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Hormuz quasi vuoto: due navi dove ne passavano 125. Il mondo cerca altre rotte

Francesco Mazzarella

Tre navi commerciali tracciabili in un giorno, contro circa 125 prima del conflitto. Tra rotte alternative, petroliere meno visibili e diplomazia, lo Stretto rivela la fragilità delle reti globali

Hormuz quasi vuoto: quando il mondo scopre di dipendere da pochi chilometri di mare

Tre navi commerciali tracciabili in un giorno, dopo le due del giorno precedente, contro circa 125 grandi navi al giorno prima dell’attuale conflitto. Mentre Teheran apre condizionatamente alla possibilità di riaprire lo Stretto e l’Arabia Saudita riattiva una via alternativa verso il Mar Rosso, Hormuz mostra quanto energia, commercio e sicurezza globale dipendano da pochi nodi strategici

Ci sono luoghi che sembrano lontanissimi finché non smettono di funzionare. Lo Stretto di Hormuz è uno di questi.

È un braccio di mare tra Iran e Oman che molti europei avrebbero difficoltà a indicare con precisione su una carta geografica, ma dal quale dipende una parte essenziale della circolazione energetica mondiale.

Oggi quel passaggio è quasi vuoto.

I dati sul traffico marittimo raccontano qualcosa di impressionante: martedì 22 settembre soltanto tre navi commerciali legate alle materie prime risultavano avere attraversato lo Stretto. Il giorno precedente erano state due. Prima dell’attuale conflitto transitavano da Hormuz circa 125 grandi navi commerciali al giorno.

È però necessaria una precisazione importante. Questi numeri riguardano le navi rilevabili attraverso i sistemi di tracciamento. Alcune imbarcazioni possono attraversare l’area con i transponder AIS disattivati, rendendo incompleta la fotografia del traffico effettivo.

Il dato chiave

Prima del conflitto: circa 125 grandi navi commerciali al giorno.
Lunedì 21 settembre: 2 transiti commerciali tracciabili.
Martedì 22 settembre: 3 transiti commerciali tracciabili.

Il dato AIS non permette però di conoscere con certezza tutte le navi effettivamente presenti nello Stretto.

Ed è proprio qui che la storia diventa più interessante del numero.

Il mondo non si ferma: cerca un’altra strada

Quando un’arteria si restringe, il sistema cerca immediatamente altre vene.

L’Arabia Saudita ha riavviato l’East-West Pipeline, l’oleodotto che attraversa il Paese permettendo al greggio di raggiungere il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, senza attraversare Hormuz. L’infrastruttura era stata danneggiata dagli attacchi dei giorni precedenti.

Nel frattempo Riyadh aveva aumentato le esportazioni dai terminal del Golfo e sviluppato anche trasferimenti di greggio nave-nave nelle acque dell’Oman. I flussi energetici, insomma, non sono semplicemente scomparsi: hanno cominciato a ridisegnarsi.

È una straordinaria dimostrazione della capacità di adattamento dei sistemi globali. Ma è anche la dimostrazione della loro fragilità.

Perché trovare una strada alternativa non significa eliminare il rischio. Significa spesso spostarlo altrove.

Se Hormuz diventa insicuro, aumenta l’importanza dell’oleodotto saudita. Se quell’oleodotto viene colpito, aumenta l’importanza del Mar Rosso. Se Bab el-Mandeb diventa pericoloso, entrano in difficoltà le rotte verso Suez.

Ogni alternativa dipende da un’altra infrastruttura, da un altro territorio, da un altro equilibrio politico. La globalizzazione ci ha insegnato a essere interconnessi. Forse non ci ha insegnato abbastanza a essere resilienti.

Le navi che scompaiono

C’è poi un dettaglio che sembra tecnico e invece racconta bene il nostro tempo.

Alcune navi attraversano quelle acque spegnendo il proprio sistema automatico di identificazione, l’AIS.

Questo non significa automaticamente che siano coinvolte in attività illecite. In un’area di conflitto, rendersi meno facilmente individuabili può rispondere anche a esigenze di sicurezza.

Ma produce un paradosso.

Viviamo nell’epoca in cui possiamo osservare quasi in tempo reale una nave dall’altra parte del pianeta, eppure quando aumenta il pericolo una parte di quella realtà può improvvisamente diventare invisibile.

Anche l’informazione diventa così parte della sicurezza. Sapere dove si trova una nave significa poterla seguire. Ma significa anche poterla trovare.

È un piccolo esempio di una questione molto più grande: la trasparenza tecnologica che rende efficienti le nostre reti può trasformarsi in vulnerabilità quando cambia il contesto nel quale quelle reti operano.

Intanto la diplomazia prova a muoversi

Mentre il traffico diminuisce, sul piano diplomatico arrivano segnali che richiedono attenzione ma anche molta prudenza.

Teheran ha fatto sapere di essere disponibile a riaprire lo Stretto entro una settimana qualora gli Stati Uniti riducano la pressione militare e rimuovano il blocco dei porti iraniani. La delegazione iraniana presente a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite avrebbe ricevuto mandato per negoziare.

È importante utilizzare le parole corrette: Hormuz non sta riaprendo. L’Iran ha espresso una disponibilità condizionata.

Parallelamente Francia e Stati Uniti stanno lavorando a una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per una possibile missione internazionale destinata a tutelare la libertà di navigazione nello Stretto.

Anche il presidente russo Vladimir Putin e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman hanno richiamato la necessità di garantire passaggi sicuri attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb.

Non significa che siamo davanti a una distensione.

Significa però che attori con interessi molto differenti sembrano condividere almeno una consapevolezza: tenere troppo a lungo compromesse le arterie del commercio mondiale può produrre conseguenze che nessuno riesce più a controllare completamente.

Non esistono più crisi lontane

È forse questa la lezione più importante di Hormuz.

Continuiamo a utilizzare categorie geografiche per descrivere problemi che geografici non sono più.

Una crisi è “mediorientale”. Una guerra è “europea”. Un attacco informatico avviene “in America”. Una siccità colpisce “l’Africa”.

Ma energia, merci, dati, finanza, alimentazione e tecnologia attraversano continuamente quei confini.

Una nave che non parte dal Golfo può diventare una consegna che ritarda in Europa. Un oleodotto colpito in Arabia Saudita può modificare il prezzo del petrolio a migliaia di chilometri di distanza. Una raffineria danneggiata può incidere sulla disponibilità di carburanti utilizzati da trasporti, agricoltura e industria.

La distanza geografica continua a esistere. La distanza delle conseguenze molto meno.

Ed è qui che Hormuz smette di essere soltanto una storia di geopolitica.

Diventa una storia di relazioni.

Relazioni tra Paesi, naturalmente, ma anche tra infrastrutture, economie, tecnologie e persone.

La fragilità è nelle connessioni

Per decenni abbiamo costruito sistemi sempre più efficienti.

Produzione concentrata dove costa meno. Merci trasportate attraverso le rotte più convenienti. Energia movimentata attraverso pochi grandi corridoi. Catene logistiche ottimizzate per ridurre tempi, scorte e costi.

Ha funzionato.

Ma l’efficienza assoluta possiede un lato fragile: quando tutto dipende da pochi nodi, il nodo diventa più importante dell’intera rete.

Hormuz oggi ce lo mostra con una chiarezza quasi brutale.

Non serve che il commercio mondiale si fermi. È sufficiente che pochi chilometri di mare diventino troppo pericolosi perché governi, compagnie petrolifere, assicurazioni, marine militari, mercati finanziari e diplomazie di mezzo mondo debbano contemporaneamente cambiare comportamento.

E forse la domanda più importante non è quanto velocemente riusciremo a riaprire completamente Hormuz.

È un’altra:

Quanti altri Hormuz abbiamo costruito senza accorgercene?

Nell’energia. Nei semiconduttori. Nei cavi sottomarini. Nei dati. Nelle materie prime. Nelle piattaforme tecnologiche. Persino nell’intelligenza artificiale.

La vera sicurezza del nostro tempo potrebbe allora non consistere soltanto nel difendere meglio questi passaggi.

Potrebbe significare imparare a costruire sistemi capaci di continuare a vivere anche quando uno dei loro nodi si interrompe.

Perché essere connessi non significa necessariamente essere resilienti.

E Hormuz, quasi vuoto, ce lo sta ricordando.

NOTA EDITORIALE

Questo editoriale nasce dal lavoro di monitoraggio, che osserva i singoli fatti non soltanto per il loro valore immediato di cronaca, ma cercando connessioni, ricorrenze e trasformazioni di medio periodo.

Nel caso dello Stretto di Hormuz distinguiamo nettamente i fatti verificati — la forte riduzione del traffico marittimo tracciabile, la riattivazione dell’East-West Pipeline saudita e i movimenti diplomatici in corso — dalle dichiarazioni politiche e dalle interpretazioni editoriali.

In particolare, al momento della pubblicazione non esiste un accordo per la riapertura dello Stretto: esiste una disponibilità iraniana condizionata. Analogamente, i dati basati sui sistemi AIS non permettono di conoscere con assoluta certezza il numero complessivo delle navi che attraversano l’area, poiché alcune possono navigare senza trasmettere pubblicamente la propria posizione.

La riflessione sulla fragilità delle reti globali rappresenta quindi l’analisi dell’autore, costruita a partire dai fatti documentati e non presentata come una relazione causale già dimostrata.

Fonti

  • Reuters — 23 settembre 2026
    “Shipping traffic via Strait of Hormuz stays below 10% of pre-war average, data shows”
    Dati aggiornati sui transiti commerciali nello Stretto e sulle limitazioni del rilevamento AIS.
    Reuters – traffico nello Stretto di Hormuz
  • Reuters — 22 settembre 2026
    “Iran ready to reopen Strait of Hormuz if US eases military pressure, lifts blockade”
    Disponibilità condizionata iraniana alla riapertura dello Stretto e negoziati a New York.
    Reuters – proposta iraniana su Hormuz
  • Reuters — 22 settembre 2026
    “France mulls new UN Security Council resolution on Hormuz, diplomats say”
    Iniziativa franco-statunitense per una possibile missione internazionale destinata a tutelare la libertà di navigazione.
    Reuters – possibile risoluzione ONU su Hormuz
  • Reuters — 22 settembre 2026
    “Saudi Arabia restarts East-West oil pipeline to resume exports from Yanbu”
    Riattivazione dell’oleodotto saudita verso il Mar Rosso.
    Reuters – riavvio East-West Pipeline
  • Reuters — 21 settembre 2026
    “Saudi Arabia ramps up Gulf oil exports after pipeline attack, shipping data shows”
    Dati sulle esportazioni saudite e sulle strategie alternative utilizzate durante la crisi.
    Reuters – flussi petroliferi sauditi
  • Reuters — 22 settembre 2026
    “Putin, Saudi crown prince call for safe passage via Hormuz, Bab el-Mandeb”
    Colloquio tra Vladimir Putin e Mohammed bin Salman sulla sicurezza delle principali rotte marittime.
    Reuters – Hormuz e Bab el-Mandeb
  • U.S. Energy Information Administration (EIA)
    “World Oil Transit Chokepoints”
    Dati strutturali sull’importanza dello Stretto di Hormuz per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
    U.S. EIA – World Oil Transit Chokepoints
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