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Rocco Chinnici, il giudice che non dimenticò mai Misilmeri

Gian Piero Corso

Nel 43° anniversario della strage di via Pipitone Federico, il ricordo personale di un uomo conosciuto da vicino: «Per me non era soltanto il giudice Chinnici, era Rocco»

Di  Gian Piero Corso

MISILMERI, 29 luglio 2026 –  Ci sono persone che la storia consegna alla memoria collettiva e altre che, prima ancora di diventare nomi nei libri di storia, rimangono nel cuore di chi le ha conosciute nella loro dimensione più autentica, lontano dai riflettori e dagli incarichi istituzionali.

Per me Rocco Chinnici è anche questo.

Oggi, 29 luglio, nel 43° anniversario della strage di via Pipitone Federico, il ricordo del magistrato che ideò il pool antimafia e che fu tra i protagonisti della stagione che avrebbe cambiato per sempre la lotta alla mafia torna inevitabilmente a Palermo e alla Sicilia. Ma torna anche a Misilmeri, il paese nel quale Chinnici era nato il 19 gennaio 1925 e al quale rimase profondamente legato.

La sua morte, il 29 luglio 1983, fu una delle pagine più terribili della storia della nostra Repubblica. Una Fiat 126 imbottita di esplosivo esplose davanti alla sua abitazione. Insieme al giudice morirono i carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi.

Ma oggi voglio ricordarlo soprattutto come uomo.

Un legame che andava oltre la parentela

Ho avuto il privilegio di conoscere personalmente il giudice Chinnici.

Il rapporto con la mia famiglia nasceva anche da un legame familiare che lui stesso sentiva con particolare affetto. Considerava mio padre quasi un parente, anche se, a voler ricostruire con precisione i gradi di parentela, era cugino di un mio zio.

Ma, davanti all’affetto, certe distanze genealogiche diventano davvero poca cosa.

Chinnici aveva con la mia famiglia un rapporto sincero, familiare, fatto di quella semplicità che oggi, ripensandoci, appare ancora più preziosa.

E c’è un ricordo che custodisco in modo particolare.

Quel pranzo a Partanna e il giudice ai fornelli

Un giorno fui invitato, insieme ai miei zii, a pranzo a Partanna. Ed è proprio qui che il ricordo del magistrato lascia spazio al ricordo dell’uomo. Rocco Chinnici si mise ai fornelli.

Era un esperto di cucina, amava il buon cibo e sapeva evidentemente anche prepararlo. E, con quella naturalezza che lo contraddistingueva, decise di coinvolgermi: mi nominò suo aiutante cuoco. A fine giornata mi regalò due bottiglie di vino fatto con le uve del suo vigneto.

È un’immagine che, a distanza di tanti anni, mi ritorna alla mente con una forza particolare.

Pensare oggi a Rocco Chinnici, al magistrato che stava costruendo una nuova stagione della lotta alla mafia, significa inevitabilmente pensare alle sue intuizioni giudiziarie, alle sue battaglie, ai magistrati che raccolsero la sua eredità.

Ma io lo ricordo anche così: in cucina, davanti ai fornelli, intento a preparare il pranzo e a coinvolgere un ragazzo come suo aiutante.

È questa la forza dei ricordi personali: restituiscono alla storia il volto dell’uomo.

Quando vado a trovare i miei cari al cimitero non manca mai il mio fiore davanti alla tomba del Giudice.

Quella villa sopra Palermo e gli uomini della scorta

Un altro ricordo è legato a mio padre.

Un giorno andammo insieme a vedere alcuni lavori da realizzare nella villa sopra Palermo. Fu in quella circostanza che conobbi anche alcuni degli uomini che componevano la sua scorta. Un’altra volta, mi racconta mio padre, quando andarono a vedere l’avanzamento dei lavori, il giudice per essere accompagnato al Palazzo di Giustizia, si mise nella vecchia Fiat 128 con mio padre, scortati fino al Tribunale. Era questo Rocco Chinnici.

Era una realtà che, allora, percepivo certamente in modo diverso da come la comprendo oggi. Quelli che per me erano gli uomini che accompagnavano il giudice erano, in realtà, persone che condividevano con lui una condizione di pericolo quotidiano.

Eppure Rocco Chinnici, anche in quella situazione, non sembrava voler mostrare alcuna distanza. Ricordo il suo fare semplice, quasi umile, il modo naturale con cui si rapportava alle persone.

Non c’era nel suo comportamento la rigidità del magistrato che occupava una posizione prestigiosa. C’era piuttosto l’uomo che sapeva parlare con gli altri, ascoltare, scherzare, stare in mezzo alla gente.

Ed è forse proprio questa semplicità a rendere ancora più grande la figura di Chinnici.

«Gli mancava la sua Misilmeri»

Chinnici era profondamente legato a Misilmeri.

La sua biografia racconta che proprio a Misilmeri studiò e lavorò negli anni difficili del dopoguerra, prima di entrare in magistratura. La sua esperienza di pretore a Partanna, durata dodici anni, contribuì poi a formare quella particolare concezione di magistrato vicino alla gente che avrebbe portato con sé anche a Palermo.

Ma dietro il magistrato c’era sempre il misilmerese. E io ricordo quanto gli mancasse la sua Misilmeri.

Non era soltanto il luogo dove era nato. Era una parte della sua identità, della sua storia, della sua memoria.

Forse anche per questo, incontrandolo, si aveva la sensazione di trovarsi davanti a un uomo che, nonostante la grande responsabilità che aveva assunto nella lotta alla mafia, non aveva mai dimenticato da dove veniva.

Il magistrato che cambiò la lotta alla mafia

Rocco Chinnici fu molto più di un magistrato coraggioso. Fu un innovatore.

A Palermo, alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale, intuì la necessità di superare la solitudine del singolo magistrato e di creare un metodo di lavoro fondato sulla condivisione delle informazioni e sulla collaborazione. Da questa intuizione nacque quello che sarebbe diventato il pool antimafia, al quale avrebbero partecipato, tra gli altri, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Chinnici comprese anche che la mafia non poteva essere combattuta soltanto nelle aule dei tribunali.

Bisognava entrare nelle scuole. Bisognava parlare ai giovani. Bisognava costruire una cultura della legalità.

La Fondazione Rocco Chinnici ricorda proprio il suo impegno nelle scuole e il suo convincimento che fosse necessario contribuire alla crescita di una coscienza sociale nuova e alla consapevolezza che il fenomeno mafioso dovesse essere combattuto a ogni livello.

Era, in questo senso, un magistrato moderno e lungimirante.

Quel 29 luglio che cambiò Palermo

La mattina del 29 luglio 1983 Palermo fu sconvolta da un’esplosione. La mafia aveva deciso di colpire Rocco Chinnici. Ma quella bomba non riuscì a cancellare il suo lavoro.

Il suo progetto sarebbe stato raccolto e sviluppato da altri magistrati. Il pool antimafia avrebbe prodotto risultati fondamentali e avrebbe contribuito alla stagione dei grandi processi a Cosa nostra.

La mafia uccise l’uomo. Non riuscì a uccidere la sua idea di giustizia.

Oggi lo ricordo così

Oggi, nel giorno dell’anniversario della sua morte, davanti alla grande figura pubblica di Rocco Chinnici sento il bisogno di aggiungere una memoria più piccola, personale, forse persino intima.

Io non ricordo soltanto il giudice.

Ricordo Rocco.

Ricordo il suo affetto verso la mia famiglia.

Ricordo quel pranzo a Partanna.

Ricordo quando, con la sua semplicità, mi nominò suo aiutante cuoco.

Ricordo mio padre accanto a me nella villa sopra Palermo.

Ricordo gli uomini della scorta.

Ricordo soprattutto quel suo modo di essere semplice e umano, quasi disarmante, nonostante sapesse benissimo di essere un uomo nel mirino della mafia.

E ricordo il suo legame con Misilmeri.

Forse è proprio questo che rende ancora più doloroso il ricordo: sapere che dietro il magistrato, dietro il simbolo, dietro il protagonista della storia della lotta alla mafia, c’era un uomo che amava la sua terra, la sua famiglia, la sua gente e le cose semplici della vita.

La memoria non è soltanto commemorazione

A quarantatré anni da quella mattina di sangue, Rocco Chinnici non appartiene soltanto alla storia della magistratura italiana.

Appartiene alla Sicilia.

Appartiene a Palermo.

Appartiene a Partanna.

E appartiene soprattutto a Misilmeri, che gli diede i natali e che ancora oggi ne custodisce la memoria.

Ricordarlo significa certamente deporre una corona di fiori e pronunciare parole solenni.

Ma significa soprattutto continuare a credere nelle idee per le quali visse.

E, per chi come me ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, significa anche qualcosa di più semplice e più umano:

ricordare il sorriso di un uomo che, per un giorno, mi volle accanto a sé ai fornelli.

Quella memoria, oggi, vale più di molte fotografie.

Perché dietro il nome del giudice Rocco Chinnici, dietro la storia, dietro la strage, c’era un uomo.

E quell’uomo non aveva mai dimenticato la sua Misilmeri. (GPC)

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