Patrioti in fuga: i Bolsonaro perdono le elezioni e cercano di vincerle a Washington

Flávio Bolsonaro promette di restare in Brasile, poi scappa con la famiglia mentre la magistratura gli ritira i passaporti. Destinazione Stati Uniti, dove il fratello Eduardo lavora da tempo per mettere sotto pressione Lula. Quando il voto popolare non dà il risultato sperato, c’è sempre qualcuno disposto a cercarne uno migliore all’estero

di Massimo Reina

Il bello della democrazia, per certi democratici, è che funziona benissimo. Purché vincano loro. Quando perdono, invece, è difettosa, truccata, manipolata dai giudici, sequestrata dai comunisti e possibilmente da rifare. Meglio ancora se a rifarla ci pensa Donald Trump. Il quale, essendo presidente degli Stati Uniti e non del Brasile, avrebbe qualche difficoltà costituzionale a occuparsi delle elezioni brasiliane. Ma sono dettagli. E i dettagli, quando si tratta di salvare la democrazia, non devono intralciare i salvatori.

L’ultimo capitolo di questa curiosa concezione della sovranità popolare arriva dal Brasile, dove domenica 25 ottobre Luiz Inácio Lula da Silva ha sconfitto al ballottaggio Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair. Una sconfitta che, in una democrazia normale, dovrebbe produrre due conseguenze piuttosto semplici: il vincitore governa e lo sconfitto organizza l’opposizione. In casa Bolsonaro, invece, pare sia stata scelta una terza possibilità: organizzare l’opposizione dall’estero, possibilmente sotto l’ombrello della Casa Bianca.

La cronologia merita attenzione, perché racconta la vicenda meglio di qualsiasi dichiarazione solenne sulla libertà.

Domenica Flávio perde le elezioni. Lunedì il giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes dispone la consegna dei suoi passaporti, accogliendo una richiesta della Polizia federale che segnala un concreto rischio di fuga. Il provvedimento riguarda un’indagine per presunto riciclaggio di denaro ed evasione di divise nella quale compare anche l’avvocato Willer Tomaz. Entrambi negano le irregolarità contestate.

Flávio reagisce con un video. Dice che non ha mai pensato di lasciare il Brasile, promette di consegnare i documenti e annuncia che resterà nel Paese per guidare l’opposizione a Lula.

Martedì scade il termine per consegnare i passaporti. I documenti non arrivano. La Polizia federale li cancella dai propri sistemi. E Bolsonaro lascia il Brasile insieme alla moglie e alle due figlie.

La promessa di restare è durata meno di ventiquattr’ore.

Bisogna riconoscergli una certa efficienza: per organizzare l’opposizione in patria ha scelto di cominciare dall’espatrio.

Non è soltanto una battuta. È la contraddizione centrale di una vicenda nella quale le dichiarazioni pubbliche e i comportamenti privati sembrano viaggiare in direzioni opposte. Flávio denuncia una persecuzione giudiziaria e rivendica il diritto di difendersi. Un diritto sacrosanto, naturalmente. Peccato che, anziché esercitarlo rispettando il provvedimento cautelare, abbia scelto di sottrarsi all’obbligo di consegnare i passaporti.

La sua posizione processuale non va confusa con una condanna: è indagato e gode della presunzione d’innocenza. Ma la presunzione d’innocenza non autorizza a ignorare le decisioni di un tribunale.

La fuga, peraltro, ha avuto un percorso degno di un romanzo di spionaggio, sebbene con qualche problema di sceneggiatura. Per buona parte di martedì gli alleati della famiglia hanno raccontato che Flávio fosse già diretto negli Stati Uniti. Qualcuno lo dava addirittura arrivato. Poi sono comparsi i registri ufficiali dell’immigrazione argentina, secondo i quali il senatore ha attraversato il ponte internazionale Tancredo Neves, tra Brasile e Argentina, soltanto alle 22:50 del 27 ottobre. Quaranta minuti dopo si è imbarcato su un aereo privato diretto a Guayaquil, in Ecuador. Il velivolo ha successivamente proseguito verso Miami, secondo le ricostruzioni basate sui dati di volo.

Insomma, mentre i sostenitori annunciavano l’arrivo del perseguitato politico nella terra della libertà, il perseguitato doveva ancora attraversare la frontiera.

Ma il punto più interessante non è come Flávio sia uscito dal Brasile. È quello che potrebbe fare una volta arrivato negli Stati Uniti.

Ad aspettarlo politicamente c’è il fratello Eduardo, trasferitosi in America nel 2025 e diventato uno dei principali promotori della campagna internazionale contro la magistratura brasiliana e il governo Lula. Eduardo ha coltivato rapporti con gli ambienti trumpiani, presentando la famiglia Bolsonaro come vittima di una persecuzione politica e il Brasile come un Paese nel quale la democrazia sarebbe stata sequestrata dai giudici.

La particolarità è che Jair Bolsonaro, il padre, è stato condannato a ventisette anni di carcere per il tentativo di colpo di Stato seguito alla sconfitta elettorale del 2022. Una vicenda culminata nell’assalto alle istituzioni di Brasilia dell’8 gennaio 2023, quando migliaia di sostenitori dell’ex presidente devastarono le sedi del Congresso, della Corte suprema e della presidenza della Repubblica.

Una parte del bolsonarismo, insomma, aveva già dimostrato di avere qualche difficoltà ad accettare il responso delle urne. Ora il problema sembra ripresentarsi con il figlio.

Eduardo, del resto, non aveva fatto mistero delle proprie intenzioni. Prima ancora del ballottaggio aveva prospettato la possibilità che Flávio lasciasse il Brasile in caso di sconfitta, per guidare dall’estero la battaglia politica contro Lula. Secondo una ricostruzione pubblicata il 28 ottobre dal Fatto Quotidiano, il progetto sarebbe persino più ambizioso: costruire un’opposizione in esilio, sviluppare attività di lobbying presso Washington e dare vita a una sorta di governo ombra sul modello di quello rivendicato in Venezuela da Juan Guaidó.

È una ricostruzione giornalistica che richiede ulteriori conferme, soprattutto per quanto riguarda l’effettiva esistenza di una struttura organizzata e il possibile coinvolgimento dell’amministrazione americana. Ma l’ipotesi è politicamente significativa, anche perché si inserisce in una strategia di pressione internazionale già visibile.

Il governo Lula accusa infatti Eduardo Bolsonaro di aver contribuito a promuovere le misure commerciali punitive adottate da Washington contro alcuni prodotti brasiliani. Eduardo respinge l’accusa. Resta il fatto che gli Stati Uniti hanno imposto sovrattasse su diverse esportazioni del Brasile, mentre Trump ha ripetutamente messo in discussione la regolarità delle elezioni brasiliane senza presentare prove di brogli.

Il meccanismo, a questo punto, merita di essere osservato da vicino. Si sostiene che il proprio Paese non sia democratico, si chiede l’intervento politico di una potenza straniera e si utilizzano le conseguenti pressioni economiche come strumento di lotta contro il governo nazionale. Il tutto, naturalmente, in nome della sovranità popolare.

Una sovranità molto particolare, che comincia nelle urne brasiliane e finisce negli uffici di Washington.

Il riferimento a Juan Guaidó non è casuale. Nel gennaio 2019, durante la crisi venezuelana, l’allora presidente dell’Assemblea nazionale si proclamò presidente ad interim, contestando la legittimità del mandato di Nicolás Maduro. Gli Stati Uniti e numerosi altri Paesi lo riconobbero come interlocutore legittimo, dando vita a una situazione nella quale il Venezuela aveva un presidente che esercitava concretamente il potere e un altro che godeva del riconoscimento di una parte della comunità internazionale.

L’esperimento non raggiunse il suo obiettivo. Maduro rimase al potere e la struttura del governo ad interim finì per dissolversi. Ma il precedente dimostrò che una leadership politica può tentare di costruire una legittimazione internazionale alternativa a quella delle istituzioni che controllano effettivamente uno Stato.

Naturalmente Brasile e Venezuela non sono situazioni sovrapponibili. Guaidó rivendicava una successione costituzionale contestata; Flávio Bolsonaro è un candidato sconfitto in un’elezione il cui risultato è stato riconosciuto dal suo stesso partito. La differenza non è secondaria. È fondamentale.

Ed è proprio per questo che un eventuale tentativo di replicare il modello venezuelano in Brasile sarebbe politicamente ancora più controverso.

Perché Lula non è un presidente che si è insediato dopo aver annullato le elezioni. È il presidente che quelle elezioni le ha vinte.

E qui arriviamo a Washington.

Il Brasile non è un piccolo Stato periferico sul quale esercitare qualche pressione diplomatica senza particolari conseguenze. È la maggiore economia dell’America Latina, una delle principali potenze agricole e minerarie del pianeta, un membro dei BRICS e un interlocutore fondamentale della Cina. Dispone di risorse strategiche, enormi riserve di materie prime e un peso politico che gli consente di rivendicare una certa autonomia nei rapporti internazionali.

Lula ha cercato di mantenere questa autonomia, dialogando con Washington senza rinunciare ai rapporti con Pechino e con gli altri Paesi emergenti. Il bolsonarismo, al contrario, ha costruito gran parte della propria identità internazionale sull’alleanza politica e ideologica con la destra americana.

Non si tratta soltanto di simpatie personali. In gioco ci sono scelte economiche, commerciali e strategiche.

Secondo il Fatto Quotidiano, uno degli obiettivi del presunto piano politico dei fratelli Bolsonaro sarebbe salvaguardare un memorandum denominato Prosperity Partnership, orientato a rafforzare i rapporti con gli Stati Uniti in settori strategici. L’effettiva portata del documento e il suo ruolo nelle trattative politiche restano da accertare.

Ma il contesto è chiarissimo. Washington considera le risorse minerarie brasiliane, comprese le terre rare, un elemento importante nella competizione economica e tecnologica con la Cina. Il controllo delle filiere produttive dei minerali critici è diventato uno dei terreni principali dello scontro tra le grandi potenze.

E quando si parla di grandi potenze, il confine tra solidarietà politica e interesse nazionale diventa spesso piuttosto sottile.

Gli Stati Uniti hanno tutto il diritto di intrattenere rapporti con le opposizioni democratiche di altri Paesi. È una pratica normale nelle relazioni internazionali. Ma sostenere un’opposizione è una cosa; utilizzare strumenti economici e diplomatici per delegittimare un governo eletto è un’altra.

La storia latinoamericana dovrebbe aver insegnato qualcosa al riguardo. Dal Guatemala del 1954 al Cile del 1973, gli interventi statunitensi hanno spesso dimostrato quanto facilmente la difesa della libertà possa trasformarsi nella difesa di interessi strategici. Sarebbe scorretto equiparare automaticamente la situazione brasiliana a quei precedenti. Sarebbe altrettanto ingenuo dimenticarli.

Perché il problema, alla fine, non è stabilire se Flávio Bolsonaro abbia diritto di vivere negli Stati Uniti. Naturalmente può chiedere protezione, contestare le accuse, denunciare eventuali violazioni dei propri diritti e cercare sostegno politico internazionale. Saranno le autorità competenti a valutare la sua posizione giudiziaria e migratoria. E un visto americano, come è bene ricordare, non equivale automaticamente alla concessione dell’asilo politico.

Il problema è un altro: capire se la sua partenza rappresenti soltanto una fuga dalle conseguenze di un’indagine o l’inizio di una strategia destinata a trasferire negli Stati Uniti la battaglia per il potere in Brasile.

Le due cose potrebbero perfino convivere.

Intanto, mentre i Bolsonaro denunciano una democrazia in pericolo, la loro stessa formazione politica ha riconosciuto il risultato elettorale. E mentre Flávio prometteva di guidare l’opposizione in Parlamento, preparava una partenza che ha sorpreso persino alcuni dirigenti del suo partito. Rogério Marinho, coordinatore della campagna presidenziale, ha dichiarato di non essere stato informato. Nel Partito liberale si è aperta una discussione sulle conseguenze politiche della fuga.

Perché c’è anche questo aspetto, che la retorica dell’esilio tende a nascondere: un leader che abbandona il Paese subito dopo una sconfitta lascia ai propri elettori il compito di affrontarne le conseguenze.

E non tutti sembrano entusiasti dell’idea.

La destra brasiliana dovrà ora decidere se continuare a identificare il proprio futuro con la famiglia Bolsonaro o cercare una leadership capace di competere nelle istituzioni senza trasformare ogni sconfitta in una crisi di legittimità democratica. Tra i possibili protagonisti del dopo-Bolsonaro viene già indicato il governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas.

Flávio, invece, dovrà chiarire molte cose. Dove intende stabilirsi, quale protezione abbia effettivamente ottenuto, come intenda rispondere alle indagini e soprattutto quale sia il progetto politico che vuole realizzare insieme al fratello Eduardo.

Perché una cosa è denunciare una persecuzione. Un’altra è chiedere a una potenza straniera di esercitare pressioni sul governo del proprio Paese. E un’altra ancora sarebbe pretendere di costruire dall’estero un’autorità politica alternativa a quella scelta dagli elettori.

In quest’ultimo caso non saremmo più davanti a una normale opposizione, ma a una contestazione della stessa legittimità del processo democratico.

Con un’ultima, irresistibile contraddizione.

Per anni i Bolsonaro hanno fatto della patria, della bandiera e della sovranità nazionale i pilastri della propria propaganda. Hanno accusato gli avversari di voler consegnare il Brasile a interessi stranieri e presentato se stessi come gli autentici difensori dell’indipendenza nazionale.

Adesso, dopo aver perso le elezioni, potrebbero cercare proprio all’estero la forza politica necessaria per contrastare il governo brasiliano.

La patria prima di tutto. Purché, quando serve, se ne possa decidere il destino dalla Florida.

E magari con l’aiuto di un presidente americano che i brasiliani, dettaglio trascurabile, non hanno mai votato.

 

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