di Domenica Puleio
Il litorale ionico della Sicilia orientale si riscopre nudo, fragile e drammaticamente esposto di fronte all’avanzata di un mare che non concede più sconti. Tra il 16 e il 23 gennaio 2026, il passaggio del ciclone Harry ha squarciato il velo sulle storiche vulnerabilità di un territorio in cui l’urbanizzazione selvaggia e lineare ha alterato per decenni i naturali regimi sedimentari costieri. Harry non è stata una semplice tempesta stagionale, ma un fenomeno meteorologico estremo originatosi come perturbazione isolata ad alta quota sulla penisola iberica, rimasta quasi stazionaria a causa di blocchi di alta pressione a latitudini superiori.
Alimentato da un acuto gradiente termico tra una massa d’aria fredda di origine artica e le acque superficiali del Mediterraneo, insolitamente calde, il sistema si è approfondito fino a raggiungere una pressione minima al suolo di 995 hPa, scaricando sulla costa raffiche di vento a 130 chilometri orari e sollevando mareggiate storiche con onde tra i 9 e i 10 metri.
I danni strutturali, quantificati in prima battuta dalla Protezione Civile regionale guidata dal commissario straordinario Salvo Cocina, ammontano a 741 milioni di euro, con picchi di 244 milioni nel Catanese, 202,5 milioni nel Messinese e 159,8 milioni nel Siracusano, all’interno di un bilancio economico complessivo per l’isola che supera i 2 miliardi di euro. Dietro i numeri ci sono le ferite dei territori: la voragine stradale che ha inghiottito un’auto a Letojanni, il fango e il blackout prolungato a Fondacello di Mascali, le banchine distrutte a Stazzo di Acireale, fino agli sgomberi preventivi di oltre 1.500 persone concentrate soprattutto nell’area franosa di Niscemi e ai crolli infrastrutturali di Augusta.
Di fronte al rischio di un collasso definitivo del comparto turistico-balneare e agricolo, la risposta istituzionale ha dovuto abbandonare la logica degli interventi locali frammentati per tentare la strada di una governance integrata. Il via libera definitivo rilasciato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha sbloccato il quadro di valutazione ambientale e i pareri di conformità necessari per legare le risorse ordinarie ai fondi d’emergenza.
Lo strumento cardine è la riprogrammazione del Piano di Sviluppo e Coesione della Regione Siciliana, che ha permesso di recuperare flussi di cassa precedentemente vincolati a interventi privi di progettazione esecutiva, consolidando una massa di bandi e lotti pronti a partire tra Messina e Catania superiore ai 60 milioni di euro. Una cifra che trova riscontro empirico sia nei 51 milioni destinati alla difesa costiera della settima municipalità di Messina, a cui si sommano 9,5 milioni per i versanti, sia nel Disegno di Legge S. 1693 all’esame del Senato per l’annualità 2028.
A livello emergenziale, ai 100 milioni stanziati dal Consiglio dei Ministri per Sicilia, Calabria e Sardegna, la Giunta regionale ha aggiunto nell’immediato 70 milioni di euro, seguiti da altri 90 milioni per contributi straordinari alle famiglie e ai balneari. Sullo sfondo resta la forte tensione amministrativa interna all’Assemblea Regionale Siciliana, che ha approvato un ordine del giorno per reindirizzare ben 1,3 miliardi di euro, originariamente destinati al cofinanziamento del Ponte sullo Stretto, verso la messa in sicurezza del territorio, evidenziando il conflitto politico tra la rincorsa alle grandi opere e l’urgenza dell’adattamento climatico.
Sotto il profilo tecnico, il piano segna una transizione metodologica radicale: il definitivo addio alle scogliere rigide emerse parallele in blocchi di cemento, tipiche degli anni Ottanta, oggi accertate come causa di riflessione totale dell’energia ondosa e del conseguente scalzamento delle aree sottoflutto. La nuova ingegneria costiera punta su un approccio morbido e dinamico, combinando ripascimenti protetti in sabbia naturale, barriere soffolte sottomarine per indurre il frangimento precoce dell’onda al largo, e pennelli semisoffolti perpendicolari per trattenere i sedimenti.
Il cantiere pilota di questa filosofia è a Santa Teresa di Riva, area a rischio idrogeologico R3 ed R4, che con un finanziamento di 8 milioni di euro vede la realizzazione di 14 pennelli in scogli lavici naturali emersi per un solo metro, protetti da un’unghia sommersa profonda mezzo metro e abbinati a 15 barriere soffolte. L’innovazione sta nella mitigazione circolare del rischio: il 70% della sabbia per il ripascimento viene estratto dallo sghiaiamento dell’alveo del vicino torrente Savoca, riducendone contestualmente il rischio di esondazione. I lavori, consegnati dal Genio Civile di Messina il 19 febbraio 2026, dovranno concludersi entro il 5 aprile 2029, supportati da ulteriori 250.000 euro del Comune per la somma urgenza su fognature e lungomare nei tratti di Via Duca Gualtieri, Via del Gambero e Piazza Stracuzzi.
Più a sud, tra Punta San Raineri e Capo Scaletta, si combatte contro l’arretramento delle foci torrentizie che minaccia la strada statale SS114. A Mili Moleti sud, Palazzo Zanca ha aggiudicato a marzo 2026 i lavori all’impresa Cipar per oltre 623.000 euro per il salpamento e la rifioritura della barriere radente esistente, recuperando i massi dislocati dal fondale. A Galati Marina è invece attivo un protocollo d’intesa tra Comune e ANAS, dove l’ente stradale consolida i gabbioni metallici a terra e la municipalità rifiorisce le barriere sommerse, allineandosi ad altri lotti strategici del PON Metro Plus 2021-2027 destinati alla foce del torrente Galati e ad Acqualadroni. Chiude il quadro del Messinese il comparto di Tono-Casabianca, dove il Commissario Straordinario Regionale gestisce un budget di 3,64 milioni di euro, con una proroga dell’autorizzazione ambientale fino al 2027 in attesa del bando.
Il successo di questa colossale operazione dipenderà interamente dalla capacità di rispettare il cronoprogramma del MASE, che impone ai Comuni costieri di completare l’assegnazione dei contratti entro la fine dell’estate per aprire fisicamente i cantieri tra ottobre e novembre, anticipando le tempeste autunnali. Eppure, l’ambiente scientifico, guidato dai dossier di Legambiente e WWF, solleva pesanti dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di una strategia comunque legata alla difesa della linea di costa.
L’irrigidimento del litorale rischia di trasferire l’energia erosiva alle spiagge vicine, mentre i ripascimenti con sabbie relitte prelevate fino a 130 metri di profondità offrono una resistenza temporanea. La causa primaria dell’erosione resta infatti nell’entroterra: le dighe e gli sbarramenti idraulici bloccano il trasporto solido dei fiumi verso le foci, mentre i cordoni dunali sono stati sistematicamente distrutti. Geologi ed esperti spingono per misure alternative come la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, la ricostruzione delle dune e, soprattutto, la delocalizzazione strategica delle infrastrutture civili e stradine a ridosso del mare, un “ritiro controllato” che nel lungo periodo risulterebbe finanziariamente meno oneroso delle continue ricariche dei litorali.
A gravare sul futuro degli operatori economici resta infine una pesante lacuna normativa: l’attuale sistema assicurativo nazionale, nonostante i nuovi obblighi contro i rischi catastrofici, esclude espressamente le mareggiate e i danni da erosione costiera dalle coperture standard, lasciando le imprese balneari sole e vulnerabili di fronte al prossimo, inevitabile capriccio del clima.
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