa ha già blindato lo stanziamento di 13,4 miliardi di dollari per la Cupola Dorata, la richiesta avanzata dal Pentagono per il prossimo anno prevede di far schizzare il budget complessivo della Space Force a oltre 71 miliardi di dollari, allocando una prima tranche da quasi sette miliardi solo per le infrastrutture orbitali.
È proprio sulla tenuta economica a lungo termine che il piano rischia di incrinarsi: la Space Force stima un costo ufficiale di 185 miliardi di dollari per un piano decennale, ma il Congressional Budget Office ha lanciato l’allarme ipotizzando una spesa effettiva di ben 1,2 trilioni di dollari su base ventennale, zavorrata dalla necessità di sostituire ciclicamente i mini-satelliti ogni cinque anni. A rendere lo scenario ancora più teso e delicato dal punto di vista geopolitico è l’intenzione di integrare in questa rete sistemi di intelligenza artificiale avanzati.
L’obiettivo della difesa autonoma americana è quello di far reagire lo scudo spaziale nei primi 90 secondi dal lancio del vettore nemico, attivando intercettori orbitali capaci di colpire il missile nella sua fase di spinta iniziale, prima che possa rilasciare testate multiple o esche d’inganno, trasformando definitivamente lo spazio nel fronte principale della sicurezza globale.
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