
Paolo Arces
Di Paolo Arces
Scrivere è la catarsi del vivere. Eppure se non vivo, non scrivo. E se non scrivo? Vivo
realmente? Questa è la situazione che mi si è posta dinanzi ultimamente. Può apparire
banale, ma la scrittura non si può limitare a quello cui tutti pensiamo. Scrittura non è solo
questo. È la cristalizzazione di un’esperienza di vita. È un tentativo di dare l’eterno al fugace istante.
Ancor più, è una vanga che “scavar deve profondo”, perchè dalla realtà si aspetta “un tesoro”. Senza scrittura, senza pensiero, tutto finisce con i sensi. Scrittura è Giudizio. L’atto più umano possibile è il giudizio. Cosa è il giudizio, se non il paragone tra quello che viviamo e il cuore? Eppure ogni istante è, consciamente o no, sottoposto al nostro giudizio. L’urgenza del giudizio è l’urgenza della verità. <<La vita “canta” che c’è un giudizio: in un senso o in un altro, ma c’è, sempre. È impossibile vivere anche un solo istante – come ci fa osservare don
Giussani – senza che uno dica perché in fondo in fondo vale la pena vivere quell’istante, non c’è minuto in cui uno non affermi qualcosa di ultimo>>. È evidente come il giudizio sia un’urgenza esistenziale che, per quanto ultima, si rispiega in ogni singola esperienza che viviamo. Nel suo essere “esistenziale”, il giudizio, è l’apice dell’essere umani. <<Basta che uno senta qualcosa che preme nella vita per avvertire tutta l’urgenza di giudicare. È insopportabile non arrivare a un giudizio vero. Quando non avvertiamo questa “insopportabilità”, vuol dire che la nostra umanità è venuta meno, che ci stiamo avvicinando all’essere di un sasso: il problema non è che giudicare sia un’aggiunta per gente con qualche sfizio, ma che ci avviciniamo ai sassi. Quando uno è uomo e sta lealmente davanti al reale, non giudicare è insopportabile >>.
Ciò che ho sofferto nell’ultimo periodo è
esattamente questo: la mancanza di qualcosa che prema nella vita, la mancanza di qualcosa che risvegli questo prurito del giudizio, insomma, la mancanza di umanità.
Allora mi parla il sillogismo iniziale. Ho vissuto tante esperienze. *Eppure* mi sono
allontanato dalla scrittura, dal pensiero, dal giudizio. Non riesco a smettere di chiedermi se ho vissuto veramente. Senza giudizio nulla è vissuto. Una simile avversione è quella della
nostalgia. Spesso viviamo più nel ricordare che nel vivere. Abitando la memoria, ridiamo
vita all’istante passato. Il giudizio è impropriamente questo: un tentativo presente di restituire questo valore infinito di Vita al reale. *Eppure* il senso ultimo è che questo giudizio sia vero: che corrisponda alla nostra esigenza di felicità davanti alla totalità delle nostre esperienze. Il giudizio allora prende il nome di Sguardo. Giudicare è Guardare alla realtà. Ma come?
Quale occhio è realmente in grado di comprendere ciò che si gioca tra l’infinità del nostro desiderio e le esperienze che facciamo? Se non comprendiamo la questione dello sguardo corriamo il rischio di vivere alla giornata: rischiamo di sfiorare l’esperienza senza mangiarne
il frutto. Giudicare questa realta significa vedere il nesso che c’è tra il lavoro, gli amici, la famiglia ed il mistero della nostra felicità. Insomma, vivere pienamente non significa fare qualcosa di diverso, ma fare diversamente. La felicità non sta nei soldi, tantomeno nel fidanzarsi, quanto in come io mi pongo davanti a questi fatti. Sono io a scegliere come vivere.
Posso decidere di vivere la scuola o il lavoro in attesa della pausa, tra lamentele e
disattenzioni, oppure posso scegliere di vivere ogni singolo istante come indizio di ciò che intimamente mi può rendere pieno, quindi con piena onestà e interesse. Non siamo più abituati a guardare, ma solo a vedere. Ci fermiamo alla superficie, ma ogni esperienza ha un valore infinito. Riecheggiano come vento le parole dell’immenso Rumi: “Chi ha occhi e
orecchie aperti al mondo sente la voce delle pietre, la voce dell’acqua e la voce del fiore”.
La questione si gioca tutta nell’apertura al mondo. Ogni realtà parla della nostra felicità. “Ogni rosa che emana un delizioso profumo narra dell’universo il mistero”. Siamo capaci di sentirne il racconto? Siamo disposti a giudicare i nostri pre-giudizi? Siamo inebriati di certezze e giudichiamo irrazionale e pazzo chi invece diserta dal nostro fideismo. Il vero
irrazionale è chi crede senza ragione. Ad oggi, noi che crediamo senza ragione, siamo i
primi a giudicare chi, invece, crede secondo ragione. Il discorso sullo sguardo si propone di mostrare il destino positivo che la vita promette. Allora, se ci sforziamo di guardare, vedremo che al mio desiderio di pienezza c’è una risposta. Eppure lo sguardo richiede sforzo. Lo sforzo è l’onestà. L’onestà dinanzi alla realtà implica il dubbio di ciò che crediamo perchè altrimenti viviamo fideisticamente e non fedelmente. Siamo più fideistici noi nel credere senza sapere, che i veri fedeli. L’onestà significa allora accettare ogni possibilità di risposta, abbandonare lo scetticismo, abbandonare il preconcetto. Per Vivere bisogna promettere onestà: “i miei occhi fanno una promessa esattamente come il sole, che fa la sua promessa
di vita ogni mattina.” La lealtà allora deve andare sino in fondo e farsi apertura. L’apertura penetra la realtà nella totalità e non si limita a ciò che falsamente pensa di vedere, perchè già concepisce un oltre. Di cosa ci parla il mito della caverna, se non di questo?
Non possiamo pensare che la realtà si limiti all’ombra, perchè l’ombra è riflesso di Altro. E se trovassimo quell’Altro che è la propria identità di ciò di cui viviamo? Se tutta la realtà che conosciamo così bene e che ci risulta quasi indifferente, apparisse all’improvviso con un nuovo bagliore,
come una scoperta, come una novità? Se questa noia di vivere, questa indifferenza,
venissero riscoperte da uno “sguardo rivelatore dell’umano”? È degno di nota come questo sguardo sia miracoloso.
È Giussani a dire che “il miracolo più grande da cui i discepoli erano colpiti non era quello delle gambe raddrizzate…” ma “… uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre”. È evidente l’urgenza esistenziale dello sguardo. Imparando a
vedere una trama di bene in ogni esperienza, allora viviamo l’Infinito. Il proposito è questo.
Sapete come dovremmo svegliarci ogni mattina, appena apriamo gli occhi? Un amico ha risposto, è Marco Gallo, servo di Dio: “ Come quando si è innamorati, con quello sguardo sul mondo che ti fa vivere tutto in una maniera che prima nemmeno conoscevi. Parlo dell’innamoramento vero. Ecco, io vorrei svegliarmi sempre così. Certo, non mi succede tutti i giorni, ma è quello il bello, altrimenti il desiderio dove andrebbe a finire?”.
*Studioso di filosofie
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