Contro l’omologazione del presente, per un’arte capace di trasformare il reale in visione e restituire forza alle idee, oltre il conformismo delle narrazioni dominanti.
Di Fabrizio Catalano, regista
“Il più grande peccato della Sicilia – affermò Leonardo Sciascia in una famosa intervista del 1978 – è stato ed è sempre quello di non credere nelle idee. Qui che le idee muovono il mondo non si è mai creduto. Ci sono, naturalmente, della ragioni: ragioni di storia, ragioni di esperienza; però è questo che ha impedito sempre alla Sicilia di andare avanti: il credere che il mondo non potrà mai essere diverso da come è stato. Ora, siccome questa sfiducia nelle idee – anzi: questa mancanza di idee – ormai si proietta su tutto il mondo, in questo senso per me la Sicilia ne è diventata la metafora”.

A distanza da quasi cinquant’anni, in questa primavera del 2026, possiamo verificare – o molti di noi potrebbero, se ne avessero davvero la volontà, il coraggio, quasi la sfrontatezza – come, in un pianeta acefalo, che si finge dominato da un potere finanziarizzato basato su numeri vomitati dai computer più che su denaro effettivo, non soltanto la mancanza di idee sia diventata l’unica moneta corrente – se si eccettua una sorta di contrabbando di sogni e di aspirazioni alimentato da una sparuta minoranza di irregolari, in cui si mescolano nostalgia e frustrazione, poesia e vagheggiamenti, memorie e smemoramenti – ma addirittura l’idea viene scrutata dai più con sussiego, con sufficienza, con un timore occultato nel disprezzo, e viene repressa, più che con la violenza o con la coercizione, attraverso l’omologante ripetersi di convenzionali assurdità spacciate per concrete constatazioni. Viviamo in un sistema che, se pure ha distribuito, ancorché in maniera poco equanime, benessere e distrazioni, palesemente non funziona; eppure ci viene, surrettizia o sfacciatamente, comunicato che non esiste un altro sistema possibile. Come un cittadino consapevole può affrontare questa contingenza? Come sull’orlo del baratro potrebbe muoversi un individuo che volesse, in maniera diretta o simbolica, rendere testimonianza dell’oscurità che avanza?

Innanzi tutto, non mentendo a se stesso. Davanti ai nostri occhi, sta agonizzando – con l’ineluttabile lentezza di una gerontocrazia abbarbicata ai suoi privilegi – un modello di vita che, nato dall’entusiasmo – in quel momento più o meno condivisibile o comprensibile – del positivismo, è stato gestito e implementato dalle escissioni della civilizzazione germanica. Giudizio che – ça va sans dire – non coinvolge in blocco le culture dei paesi dove si parlano lingue germaniche, che non c’impedisce d’essere ammiratori di Poe, di Strindberg, di Grieg, dei pittori olandesi del secolo d’oro o degli espressionisti tedeschi, bensì che biasima la schematicità, l’ubbidienza, il senso morboso del peccato che queste società esprimono. Giudizio che condanna il fatto che questo sia un modello che reitera genocidi: gli angli e i sassoni sono barbari venuti dalle regioni che oggi corrispondono alla Danimarca e al Nord della Germania che hanno massacrato le popolazioni originarie dell’Inghilterra; e i loro discendenti, unitamente ad altri tedeschi e scandinavi, hanno sterminato le popolazioni originarie dell’America settentrionale e dell’Australia. In seguito, una serie di eventi che sarebbe noioso e deprimente elencare – non ultimo la presunzione di molti altri europei – ha portato per qualche decennio gli Stati Uniti d’America, una nazione con un approccio ai problemi nei casi più rosei infantile, a prendere le redini di una carrozza su cui, con convinzione oppure ob torto collo, è saltata una cospicua porzione di umanità. Un impero che la summenzionata lentezza ci fa percepire in declino, ma che invero si è già disintegrato in un luttuoso ridicolo.
Ma se il capitalismo pericoloso e puerile, capitanato da riccastri che anelano all’ibernazione e all’immortalità, si è rivelato nefasto, la soluzione non risiede neppure in nessuna delle altre declinazioni del sistema proposte in differenti aree del globo. Generazioni, per secoli, hanno bramato il ghigliottinamento dei nobili, il potere ai contadini, l’unità dell’Italia o dell’Europa, le trincee dei nazionalismi o i tiranni illuminati, il transito verso una monarchia o una repubblica, il cambio di un governo… oggi sappiamo che questo è un arrabattarsi che – a volte dopo brevi periodi di pace e di incompleta giustizia – non trae nessuna autentica soluzione.

Perché non esiste una soluzione all’interno di questo sistema che potremmo effettualmente qualificare come patriarcale. Intendendo che un regime è patriarcale allorché considera l’istinto di sopraffazione inalienabile dall’essere umano.
Questo è il punto di partenza che ci esorta evidentemente a respingere, di fronte a un ragionamento come quello che stiamo sviluppano, eventuali accuse di nichilismo. Le società umane non saranno sempre rette dall’istinto di sopraffazione, come probabilmente non lo sono state nel plurimillenario evo matriarcale che i nostri antenati indoeuropei hanno cancellato: e il nostro dovere è difendere la prospettiva – con un’espressione abusata – di un altro mondo possibile. A condizione di credere nelle idee.

Con l’avvento del sonoro, il cinema ha scelto, fin troppo spesso, di non seguire la linea evolutiva della pittura o delle arti figurative, o di marginalizzarla o svuotarla in una forma che, in più, ha trovato, fino a una trentina d’anni or sono, un terreno fertile specialmente in generi reietti – nei film d’azione –, e si è preteso figlio della letteratura. Preferenza rivelatasi il più delle volte presuntuosa. Ma se davvero vogliamo che il cinema – o meglio: qualunque prodotto audiovisivo, poiché anche il cinema è un cadavere che la nostra società vecchia che non accetta la realtà mantiene sospeso sull’oltretomba come il signor Waldemar del celebre racconto di Poe o come un’Ofelia che fluttua sul denaro da riciclare – discenda dalla letteratura, allora dobbiamo tornare a interrogarci sul suo senso più genuino.

In un saggio del volume Cere perse, Gesualdo Bufalino asserisce quanto segue. Si scrive per rendere verosimile la realtà. Non so degli altri, ma io sono stato sempre colpito dalla inverosimiglianza della vita, m’è parso sempre che da un momento all’altro qualcuno dovesse dirmi: « Basta così, non è vero niente ». Allora io penso che si debba scrivere per cercare di crederci, a questo impossibile e riuscito colpo di dadi; che si debba, se l’universo è una metastasi folle, un po’ fingere di mimarla, un po’ cercarvi un ordine che ci inganni e ci salvi. Questo mi pare il compito civico e umanitario dello scrittore: farsi copista e insieme legislatore del caos, guardiano della legge e insieme turbatore della quiete, un ladro del fuoco che porti fra gli uomini il segreto della cenere, un confessore degli infelici, una spia sacra, un dio disceso a morire per tutti. Ciò non vuol dire che scrivere è uguale a pregare?
Il futuro dell’audiovisivo sarà magico oppure non sarà. Sarà magico soprattutto se germoglierà da intenti documentaristici. Non sarà pauperistico, ma sarà indipendente. Che i titoli di testa di un film principino con una lunghissima lista di finanziatori pubblici e privati, e che poi sovente la riprese e la stessa narrazione siano sciatte, abborracciate, goffe è intollerabile. Ed è ora di denunciare, in una stagione in cui con facilità e leggerezza s’impiega questo termine, che il finanziamento pubblico è una forma di fascismo, perché implica un controllo dei contenuti, oltre all’obbedienza – e siamo ancora al modello anglo-germanico – a una serie di canoni che annichiliscono ogni creatività. Se davvero desideriamo che l’audiovisivo sia arte, dobbiamo rammentarci che gli artisti più originali andavano al Salone degli indipendenti o animavano la Secessione!

Questo non significa affatto ripudiare la realtà, la denuncia, l’ansia di recuperare piccole e misconosciute vicende concrete. Significa trasfigurarle. Raccontarle – per chiudere il cerchio – in modo che esse si trasformino in una vibrante metafora, le cui note possano essere intese anche in contesti distanti ed ignari. In origine – nella grotta – arte, magia e spiritualità erano concetti limitrofi, se non a tratti addirittura coincidenti. A questo dobbiamo tendere, se vogliamo dare un’anima a ciò che realizziamo.
Chi cercasse su un dizionario la parola realtà s’imbatterebbe oggi in una serie di definizioni perlomeno insoddisfacenti, figlie appunto del fatto che, in questa ubriacatura generata dai putidi miasmi del positivismo, i consessi umani hanno conferito un’importanza esorbitante alla dimensione del tangibile. Ovviamente tanto le collettività che i singoli hanno bisogni materiali; e la dimensione del tangibile nel nostro quotidiano non può essere negata. Ma essa non può spogliarsi della metafisica. In un pianeta in cui l’informazione – sebbene distorta o falsificata – è costante e continua, in cui le immagini ci inseguono e ci irretiscono, in cui la gente tende a guardare lo schermo di un telefono anche mentre il tram sferraglia dinnanzi al Colosseo, chi vuole dare un senso al prodotto audiovisivo non può non richiamare perpetuamente a sé il grande dipinto di Gauguin Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?.
Decenni or sono, un oscuro sceneggiatore di Detroit, Robert McKee, ipnotizzò coloro che scrivevano per il cinema strutturando la narrazione filmica in una serie di passaggi cadenzati. In quel momento, a parecchi di noi le sue pianificazioni apparvero risolutive: con poche linee guida, non era complesso sviluppare uno spunto e imbastire un racconto. Oggi sappiamo – ancora una volta – che questa schematicità ci ha condotti a vicende ripetitive e prevedibili. E questo vale per le pellicole di finzione e per quelle documentaristiche. Sappiamo già come si concluderà il film di fantascienza o la commedia stucchevole, sappiamo già che la biografia del tale personaggio non si discosterà mai dalla pedissequa illustrazione di un cronologia, che il reportage si concluderà con un purtroppo: purtroppo il tizio non ha ancora ricevuto giustizia, purtroppo quell’etnia sta per essere assimilata, purtroppo l’esotico psitaccide dalle piume sgargianti sta per estinguersi. Ma tanto noi stiamo distrattamente stravaccati sul divano col cellulare in mano.
La narrazione smetterà d’essere convenzionalità, trivialità, menzogna oppure non sarà. La narrazione sarà inventiva o visionaria, coraggiosa e autonoma, oppure non sarà. La narrazione dovrà trascendere l’ambiguo e volare alla ricerca di un mondo nuovo.

Questa compito concerne la parte latina dell’umanità, e massimamente quella ispanica. Il giorno in cui chi parla spagnolo si renderà conto del potere che detiene in questa società globalizzata forse alcune regole del gioco cominceranno a squadernarsi. Il cinese sarà pure l’idioma più parlato sul pianeta, ma lo è esclusivamente in un’area; l’inglese sarà diventato, negli ultimi anni, la lingua franca, ma molti lo conoscono quanto basta per capire il menu del ristorante; lo spagnolo non sarà parlato in nessuna delle nazioni che pretendono di guidare economicamente il globo, ma sì lo è in posti dove è raro che non vi sia accesso a tutti i mezzi di comunicazione che la tecnologia contemporanea fornisce. Il mondo ispanico ha dunque un potere formidabile. Se tutti gli ispanici rinunciassero al loro abbonamento alla più grande piattaforma televisiva, questa fallirebbe in meno di tre mesi. Posto che siamo consapevoli della varietà del mondo latino, ciò non toglie che esso sia in grado di proporre una declinazione diversa, rispetto a quella imperante e spenta, non solo dei codici narrativi, ma pure della stessa esistenza. Per arrivarci, tuttavia, dovrà liberarsi di schemi cha dà per scontati ma che non gli appartengono. Dovrà guardare alla vita con curiosità e fantasia. Dovrà credere che le idee muovono il mondo.


