Home Attualità L’inferno oltre lo schermo e la morte dell’empatia a colpi di clic

L’inferno oltre lo schermo e la morte dell’empatia a colpi di clic

Domenica Puleio

Inquadrature nitide, lo smartphone posizionato con cura, l’orrore registrato in alta definizione. I video ritrovati sul telefono del compagno della madre di Beatrice, la bambina torturata a Imperia, non raccontano solo la follia criminale di un mostro da cortile. Raccontano qualcosa di molto più devastante: la nascita di una nuova specie di spettatori della violenza. Viviamo nell’era della documentazione ossessiva, dove persino l’agonia di un innocente di pochi anni diventa un contenuto da archiviare in galleria, una clip tra una ricetta di cucina e un balletto di tendenza. Il vero fallimento non è solo burocratico, non è la solita colpa da scaricare sui servizi sociali distratti. È il crollo verticale, spaventoso, di ogni forma di allarme sociale e umano dentro le nostre comunità.

Ci siamo ridotti a una massa di sonnambuli capaci di commuoversi solo per le notizie di superficie, quelle confezionate con il filtro giusto per strappare un “like” distratto tra un impegno e l’altro. Oltre il confine del nostro orticello personale c’è il deserto. Siamo diventati guardiani feroci del nostro piccolo benessere privato, mentre intorno le case si trasformano in prigioni di isolamento e violenza silenziosa. Chi viveva accanto a quella porta, chi incontrava quegli sguardi sulle scale, dove guardava? L’indifferenza collettiva è diventata il complice più fedele di ogni orrore domestico. Abbiamo scambiato il “farsi i fatti propri” con il rispetto della privacy, trasformando la codardia in una virtù civile.

La verità è che questo degrado profondo non nasce dal nulla. Lo alimentiamo ogni giorno, diabolicamente, approvando palinsesti televisivi svuotati di ogni senso, programmi spazzatura che campano sulla morbosità e testi musicali infarciti di una rabbia posticcia, dove la donna è un oggetto e la sopraffazione è l’unico status che conta. Consumiamo intrattenimento tossico a colazione, pomeriggi di finta demagogia urlata nei talk show, e poi ci stupiamo se il livello di empatia della società è sceso sotto lo zero. Abbiamo sdoganato il vuoto, lo abbiamo reso redditizio, e adesso ne piangiamo le conseguenze sui tavoli degli obitori.

Per ritrovare la strada non servirà a niente la ragione ostentata, quella sbandierata con i cartelli e i megafoni nelle piazze della domenica pomeriggio, buona solo a raccogliere consenso politico sulla pelle dei più deboli. Non si cura il cancro dell’anima di una nazione con i proclami o chiedendo la forca a favore di telecamera. Ci si salva solo se torniamo a guardare il mondo con occhi disarmati, se recuperiamo il coraggio civile di fare una domanda scomoda al vicino di casa, di non voltarci dall’altra parte quando un pianto attraversa una parete. Se non ritroviamo la capacità di indignarci per davvero, fuori dagli schermi dei nostri telefoni, Beatrice sarà solo l’ennesimo nome da dimenticare entro il prossimo fine settimana. E noi, i complici silenziosi di un’umanità che ha deciso di spegnersi.

@Riproduzione riservata

Foto di Mahavir Shah da Pixabay

N.d.R.: In questo articolo non troverete la fotografia di Beatrice. Non vedrete il suo viso, i suoi occhi, la sua innocenza sbattuta in prima pagina per catturare un briciolo di attenzione in più. La scelta di redazione di non pubblicare la sua immagine non è solo un freddo obbligo deontologico, ma un atto di rispetto profondo dovuto a chi ha già subito l’indicibile.

 

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