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Il sociologo Francesco Pira: “La povertà di Francesco è una scelta di libertà”

Redazione

Il docente dell’Università di Messina: “La fraternità, al tempo dei social e dell’intelligenza artificiale, si esercita prima di tutto qui: nel modo in cui scegliamo le parole, nel rispetto dell’altro che abita ogni nostro messaggio. Un mondo più umano comincia da un linguaggio più umano, e questa è una responsabilità che nessuna macchina può assumersi al posto nostro”

Intervista a cura di Pietro  Salvatore Reina

Quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, una figura fondamentale della storia italiana ed europea. La vita, le opere, le parole del Poverello d’Assisi hanno attraversato secoli ed ancora oggi il suo messaggio mantiene intatta la sua forza etica, spirituale e culturale. La parabola di san Francesco assurge, da sempre, a simbolo di dialogo tra le culture, pace, fraternità con l’intero creato. Valori più che mai attuali nell’attuale situazione geo-politica caratterizzata e segnata da crisi (economiche, sociali, ambientali), disuguaglianze, guerre. La vita di francesco d’Assisi, nato come Giovanni di Pietro da Bernardomne, è un viaggio, un cammino segnato da trasformazioni, conversioni, scelte coraggiose. Un cammino che lo porta a scoprire il significato più profondo e autentico dell’esistenza che raggiunge il suo punto più alto nell’atto del perdono, del perdonare. Un verbo che per e in Francesco si incastona nell’Incarnazione di Gesù che sceglie di “svuotarsi, spogliarsi” – come insegna san Paolo nella sua Lettera ai Filippesi – per farsi “dono”: come Gesù Cristo ha svuotato sé stesso (ekenosen) assumendo la condizione di servo, facendosi simile agli uomini e umiliandosi fino alla morte di croce così san Francesco si fa povero per accogliere l’altro, gli altri. Farsi povero per Francesco significa liberarsi per poter perfettamente amare. Significa esistere solo nella relazione all’altro. Povertà allora diviene ed è ricchezza d’esperienza, un’energia che brucia. Un’impronta, una “significatione” dell’Altissimo. L’amore per la povertà in Francesco è la conseguenza della sua conversione a Dio. A Dio ci si converte, secondo le parole stesse di Gesù, solo “morendo a sé stessi”. La povertà è il segno di quella morte e di questo abbandono.

D.: Professore Pira, l’ottavo centenario della morte di san Francesco offre l’occasione per tornare su una domanda che attraversa i secoli. Che cosa può dire oggi, a una società che misura tutto in prestazioni e risultati, la scelta di povertà del Poverello d’Assisi?

R.: «La povertà di Francesco è una scelta di libertà, e la società contemporanea ne ha un bisogno urgente, anche quando fatica a riconoscerlo. Viviamo in un sistema che ci valuta per ciò che produciamo, per il capitale che accumuliamo, per la visibilità che otteniamo: l’identità stessa è diventata una prestazione da esibire. Zygmunt Bauman ha descritto la modernità liquida come un tempo in cui le appartenenze si dissolvono e ciascuno deve costruirsi da solo, in una corsa che finisce ogni volta da capo. In questo scenario la povertà francescana è sottrazione: la scelta di togliere di mezzo ciò che ingombra, per liberare spazio alle persone. Spogliarsi, per Francesco, significa alleggerirsi per poter amare, e questa è una lezione che riguarda tutti: le relazioni autentiche nascono dove c’è spazio, e lo spazio si crea togliendo qualcosa».

D.: Il perdono è il vertice della parabola di Francesco. In un’epoca che premia la reazione immediata e trasforma ogni offesa in uno scontro pubblico, che cosa resta di quella parola?

R.: «Il perdono è un atto sociale prima che morale, ed è il gesto che interrompe la catena della vendetta. La sociologia lo osserva da tempo: ogni comunità si tiene insieme grazie a meccanismi che riparano i legami, e il perdono è il più potente di tutti, perché restituisce all’altro la possibilità di ricominciare. Oggi quel gesto è diventato difficile, e le ragioni sono strutturali. Le piattaforme premiano la risposta immediata, il conflitto genera attenzione, l’offesa pubblica costruisce consenso. Il perdono, al contrario, è lento: richiede tempo, silenzio, elaborazione. È per questo che appare fuori moda, e proprio per questo resta indispensabile. Una società che smette di perdonare diventa più fragile, perché ogni frattura si fa definitiva e nessuno può più correggersi. Francesco ci ricorda che il perdono è la forma più alta di amore per salvare ogni relazione».

D.: Oggi disponiamo di sistemi capaci di generare parole e conversazioni in quantità illimitata. Che cosa può insegnare, a chi li usa, l’umiltà di Francesco?

R.: «Credo che l’umiltà di Francesco offra il criterio più utile proprio per abitare questa novità. Oggi possiamo produrre parole senza sforzo: un testo, una risposta, una conversazione, in un istante e all’infinito. È un potere nuovo, e come ogni potere nuovo chiede di essere governato. Francesco aveva una consapevolezza opposta e complementare: la parola nasce da un incontro. Scriveva a persone reali, si rivolgeva a uomini e donne che conosceva, costruiva i suoi testi dentro relazioni concrete. Il suo linguaggio era umile nel senso più forte del termine: aderente alla realtà, misurato su chi lo ascoltava. Un sistema generativo lavora all’inverso. Produce parole medie, calcolate sulla probabilità di ciò che è già stato detto, e le offre a chi le chiede. Il rischio è un linguaggio che funziona e tocca nessuno: risponde, informa, intrattiene, e resta fuori dalla relazione. Il punto, allora, è questo: la tecnologia può amplificare la nostra voce, e sta a noi decidere che cosa amplificare. Se le affidiamo il compito di parlare al posto nostro, rinunciamo a ciò che rende umana la comunicazione, cioè la responsabilità di scegliere le parole e di rispondere di esse. Un mondo più umano nasce da parole più umane, e questa resta una responsabilità nostra, anche quando le scrive una macchina».

D.: Lei porta il nome di Francesco. Come si traduce, oggi, il suo messaggio di pace e fraternità nel lavoro di chi studia la comunicazione e forma i giovani?

R.: «Lo porto con me come una responsabilità: il punto di contatto sta nella cura del linguaggio. Francesco parlava agli uomini del suo tempo con parole che tutti potevano capire, e il Cantico delle creature è un testo di pace scritto nella lingua della gente: una scelta comunicativa rivoluzionaria, perché toglieva potere ai linguaggi che escludevano. Oggi il nostro compito è analogo. Dalla formazione nelle scuole alla ricerca e all’insegnamento universitario, il cuore del mio lavoro non cambia: educare a una lettura critica della comunicazione. Aiuto studenti e ragazzi a riconoscere chi parla per unire e chi per dividere, distinguendo la forza di un’idea dalla violenza di un insulto. La fraternità, al tempo dei social e dell’intelligenza artificiale, si esercita prima di tutto qui: nel modo in cui scegliamo le parole, nel rispetto dell’altro che abita ogni nostro messaggio. Un mondo più umano comincia da un linguaggio più umano, e questa è una responsabilità che nessuna macchina può assumersi al posto nostro».

 Un dipinto che ha un fascino: Francesco è senza aureola e stimmate. Quindi, sicuramente, è stato realizzato prima del 1224, anno in cui Francesco “nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo, / che le sue membra due anni portarno” (Dante, Paradiso, XI, vv. 106-108)

Fonte: Il salto della quaglia.com

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