Dagli spari contro le attività commerciali ai blitz interforze, Palermo torna a guardare lo Zen non come un luogo da condannare, ma come una ferita urbana e sociale dove criminalità organizzata, spaccio, racket e vuoti istituzionali provano ancora a trasformare il bisogno in potere
Lo Zen non è il problema. Lo Zen è il luogo dove il problema si vede meglio.
Perché quando una città torna a sentire il rumore degli spari, delle intimidazioni, delle bottiglie incendiarie, delle saracinesche colpite, delle vetrine crivellate, la tentazione più semplice è sempre la stessa: puntare il dito contro il quartiere. Dire “è lo Zen”, come se bastasse un nome per spiegare tutto. Come se dentro quel nome non vivessero famiglie, bambini, anziani, giovani che studiano, madri che resistono, padri che lavorano, persone che non hanno nulla a che fare con chi prova a trasformare un territorio in una zona di comando.
Ma un quartiere non spara. Un quartiere non chiede il pizzo. Un quartiere non gestisce piazze di spaccio. Un quartiere non organizza intimidazioni. A farlo sono uomini, reti criminali, gruppi in cerca di potere, pezzi di Cosa nostra che cambiano pelle, arretrano, tornano, si riorganizzano, perdono controllo e generano nuove violenze.
Lo Zen, semmai, è una ferita aperta. Una ferita sociale, urbanistica, educativa, economica. E dentro le ferite, quando lo Stato arriva tardi o arriva solo con le divise, la criminalità prova a costruire il suo alfabeto: paura, favore, silenzio, debito, appartenenza forzata.
Negli ultimi giorni Palermo è stata attraversata da una nuova tensione. Le indagini citate da RaiNews collegano gli attacchi contro esercizi commerciali e imprese a una strategia di pressione legata al racket delle estorsioni e al controllo del territorio. Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026 si sarebbe registrata un’escalation di colpi d’arma da fuoco contro attività tra centro e periferie; nelle zone di Sferracavallo, Barcarello e Tommaso Natale sarebbero state lasciate bottiglie incendiarie davanti ai locali. In alcuni casi, come al ristorante “Al Brigantino”, si sarebbe arrivati a raffiche di kalashnikov contro le vetrine. Gli investigatori sospettano che il gruppo armato provenga dallo Zen 2, dove da mesi si concentra la pressione delle forze dell’ordine.
È qui che il racconto deve farsi serio. Non basta dire “emergenza sicurezza”. Non basta invocare più pattuglie, più controlli, più telecamere. Tutto questo può essere necessario, ma non è sufficiente. Perché quando si parla dello Zen, di Tommaso Natale, di San Lorenzo, di Partanna Mondello, non si parla soltanto di cronaca recente. Si entra dentro una geografia criminale precisa, documentata da inchieste, processi, arresti, sentenze, richieste di condanna, ricostruzioni investigative.
Il quadrante è quello del mandamento mafioso di Tommaso Natale-San Lorenzo. Nel gennaio 2021 l’operazione “Bivio”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ed eseguita dai carabinieri, mise nel mirino proprio quel mandamento e le famiglie di Tommaso Natale, Partanna Mondello e Zen-Pallavicino. I 16 fermati furono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, tentato omicidio, estorsioni consumate e tentate aggravate, danneggiamento seguito da incendio, minacce aggravate e detenzione abusiva di armi da fuoco.
In quella operazione comparivano nomi precisi: Francesco Adelfio, Andrea Barone, Carmelo Barone, Marcello Bonomolo, Pietro Ciaramitaro, Giuseppe Cusimano, Francesco Finazzo, Salvatore Fiorentino, Sebastiano Giordano, Francesco L’Abbate, Andrea Mancuso, Francesco Palumeri, Giuseppe Rizzuto, Baldassare Rizzuto, Antonino Vitamia e Michele Zito. Sono nomi da maneggiare con rigore, citandoli solo per ciò che risultava dagli atti e dalle cronache giudiziarie dell’epoca, perché la responsabilità penale resta sempre personale e perché per ogni posizione valgono i gradi di giudizio e la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Ma dentro quell’inchiesta emerse un elemento ancora più inquietante della violenza: il cosiddetto “welfare mafioso”. Secondo gli investigatori, Giuseppe Cusimano avrebbe tentato, durante la prima fase del lockdown del 2020, di organizzare una distribuzione alimentare per le famiglie indigenti dello Zen, accreditandosi come punto di riferimento per chi aveva bisogno. I carabinieri parlarono del tentativo di Cosa nostra di ottenere consenso sociale e riconoscimento sul territorio, elementi considerati indispensabili per l’esercizio del potere mafioso.
Qui si capisce il cuore del problema. Il potere mafioso più pericoloso non è solo quello che spara. È quello che si presenta come aiuto.
Per questo lo Zen non va raccontato come una periferia “perduta”. Va raccontato come un territorio conteso. Conteso tra chi lo abita onestamente e chi prova a usarlo. Conteso tra chi chiede diritti e chi offre favori. Conteso tra chi vorrebbe scuola, lavoro, servizi, spazi pubblici, cultura, sport, presenza educativa, e chi invece preferisce il vuoto, perché nel vuoto il controllo criminale cresce meglio.
Le cronache più recenti confermano che il nodo non è chiuso. LiveSicilia, nel marzo 2025, ha raccontato il quadro di tensione interna allo Zen e nel mandamento, collegando le vicende all’arresto dei fratelli Nunzio e Domenico Serio e a contrasti legati anche allo spaccio. Nell’articolo vengono citati, tra gli altri, Francesco Stagno, Domenico Ciaramitaro, Giovanni Cusimano, Gennaro Riccobono e Michele Micalizzi, all’interno di dialoghi e ricostruzioni investigative che descrivono un quartiere attraversato da conflitti, paura e tentativi di “rimettere ordine”.
Nel febbraio 2026, ancora LiveSicilia ha scritto che le vicende di San Lorenzo sono strettamente connesse a quelle dello Zen, parte del mandamento mafioso, dove gruppi giovani e violenti si sarebbero ritagliati spazi di potere. Nello stesso articolo si riportano le richieste di condanna per 37 imputati, tra cui Nunzio e Domenico Serio, Francesco Stagno, Giovanni Cusimano, Mariano Lo Iacono, Mirko Lo Iacono, Paolo Lo Iacono e altri. Il processo, viene precisato, si svolge con rito abbreviato davanti al giudice per l’udienza preliminare.
Sono dati che non autorizzano semplificazioni, ma impongono una domanda: che cosa accade quando la criminalità organizzata perde il suo “ordine” interno e il territorio resta esposto a una violenza più disordinata, più giovane, più imprevedibile?
Per anni siamo stati abituati a immaginare Cosa nostra come una struttura verticale, disciplinata, silenziosa. Ma le inchieste degli ultimi anni mostrano anche altro: frammentazioni, tensioni, nuove leve, gruppi che si contendono spazi, droga, estorsioni, riconoscimento criminale. Quando il potere mafioso tradizionale viene colpito, arrestato, indebolito, non sempre nasce automaticamente libertà. A volte nasce una fase intermedia, sporca, caotica, in cui diversi soggetti provano a occupare il vuoto.
Ed è in quel vuoto che possono arrivare gli spari.
Gli spari contro le attività commerciali non sono solo atti intimidatori. Sono messaggi. Dicono: “Noi ci siamo”. Dicono: “Possiamo colpire”. Dicono: “Il territorio deve ricordarsi di chi comanda”. La vetrina infranta diventa un manifesto criminale. La bottiglia incendiaria diventa una firma. Il kalashnikov diventa un linguaggio. Un linguaggio brutale, primitivo, ma chiarissimo.
Eppure la domanda più scomoda resta un’altra: perché quel linguaggio trova ancora spazio?
Trova spazio quando un commerciante si sente solo. Quando denunciare fa paura. Quando il lavoro manca. Quando il quartiere è raccontato solo come emergenza. Quando i servizi arrivano a intermittenza. Quando la scuola combatte da sola. Quando le associazioni restano isolate. Quando la politica si ricorda delle periferie solo dopo gli spari. Quando lo Stato entra con i lampeggianti, ma non sempre resta con continuità.
La sicurezza è necessaria. I blitz sono necessari. Le indagini sono necessarie. Gli arresti sono necessari. Ma se dopo il blitz non resta una presenza stabile, quotidiana, sociale, educativa, culturale, economica, il territorio torna a essere esposto.
Occupa l’assenza di lavoro.
Occupa l’assenza di fiducia.
Occupa l’assenza di ascolto.
Occupa l’assenza di futuro.
Occupa l’assenza di una comunità che si senta protetta senza dover chiedere protezione ai peggiori.
E allora Palermo deve smettere di guardare lo Zen solo quando fa paura. Deve guardarlo prima. Deve guardarlo quando i ragazzi lasciano la scuola. Quando una famiglia non arriva a fine mese. Quando un giovane trova più riconoscimento in una piazza di spaccio che in un percorso formativo. Quando un commerciante capisce che denunciare è giusto, ma teme di restare solo. Quando un quartiere viene nominato dai media solo per essere associato alla cronaca nera.
Lo Zen non ha bisogno di pietismo. Ha bisogno di giustizia.
Ha bisogno che si faccia piena luce sui collegamenti criminali, sui nomi, sulle reti, sui mandamenti, sulle famiglie, sulle responsabilità individuali. Ma ha anche bisogno che chi non c’entra nulla con la criminalità venga liberato da un marchio collettivo che pesa come una condanna sociale.
Perché criminalizzare un quartiere è un favore alla mafia. Significa consegnarle il racconto. Significa dire agli abitanti onesti: “Voi siete quel problema”. E quando una comunità viene identificata con la sua parte peggiore, chi vuole dominarla ha già vinto metà della battaglia.
Il vero articolo da scrivere, allora, non è soltanto sulla violenza allo Zen. È sulla responsabilità di Palermo davanti allo Zen. Una responsabilità che riguarda le istituzioni, la politica, la scuola, le parrocchie, le associazioni, l’impresa, l’informazione, la società civile. Perché ogni territorio lasciato solo diventa più vulnerabile al potere criminale.
Le inchieste ci dicono che il mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo ha avuto una storia criminale strutturata, fatta di capi, reggenti, estorsioni, droga, armi, tentativi di consenso. Le cronache recenti ci dicono che quella storia non è semplicemente archiviata. Cambia forma, cambia nomi, cambia equilibri, ma continua a interrogare Palermo. Il processo “Bivio”, secondo La Voce di Palermo, ha visto nel dicembre 2024 la conferma in appello di diverse condanne legate ai mandamenti di San Lorenzo e Tommaso Natale, con riduzioni per alcuni imputati ma con un quadro generale di responsabilità mafiose ritenuto confermato dalla Corte d’Appello.
Questo non significa che tutto sia uguale a prima. Significa che il passato criminale non passa davvero se non viene trasformato il terreno su cui quel passato ha potuto mettere radici.
E il terreno non si trasforma solo con le retate. Si trasforma con una presenza lunga. Con investimenti seri. Con scuole aperte. Con doposcuola, sport, biblioteche, lavoro vero, sostegno alle imprese sane, protezione concreta per chi denuncia, percorsi per i giovani, urbanistica intelligente, case dignitose, spazi comuni curati, relazioni istituzionali non episodiche.
Lo Zen non chiede di essere assolto. Chiede di essere visto interamente.
Visto nelle sue ombre, certo. Nei nomi delle inchieste. Nei legami con il mandamento. Nelle piazze di spaccio. Negli spari. Nel racket. Nei tentativi di controllo.
Ma anche nella sua umanità. Nei cittadini che non vogliono piegarsi. Nei ragazzi che non vogliono essere arruolati. Nelle madri che provano a proteggere i figli. Nei commercianti che vorrebbero lavorare senza paura. Negli educatori che restano. In chi ogni giorno abita quel quartiere senza appartenere al suo racconto peggiore.
Palermo deve rispondere a questa domanda senza ipocrisie.
Deve colpire i clan, ma proteggere il quartiere. Deve fare i nomi dei responsabili, ma non infangare una comunità intera. Deve chiedere sicurezza, ma anche giustizia sociale. Deve pretendere arresti, ma anche alternative. Deve sostenere chi denuncia, ma anche costruire le condizioni perché denunciare non significhi sentirsi abbandonati il giorno dopo.
Perché una città non si libera dalla mafia solo quando arresta i mafiosi. Si libera davvero quando toglie alla mafia il potere di apparire utile. Quando nessuno deve più chiedere un favore per ottenere un diritto. Quando nessun giovane trova nella violenza l’unico modo per sentirsi qualcuno. Quando nessun commerciante pensa che il silenzio sia più sicuro della verità. Quando nessun quartiere viene guardato solo attraverso il lampeggiare delle volanti.
Lo Zen, oggi, è una prova per Palermo.
Non perché sia il simbolo del male. Ma perché mostra, più di altri luoghi, il punto in cui la città deve decidere che cosa vuole essere: una città che interviene solo dopo gli spari, o una città che costruisce presenza prima che gli spari arrivino.
La mafia conosce bene le periferie dell’anima. Entra dove trova fame, paura, solitudine, bisogno, rabbia, mancanza di futuro. Per questo la risposta non può essere solo militare. Deve essere anche relazionale, educativa, civile, economica, culturale.
Servono indagini.
Servono processi.
Servono condanne quando le responsabilità vengono accertate.
Servono controlli.
Servono pattuglie.
Ma serve anche una città che non lasci lo Zen da solo appena si spengono le telecamere.
Perché il contrario della mafia non è soltanto la legalità.
Il contrario della mafia è una comunità che non lascia nessuno in ostaggio del bisogno.
E Palermo, se vuole davvero vincere questa sfida, deve partire proprio da qui: non dal marchio infame su un quartiere, ma dalla liberazione concreta delle persone che lo abitano.
Fonti principali consultate
- RaiNews Sicilia – Operazione allo Zen 2 e intimidazioni con armi da fuoco
- Agenzia Dire – Operazione “Bivio” sul mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo
- LiveSicilia – Mafia, faida e tensioni allo Zen
- LiveSicilia – Richieste di condanna nel processo sul mandamento San Lorenzo-Zen
- La Voce di Palermo – Processo Bivio, conferme in appello
@Riproduzione riservata Francesco Mazzarella

