Un quarto di secolo dopo gli attentati alle Torri Gemelle, una generazione conosce l’11 settembre solo attraverso la storia. Ma guerre, sicurezza, sorveglianza e paura continuano ancora oggi a raccontare il mondo nato da quel giorno.
Un quarto di secolo dopo gli attentati che cambiarono gli Stati Uniti e il mondo,
una generazione non ricorda più quel giorno perché non era ancora nata.
Restano quasi tremila vittime, le ferite dei soccorritori, guerre, sicurezza,
sorveglianza e una domanda che riguarda ancora tutti noi: che cosa abbiamo imparato davvero
dalla paura?
Ci sono immagini che appartengono alla storia e immagini che, pur entrando nei libri,
continuano a vivere nella memoria di chi le ha viste accadere.
L’11 settembre 2001 appartiene a entrambe.
Chi c’era ricorda quasi sempre dove si trovava.
Ricorda un televisore acceso. Una telefonata. La prima Torre già in fiamme.
Il secondo aereo che entra nella Torre Sud e, in quell’istante,
cancella l’illusione dell’incidente.
Poi il fumo.
Le persone alle finestre.
Le corse nelle strade di Manhattan.
Il Pentagono colpito.
Il volo United 93 precipitato in Pennsylvania dopo la reazione dei passeggeri.
E infine qualcosa che fino a quel momento sembrava impossibile:
due edifici che rappresentavano una parte della potenza economica americana
scomparire davanti agli occhi del mondo.
Venticinque anni dopo, però, qualcosa è cambiato.
Esiste ormai un’intera generazione per la quale l’11 settembre non è un ricordo.
È storia.
Reuters ha raccolto in occasione del venticinquesimo anniversario
le testimonianze di giovani cresciuti dopo gli attentati:
conoscono quelle immagini attraverso la scuola, i racconti familiari,
Internet e soprattutto attraverso il mondo che l’11 settembre
ha contribuito a trasformare.
Ed è forse proprio qui che oggi comincia la domanda più importante.
Non soltanto: che cosa accadde quel giorno?
Ma: che cosa di quel giorno continua ancora ad abitare il nostro presente?
I nomi, prima di tutto
Oggi a New York, al Pentagono e a Shanksville gli Stati Uniti
ricordano il venticinquesimo anniversario degli attentati.
A Ground Zero tornano i momenti di silenzio e la lettura dei nomi.
Quasi tremila persone morirono negli attacchi dell’11 settembre.
Dietro quel numero, però, non ci sono simboli.
Ci sono persone.
Madri e padri.
Figli.
Lavoratori arrivati in ufficio quella mattina.
Passeggeri saliti su un aereo.
Vigili del fuoco, poliziotti, soccorritori entrati nelle Torri
mentre migliaia di persone cercavano di uscirne.
Il venticinquesimo anniversario ricorda sempre più anche coloro
che sono morti negli anni successivi a causa di malattie associate
all’esposizione alla polvere e alle sostanze tossiche sprigionate
dal crollo del World Trade Center.
E persino quella storia non è ancora conclusa.
Un nuovo grande studio sanitario si prepara infatti a indagare
gli effetti a lungo termine sui circa 25 mila bambini e ragazzi
che vivevano o frequentavano scuole nell’area interessata dal disastro
e che furono esposti alle sostanze presenti nell’aria.
Per molti di loro, dopo un quarto di secolo,
le conseguenze sanitarie non sono ancora completamente conosciute.
La memoria dell’11 settembre passa quindi anche attraverso i corpi.
Attraverso ferite che il tempo non ha necessariamente cancellato.
Quel giorno cambiò il mondo
Dire che “dopo l’11 settembre nulla fu più come prima”
può sembrare ormai una formula.
Ma basta guardare il nostro quotidiano per comprenderne la concretezza.
Gli aeroporti cambiarono.
I controlli cambiarono.
La sicurezza degli edifici cambiò.
La raccolta delle informazioni da parte degli Stati cambiò.
Negli Stati Uniti nacquero nuove strutture di sicurezza,
tra cui il Department of Homeland Security,
mentre il Patriot Act ampliò considerevolmente
gli strumenti investigativi e di sorveglianza delle autorità.
Poi arrivò la guerra in Afghanistan.
E, nel nuovo clima geopolitico prodotto dall’11 settembre,
arrivò successivamente anche l’invasione dell’Iraq,
motivata ufficialmente con argomenti distinti dagli attentati
ma profondamente inserita nella stagione politica della “guerra al terrorismo”.
L’America cercava sicurezza.
Il mondo occidentale cercava sicurezza.
Era comprensibile.
Perché la paura dell’11 settembre non era immaginaria.
Al-Qaeda aveva dimostrato che diciannove uomini potevano utilizzare
aerei civili come armi e trasformare una mattina apparentemente normale
in una tragedia globale.
Venticinque anni dopo, l’organizzazione fondata da Osama bin Laden
è molto più debole rispetto al 2001, ma non è scomparsa:
continua ad avere affiliati e capacità di influenza in diverse aree,
soprattutto in Africa e Asia.
La minaccia era reale.
Il problema, però, è sempre ciò che facciamo quando abbiamo paura.
Quanto siamo disposti a cedere per sentirci sicuri?
L’11 settembre pose alle democrazie occidentali una domanda
che non abbiamo ancora completamente risolto:
Quanta libertà siamo disposti a sacrificare in cambio della sicurezza?
Negli anni successivi aumentarono le capacità di sorveglianza.
Cambiarono le legislazioni antiterrorismo.
Si estesero le possibilità di raccogliere, conservare e incrociare informazioni.
E contemporaneamente emersero controversie destinate
a segnare profondamente l’immagine degli Stati Uniti:
Guantanamo, le extraordinary renditions, le torture,
le detenzioni senza processo.
Non furono conseguenze inevitabili dell’11 settembre.
Furono scelte politiche compiute nel mondo creato dalla paura dell’11 settembre.
Ed è importante distinguerlo.
Perché ricordare una tragedia non significa soltanto ricordare ciò che ci è stato fatto.
Significa anche avere il coraggio di guardare ciò che abbiamo fatto dopo.
Quando il sospetto cambia il volto dell’altro
Ci fu poi un’altra conseguenza.
Dopo l’11 settembre milioni di persone musulmane si trovarono improvvisamente
a dover dimostrare di non essere ciò che qualcuno temeva fossero.
Una religione praticata da oltre un miliardo di persone venne spesso confusa,
nel linguaggio pubblico e nella percezione collettiva,
con l’estremismo di chi aveva compiuto gli attentati.
Negli Stati Uniti aumentarono sospetto, discriminazioni e aggressioni.
Eppure, venticinque anni dopo, la società americana racconta anche un’altra storia:
quella di cittadini musulmani sempre più presenti nelle istituzioni,
nella politica, nelle professioni e nella vita pubblica.
È uno dei paradossi della storia.
La paura può dividere.
Ma le società possono anche imparare a ricomporre.
Per alcuni memoria, per altri storia
Forse il passaggio più delicato di questo venticinquesimo anniversario riguarda però il tempo.
Chi aveva vent’anni nel 2001 oggi ne ha quarantacinque.
Chi ne aveva quaranta ne ha sessantacinque.
E milioni di adulti di oggi non erano ancora nati.
Per molti americani l’11 settembre rimane uno degli eventi più significativi della propria vita.
Ma il rapporto con quell’evento cambia drasticamente con l’età:
per le generazioni più giovani è soprattutto un avvenimento
appreso attraverso la scuola e i racconti degli altri.
È inevitabile.
È accaduto alla Seconda guerra mondiale.
È accaduto alla Shoah.
È accaduto alla caduta del Muro di Berlino.
A un certo punto la memoria personale si spegne e resta la memoria collettiva.
Ed è proprio allora che ricordare diventa più difficile.
Perché finché qualcuno può dire “io c’ero”, la storia ha ancora una voce.
Quando quella voce lentamente scompare, resta la responsabilità di chi viene dopo.
“Never Forget” non può essere soltanto uno slogan
Negli Stati Uniti l’espressione legata all’11 settembre è diventata quasi una promessa nazionale:
Never Forget.
Non dimenticare mai.
Ma che cosa significa davvero non dimenticare?
Conservare le immagini delle Torri?
Ricordare i nomi delle vittime?
Raccontare il coraggio dei vigili del fuoco?
Certamente.
Ma forse non basta.
Non dimenticare significa anche ricordare che uomini e donne comuni,
davanti a una tragedia immensa, seppero aiutarsi senza chiedere prima
appartenenza politica, religione, origine o colore della pelle.
Significa ricordare le persone che correvano verso gli altri mentre tutti correvano via.
Significa ricordare che, nelle ore peggiori,
qualcuno scelse comunque la relazione invece della paura.
Ma significa anche custodire gli errori.
Perché una memoria che conserva soltanto l’eroismo
e cancella le conseguenze delle nostre paure
rischia di trasformarsi in celebrazione.
Non in coscienza.
Venticinque anni dopo, la paura ha cambiato indirizzo
C’è infine un dato interessante.
Nel 2001 l’America guardava fuori dai propri confini.
Il nemico era arrivato dall’esterno.
Oggi molte delle paure degli americani riguardano invece
minacce interne: violenza politica, terrorismo domestico,
sparatorie di massa, radicalizzazione dentro la stessa società americana.
Anche la percezione della sicurezza è cambiata.
I sondaggi realizzati in occasione del venticinquesimo anniversario
mostrano una fiducia nella capacità del governo federale
di proteggere il Paese dal terrorismo sensibilmente più bassa
rispetto ai mesi immediatamente successivi agli attentati.
Forse anche questo racconta qualcosa.
Possiamo costruire muri.
Scanner.
Database.
Telecamere.
Sistemi di intelligence sempre più sofisticati.
Ma nessuna tecnologia può eliminare completamente la fragilità di una società.
La sicurezza non è soltanto controllo.
È anche coesione.
Fiducia.
Capacità di riconoscere nell’altro una persona prima che una possibile minaccia.
Le Torri non ci sono più. Quel mondo sì.
Venticinque anni dopo, Ground Zero è cambiato.
Dove c’erano macerie oggi ci sono acqua, alberi,
nomi incisi nella pietra e una nuova torre che domina Manhattan.
New York è andata avanti.
Il mondo è andato avanti.
Ma molte delle categorie attraverso le quali ancora oggi
interpretiamo sicurezza, terrorismo, sorveglianza, guerra
e perfino identità collettiva nascono da quella mattina del 2001.
Per questo l’11 settembre non appartiene soltanto al passato.
E non appartiene soltanto agli Stati Uniti.
È uno di quei giorni nei quali l’umanità ha scoperto improvvisamente
quanto possa essere vulnerabile.
E forse, venticinque anni dopo, il modo migliore per ricordarlo
non è continuare ad avere paura.
È imparare qualcosa dalla paura.
“Never Forget” non dovrebbe significare soltanto ricordare ciò che ci è stato fatto.
Dovrebbe significare ricordare anche ciò che la paura può farci diventare.
Le Torri Gemelle oggi appartengono alla storia.
Le persone che morirono appartengono alla nostra memoria.
Ma il mondo nato dalle loro macerie è ancora il nostro.
E la domanda che resta, dopo venticinque anni, non è soltanto se abbiamo saputo ricordare.
È se abbiamo imparato a costruire un mondo nel quale
il dolore non abbia bisogno di trasformarsi ancora una volta in altro dolore.
Francesco Mazzarella
Giornalista e comunicatore relazionale
Fonti e approfondimenti
- Reuters – testimonianze delle generazioni nate dopo l’11 settembre e rapporto tra memoria e storia, settembre 2026.
- Associated Press – commemorazioni del venticinquesimo anniversario e conseguenze sanitarie sui soccorritori e sulle persone esposte alle sostanze tossiche di Ground Zero.
- Reuters – studio sugli effetti sanitari a lungo termine sui bambini esposti dopo gli attentati dell’11 settembre.
- Reuters – evoluzione di Al-Qaeda a venticinque anni dagli attentati.
- Associated Press / NORC – memoria dell’11 settembre, sicurezza e percezione del terrorismo negli Stati Uniti.
© Francesco Mazzarella – Riproduzione riservata
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