Home Storia, Arte, Cultura LA GRECITÀ DI FOSCOLO COME PATRIA PERDUTA

LA GRECITÀ DI FOSCOLO COME PATRIA PERDUTA

Da Leonida di Taranto a Ibico, da Zacinto alla Magna Grecia. Il mito, il distacco e le sponde che non si toccano più

di Pierfranco Bruni

La grecità di Foscolo passa inevitabilmente non solo attraverso i poeti lirici greci e l’impalcatura omerica del nostos e dei nostoi, ma ha riferimenti precisi nella poesia della Magna Grecia che sono essenziali. Da Taranto a Reggio Calabria. Come per dire da Leonida di Taranto a Ibico di Reggio. Oltre la geografia c’è il mito. Foscolo è dentro il mito con gli archetipi e una griglia simbolica. È chiaro che Zacinto diventa fondamentale.

C’è da considerare che Leonida di Taranto venne tradotto da un altro poeta magno-greco più contemporaneo come Salvatore Quasimodo e Ibico divenne specchio metaforico per Pavese durante i mesi di confino a Brancaleone Calabro, mare dalle greche. La grecità in Foscolo fu dunque Patria. Una eredità che ha nel suo interno un linguaggio onirico certamente, ma profondamente tragico. La passione del tragico come condizione d’esistere è dentro questo percorso.

La passione del tragico è una condizione d’esistere. Sia in Leonida che lascia Taranto in modo dolorante. Sia in Ibico che traccia i tramonti rossi del Mediterraneo calabro. Sia in Foscolo che fa della sua grecità peloponnesiaca l’isola-radice del non ritorno. Tra Leonida e Foscolo c’è il _topos_ del distacco dalla terra straniera e della morte distante da dove sono nati.

Leonida offre uno spaccato singolare in questi versi che è necessario citare integralmente: “Lontano dalla terra d’Italia io giaccio / e dalla mia Taranto: questo mi è più amaro / della stessa morte. / Tale è la sorte dei nomadi, triste. / Ma le Muse mi amarono…”.  Siamo nell’Antologia Palatina, VII, 736.

Nomadi triste! È un concetto di una pregnanza simbolica malinconica e fortemente metaforica. Come pure la lontananza dalla terra natia. Così in Foscolo. Lo scenario è emblematico nella sua Zacinto. Un colpo potentemente drammatico con il quale Foscolo trafigge il tempo che vive. Si legge: “Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque, / Zacinto mia, che te specchi nell’onde / del greco mar da cui vergine nacque / Venere, e fea quelle isole feconde / col suo primo sorriso, onde non tacque / le tue limpide nubi e le tue fronde / l’inclito verso di colui che l’acque / cantò fatali, ed il diverso esiglio / per cui bello di fama e di sventura / baciò le sue petrose irto Ulisse, / Tu non altro che il canto avrai del figlio, / o materna mia terra; a noi prescrisse / il fato illacrimata sepoltura.”

A Zacinto. Siamo sempre alle sponde. A quelle sponde che legano, separano e creano rimembranze di fuoco. Le sponde che non si rivedranno più. Anzi, non si toccheranno più. Né più mai toccherò. È verbo tattile, carnale. Non è vedere. È toccare. La grecità di Foscolo è tutta in quel tatto negato.

Zacinto e Taranto. Non sono modelli. Il mito nato tale si trasforma in ierofania, per dirla con Mircea Eliade. In mezzo serpeggia il labirinto. Ma non giungerà alcuna Arianna a riportare il tempo dell’infanzia e della giovinezza nella terra delle radici. Ecco dunque la diversità con Ulisse. Ulisse ritorna. Leonida e Foscolo no. Il loro _nostos_ è impossibile. Per questo è più tragico di quello omerico.

Il tempo, le Muse e le illusioni forti sono una dimensione dell’esistere. Ma c’è di più. Perché è la poesia che va oltre il tempo e la morte. Quando Leonida annota: “Il nome di Leonida non è morto. / I doni delle Muse lo tramandano / per ogni tempo” Ancora dall’Antologia Palatina, VII, 715, Foscolo sembra riflettere con questo inciso dai Sepolcri: “E me che i tempi ed il desio d’onore / fan per diverse genti ir fuggitivo, / me ad evocar gli eroi chiamin le Muse… / E tu, onore di pianti, Ettore, avrai, / ove fia santo e lagrimato il sangue / per la patria versato, e finché il Sole / risplenderà sulle sciagure umane.”

Dei Sepolcri, vv. 226-231. Il concetto di tempo e il tempo tra finitezza e infinito costruiscono il vero senso archetipale. Dunque gli archetipi costruiscono il legame tra la perdita, il ricordo, la memoria e la poesia. Ai versi di Leonida: “Infinito fu il tempo, uomo, prima che tu venissi alla luce, e infinito sarà quello dell’Ade. E quale parte di vita qui ti spetta, se non quanto un punto…?” (VII, 472). Foscolo intensifica una componente pienamente filosofica proprio sul tempo. Infatti ci sono le “cose” che la memoria restituisce come visione onirica e intoccabile, però se non attraversi l’immaginario della memoria. Ed è così che Foscolo incide per sempre nel marmo: “Ma perché pria del tempo a sé il mortale / invidierà l’illusion che spento / pur lo sofferma al limitar di Dite? / Non vive ei forse anche sotterra, quando / gli sarà muta l’armonia del giorno, / se può destarla con soavi cure / nella mente de’ suoi? Celeste è questa / corrispondenza d’amorosi sensi…”.
E ancora, prima: “E quando il tempo con sue fredde ali / vuota i silenzi della notte, e il fango / copre i relitti delle umane cose, / e l’oblio preme le memorie erette…”.

Le umane cose restano relitti. Ovvero tendenti a diventare macerie. Siamo dentro le macerie del tempo che ci conduce alla fine. Ma le Muse, per Leonida e per Foscolo, sono ciò che salva dal fango. L’illusione forte.

La presenza di Ibico è nell’eros mentre il paesaggio-anima crea atmosfere. In questa grecità profonda Ibico dalle sponde greche della Calabria insiste con la sua propendente voce fatta di echi di vento e di vento sulla schiuma di onde sugli scogli. Legando così il paesaggio all’eros, al tormento che si esplica nel tragico. La grecità è tragica e ci invita lungo questo sentiero.

Da un Frammento di Ibico si può notare:  “In primavera, i meli cidoni / irrorati dalle correnti dei fiumi, / là dov’è il giardino incontaminato / delle Vergini – e i fiori della vite, / che crescono sotto i tralci ombrosi, / ricchi di gemme, germogliano. Per me Eros / in nessuna stagione si posa: / ma come il tracio Borea, / avvampante di folgore, / balza dal fianco di Cipride con brucianti / follie e tenebroso, intrepido, / custodisce con forza, saldamente, / il mio cuore”.

È certo che Ibico crea l’atmosfera. E si tratta di paesaggio ad anima. Atmosfera greca in Magna Grecia. Ma non c’è il tragico. Non c’è la diaspora. L’esilio. La fuga. Mentre Leonida e Foscolo sono la terra perduta. Anzi, sono terra-delirio. La differenza c’è. Ma si ha bisogno anche di atmosfere per entrare nel tragico. Leonida e Foscolo sono aggrediti dal tragico. Ibico dall’eros.  Ed è qui la lezione per Pavese. A Brancaleone Calabro, Pavese legge Ibico e capisce che la grecità magno-greca non è archeologia, è eros che diventa paesaggio. Il mare greco di Calabria è lo stesso mare di Zacinto. Ma mentre Ibico può ancora cantare l’eros nella primavera, Leonida e Foscolo non possono più cantare che la perdita. Perché il loro tempo è finito. Il loro è un tempo di tramonto, non di primavera.

Il tempo è il centro di tutto. In Foscolo la grecità non è vita. È patria perduta. È il luogo dove il destino e la coerenza coincidono. Zacinto non è un’isola. È l’infanzia che non si tocca più. Taranto non è una città. È la madre che non ti seppellirà. E tra queste due sponde, tra Leonida e Foscolo, tra Quasimodo che traduce e Pavese che trascrive, c’è il filo rosso della Magna Grecia come metafora dell’uomo moderno: nomade triste, con le Muse come unico pane quotidiano. E le Muse, come dice Leonida, ci tramandano per ogni tempo. Ciò crea una tradizione. Senza la quale non ci sarebbe l’amor di patria e tanto meno la nostalgia.  Tanto meno la fedeltà alle radici e il senso di appartenenza..

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