Milano, 30 lug. (Adnkronos Salute) – Inondati di repellente, eppure crivellati di punture. La sensazione che le zanzare si stiano abituando agli spray che usiamo per tenerle lontane è comune a tutti. Probabilmente la causa è un’applicazione poco accurata del prodotto, ma forse c’è di più. Forse gli insetti stanno davvero cambiando pelle e la carica delle ‘super zanzare’ è all’orizzonte. Suona l’allarme un team di scienziati dell’università di Delhi (India), in uno studio pubblicato su ‘Frontiers in Tropical Diseases’. Gli autori hanno scoperto i meccanismi che permettono alle zanzare di sopravvivere agli insetticidi e hanno individuato un gruppo di insetti che mostra i primi segni di resistenza a un prodotto specifico, l’alfa-cipermetrina. Un vantaggio che sembra collegato a una manciata di proteine.”Abbiamo osservato che una popolazione indiana di zanzare Ae. aegypti, se esposta alla dose diagnostica raccomandata di α-cipermetrina, ha mostrato un tasso di mortalità del 97,91%”, quindi il 2% circa scampava al veleno. “Questo è un segnale precoce del fatto che queste zanzare potrebbero sviluppare resistenza a questo insetticida”, avverte Rohit Lakhwani, ricercatore della Delhi University e primo autore del lavoro. “Comprendere i meccanismi biologici che permettono alle zanzare di sopravvivere a questo insetticida, mentre la resistenza è ancora nelle sue fasi iniziali, è vantaggioso”, aggiunge l’autrice senior Sarita Kumar, docente del Dipartimento di Zoologia dell’ateneo indiano. Ed è particolarmente importante perché le zanzare, rimarcano gli esperti, possono anche sviluppare una resistenza crociata a prodotti che agiscono in modo simile a quello oggetto dello studio.Tradizionalmente – scrivono gli scienziati – i programmi di salute pubblica si sono basati su sostanze chimiche per il controllo delle zanzare, e questo potrebbe spiegare perché combatterle sta diventando sempre più difficile: nel tempo gli insetticidi innescano variazioni biochimiche e genetiche che conferiscono un vantaggio in termini di sopravvivenza a determinate popolazioni di zanzare. Gli insetti possiedono infatti i cosiddetti enzimi di detossificazione, proteine che producono naturalmente per difendersi dalle sostanze tossiche, spesso entro poche ore dall’esposizione. “Quando un insetticida entra nel corpo di una zanzara, attiva un sistema di allarme cellulare. Questo innesca una cascata di risposte all’interno delle cellule dell’insetto e aumenta la produzione di proteine difensive”, illustra Kumar. Gli enzimi di detossificazione si legano alle molecole di insetticida e le rompono neutralizzandole, riducendole cioè a composti meno dannosi che possono essere facilmente espulsi. Nel nuovo studio, i ricercatori hanno identificato l’arma più potente che le zanzare sfoderano contro gli insetticidi.L’équipe indiana ha selezionato 5 enzimi precedentemente individuati come meccanismi di detossificazione primari, procedendo a una serie di test di laboratorio: i cosiddetti bioassay in bottiglia, che espongono zanzare vive a concentrazioni diagnostiche di insetticida; il docking molecolare, un’analisi computerizzata che prevede le affinità di legame degli insetticidi con gli enzimi di detossificazione; esami biochimici per individuare i diversi livelli di enzimi di detossificazione nelle popolazioni di zanzare. Ha così scoperto che la beta-esterasi, un enzima specializzato nella degradazione di specifici composti presenti in insetticidi come l’α-cipermetrina, era la proteina più reattiva in risposta al prodotto. La sua attività aumentava di oltre 21 volte dopo l’esposizione e l’enzima si agganciava con forza alle molecole di insetticida. Da questi elementi, gli scienziati hanno dedotto che la β-esterasi è il principale meccanismo di difesa delle zanzare contro l’α-cipermetrina. Anche gli altri enzimi tra quelli considerati sono risultati significativamente coinvolti nel processo di detossificazione: Cyp450, versatile e in grado di rispondere a una moltitudine di sostanze chimiche estranee, e Gst, che lega molecole protettive ai composti tossici, hanno mostrato rispettivamente la seconda e la terza reattività più elevata. “Questo significa – chiarisce Kumar – che le zanzare possono aumentare drasticamente la produzione di un enzima particolarmente efficace quando esposte a una minaccia. Altri enzimi mostrano un’attività più generale contro diverse tossine, ma potrebbero non essere ottimali per questo specifico insetticida”.”Nonostante i primi segnali di resistenza all’α-cipermetrina, le zanzare non hanno sviluppato una resistenza duratura. Si tratta piuttosto di un segnale d’allarme”, tengono a precisare gli esperti. “Poiché la resistenza si sviluppa a velocità diverse, non è possibile prevedere quando diventerà così diffusa da rendere l’α-cipermetrina inefficace. La resistenza a livello biochimico può anche regredire se quello specifico insetticida non viene più utilizzato”, ricorda Kumar. I ricercatori evidenziano che “la resistenza agli insetticidi può variare drasticamente tra le diverse popolazioni di zanzare, a seconda della durata dell’utilizzo degli insetticidi in una determinata area, delle condizioni ambientali e delle pratiche locali di controllo dei vettori. Di conseguenza, le zanzare in alcuni Paesi potrebbero essere già più resistenti all’α-cipermetrina rispetto a quelle in India”. Per aggirare le trincee scavate dalle zanzare, gli autori elencano diverse vie: inibitori degli enzimi di detossificazione, rotazione degli insetticidi per limitare lo sviluppo di resistenza; anche l’eliminazione dei siti di riproduzione delle zanzare e il controllo biologico possono contribuire a preservare l’efficacia degli insetticidi esistenti.”I risultati ottenuti – puntualizzando gli scienziati – si riferiscono specificamente a una popolazione di Ae. aegypti allevata in laboratorio in un determinato momento, e i livelli di resistenza potrebbero essere diversi in altre popolazioni, regioni o in condizioni naturali”. In ogni caso, “lo studio ha identificato in modo coerente la β-esterasi come l’enzima principale coinvolto nella detossificazione dell’α-cipermetrina”. Un lavoro “prezioso – conclude Kumar – perché va oltre la semplice dimostrazione che la resistenza esiste, contribuendo a spiegare come si sviluppa a livello molecolare. La cosa fondamentale è che questa resistenza non sia ancora diffusa, perché offre alle autorità sanitarie pubbliche l’opportunità di implementare strategie di gestione prima che l’insetticida diventi completamente inefficace”.
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