Droni, propaganda e la ricorrenza della vittoria sovietica del 1945. Tregue annunciate posizioni UE, italiane su un conflitto che non si ferma
Nel cuore dell’Europa orientale, la guerra tra Russia e Ucraina continua a scorrere senza vere interruzioni, nemmeno quando la diplomazia prova a evocare simboliche pause. L’ultima ondata di attacchi con droni e missili, denunciata da Kiev, si inserisce in un nuovo episodio di tensione che precede una data altamente sensibile per Mosca: il 9 maggio, Giorno della Vittoria nella Seconda guerra mondiale.
Secondo le autorità ucraine, nella notte precedente alla ricorrenza sarebbero stati lanciati oltre cento droni e diversi missili contro obiettivi sul territorio ucraino, nonostante l’annuncio russo di un cessate il fuoco temporaneo in occasione delle celebrazioni. Per Kiev si tratta dell’ennesima violazione che svuota di significato ogni tentativo di pausa umanitaria.
Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha parlato apertamente di una scelta politica precisa da parte del Cremlino, accusando Mosca di utilizzare la “tregua” come strumento propagandistico. Ancora più duro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha ribadito come la vita delle persone non possa essere subordinata a parate militari e simboli di potenza.
Sul fronte opposto, la Russia continua a negare la natura offensiva delle operazioni e rivendica la legittimità delle proprie azioni militari, inserite in un conflitto che da anni si muove tra guerra convenzionale, guerra tecnologica e propaganda.

Per comprendere l’attuale escalation bisogna tornare indietro di oltre un decennio. Il conflitto tra Russia e Ucraina affonda le sue radici nel 2014, con l’annessione della Crimea da parte di Mosca e l’inizio della guerra nel Donbass, nell’est ucraino. Da quel momento si è consolidata una frattura geopolitica tra Occidente e Federazione Russa.
La svolta decisiva arriva però nel febbraio 2022, quando la Russia avvia un’invasione su larga scala dell’Ucraina, trasformando una guerra regionale in un conflitto di portata globale. Da allora lo scenario si è evoluto in una guerra ad alta intensità, con uso massiccio di artiglieria, missili a lungo raggio, droni e attacchi alle infrastrutture energetiche.
Il presidente russo Vladimir Putin ha giustificato l’operazione come una “difesa strategica” degli interessi russi e delle popolazioni russofone, mentre Kiev e gran parte della comunità internazionale la considerano una violazione del diritto internazionale e dell’integrità territoriale ucraina.
La data del 9 maggio rappresenta uno snodo storico fondamentale per la Russia. Celebra la vittoria dell’Unione Sovietica sulla Germania nazista nel 1945. Negli ultimi anni, però, questa ricorrenza è stata sempre più intrecciata con la narrazione politica del Cremlino, diventando anche strumento di legittimazione della guerra in Ucraina.
Secondo Kiev, proprio questa sovrapposizione tra memoria storica e attualità bellica rende ancora più contraddittorie le “tregue” annunciate da Mosca in occasione delle celebrazioni: pause temporanee che, sul terreno, si trasformano spesso in intensificazioni degli attacchi.
Negli ultimi giorni, l’uso crescente di droni kamikaze e missili a lungo raggio ha segnato una nuova fase del conflitto. L’Ucraina denuncia attacchi continui su infrastrutture civili e militari, mentre la Russia accusa a sua volta Kiev di colpire obiettivi oltre confine.
In questo scenario, la diplomazia appare sempre più debole. Le richieste ucraine alla comunità internazionale si concentrano su tre punti essenziali, scanditi dal rafforzamento delle difese aeree, aumento delle sanzioni contro l’industria militare russa e maggiore isolamento politico di Mosca.
Bruxelles, nella posizione ribadita oggi 6 maggio 2026 dalla European Commission, ha riaffermato il sostegno “politico, economico e militare” all’Ucraina, sottolineando al tempo stesso la necessità di una cessazione immediata delle ostilità e del rispetto del diritto internazionale. L’esecutivo europeo ha condannato i nuovi attacchi denunciati da Kiev, definendoli incompatibili con qualsiasi ipotesi di tregua credibile, soprattutto se collocati alla vigilia delle celebrazioni del 9 maggio.
Nel solco della linea già consolidata dell’Unione, Bruxelles continua a considerare le cosiddette pause annunciate da Mosca come iniziative prive di reale valore operativo sul terreno, insistendo invece su un rafforzamento della difesa ucraina e sul mantenimento della pressione sanzionatoria nei confronti della Federazione Russa. In questo quadro, la Commissione richiama anche la necessità di una maggiore coesione tra gli Stati membri per sostenere una strategia comune di lungo periodo.
In questo scenario si inserisce anche la complessa questione delle popolazioni russofone, soprattutto nelle aree del Donbass e della Crimea, dove si intrecciano identità linguistiche, appartenenze culturali e stratificazioni politiche maturate nel tempo. È uno dei nodi reali del conflitto, e non può essere ridotto a elemento secondario: contribuisce infatti a spiegare la profondità storica e la persistenza della crisi. Proprio su questo terreno si innestano due questioni delicate. La prima è il rischio di una lettura semplificata di queste comunità, spesso rappresentate come un blocco uniforme, mentre la realtà è molto più articolata, segnata da differenze interne e da dinamiche mutate nel tempo, soprattutto dopo l’escalation del conflitto.La seconda riguarda la strumentalizzazione politica di questa dimensione da parte del Cremlino, che ha più volte richiamato la tutela delle popolazioni russofone come elemento della propria narrazione strategica; una lettura tuttavia contestata da Kiev e dalla gran parte della comunità internazionale, che la inserisce in una più ampia cornice di giustificazione dell’intervento militare.In questo quadro si colloca il tema, sempre più divisivo, dell’invio di armamenti all’Ucraina. Una scelta che, nelle intenzioni dei governi occidentali, risponde all’esigenza di sostenere la resistenza di Kiev e riequilibrare i rapporti di forza sul campo, ma che solleva interrogativi crescenti sugli effetti di medio e lungo periodo. In particolare, sul rischio che la prosecuzione del sostegno militare finisca per consolidare una dinamica di escalation, comprimendo progressivamente gli spazi di iniziativa diplomatica. Per l’Italia, questo nodo assume un profilo ancora più sensibile…Il pieno allineamento al quadro euro-atlantico garantisce coerenza internazionale, ma restringe nei fatti lo spazio di una iniziativa autonoma, soprattutto sul terreno diplomatico. Il rischio è che il ruolo italiano resti confinato dentro una linea di sostegno militare, senza una parallela capacità di incidere sul piano negoziale.In questo contesto, il conflitto continua a essere dominato dalla dimensione militare, mentre la diplomazia appare sempre più marginale.Il rischio più concreto è che la guerra si stabilizzi senza un reale investimento politico su una via d’uscita negoziale. Dentro questo quadro, anche il fronte politico italiano si presenta tutt’altro che compatto. La maggioranza sostiene la linea del governo, pur con alcune differenze sull’invio di armi, mentre l’opposizione resta divisa tra supporto a Kiev e richieste più esplicite di cessate il fuoco e negoziato.
Ed è proprio su questo terreno che si misura, oggi più che mai, la capacità della comunità internazionale – e dell’Italia – di non ridurre tutto alla sola risposta militare.
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