Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando per le moschee scolastiche e le toghe sotto esame: il progresso inciampa, torna indietro e scopre che il mondo è ancora nelle mani dell’uomo. Purtroppo
Mentre Mosca continua a minacciare l’Ucraina con nuovi raid e i morti si accumulano ormai con la stessa freddezza con cui si contano i dividendi di Borsa, qualcuno, miracolo statistico, ha ancora un frammento di sale in zucca e propone il ripristino dei manicomi.
La notizia ha scandalizzato i professionisti del progresso obbligatorio, quelli che negli ultimi quarant’anni hanno abolito tutto: autorità, limiti, controllo, responsabilità, buon senso. Salvo poi stupirsi se il risultato finale somiglia a un condominio amministrato da Nerone durante un blackout.
Eppure il fenomeno è interessante.
Molte cose che il Novecento aveva archiviato come “anacronistiche” stanno tornando. I manicomi, le case chiuse, le frontiere, l’educazione severa, la necessità di distinguere tra libertà e anarchia. Persino il concetto che non tutte le idee abbiano diritto alla stessa dignità intellettuale.
Nietzsche parlava dell’eterno ritorno. Noi, più modestamente, assistiamo al ritorno dell’evidenza.
Perché il problema non è mai stato abolire certe strutture: il problema era sostituirle con qualcosa di migliore. E il nuovo ordine sociale, progettato dal liberalismo effervescente e dalle utopie sociologiche da aperitivo universitario, semplicemente non ha funzionato.
L’esperimento è fallito. Come quasi tutti gli esperimenti condotti sull’uomo da chi considera l’uomo materiale da laboratorio.
Oggi viviamo in un mondo dove è diventato difficile capire se i pazzi siano aumentati davvero o se abbiano semplicemente ottenuto accesso ai centri decisionali.
Che esistano diversi stadi di pericolosità è scientificamente provato. Che alcune sfere del potere siano finite in mani squilibrate è invece dimostrato dall’agenda quotidiana.
E allora si torna indietro. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza.
Nel frattempo, mentre la politica litiga sulle macerie della logica, arriva perfino il nuovo pontefice, Papa Leone XIV, che nell’enciclica Magnifica Humanitas mette in guardia contro il paradigma tecnocratico, denuncia le nuove schiavitù digitali e invita a “disarmare” l’Intelligenza Artificiale.
Non perché la macchina sia malvagia, ma perché l’uomo rischia di diventare pigro abbastanza da consegnarle il proprio cervello in comodato d’uso.
Ed è qui il punto centrale.
L’IA non fa paura perché pensa, ma fa paura perché
molti hanno smesso di farlo.
Ogni grande invenzione umana porta con sé progresso e rischio. La stampa diffuse cultura e propaganda; la televisione informò e rincitrullì; Internet collegò il mondo e isolò gli individui. L’Intelligenza Artificiale potrà curare malattie, accelerare ricerca, migliorare la vita. Oppure potrà diventare l’arma definitiva nelle mani del primo squilibrato convinto di essere Napoleone con accesso ai codici nucleari.
Ed è questo il vero incubo contemporaneo: non la macchina che domina l’uomo, ma l’uomo che abdica a sé stesso.
Ci sarà sempre un pazzo in un pazzo venerdì, sempre più pazzo, per citare il film del 2025 diretto da Nisha Ganatra, pronto a premere il bottone sbagliato nel momento sbagliato.
La differenza è che un tempo distruggeva il cortile del paese; oggi può cancellare mezzo pianeta dal satellite.
E mentre il mondo balla sul Titanic digitale, la cronaca interna riesce persino a superare la fantasia.
Forza Italia rilancia la responsabilità civile dei magistrati; la Lega rivendica la battaglia come propria; il 3 giugno si annuncia l’ennesimo showdown da salotto istituzionale. Nel frattempo, un ex dirigente dell’Olp compare nelle liste del Movimento 5 Stelle e qualcuno pensa persino di affidargli l’assessorato alla Pace, in una di quelle ironie che neppure il miglior sceneggiatore oserebbe proporre sobriamente.
Poi c’è il caso Venezia, con il video di uno straniero che, direttamente dall’aula di voto, dispenserebbe consigli elettorali ai propri connazionali a favore di un certo partito. Globalizzazione democratica, la chiamano; ci sono le benedizioni elettorali ai candidati musulmani; ci sono le scuole che organizzano visite in moschea in nome della laicità, spiegando che oltre il 30% degli studenti è musulmano.
Ora, sia chiaro: conoscere culture diverse è civiltà.
Ma spacciare ogni trasformazione sociale come inevitabile progresso è propaganda. E soprattutto è pericoloso quando chi governa non distingue più integrazione da sostituzione culturale, dialogo da resa, tolleranza da paura di dire “no”.
In questo panorama da teatro dell’assurdo, resta almeno una consolazione: lo sport.
Luna Rossa Prada Pirelli Team vola verso Napoli dopo il trionfo sui neozelandesi negli Ac40 e ricorda agli italiani che competere, ogni tanto, è ancora consentito senza chiedere scusa.
E poi c’è lui: Andrea Kimi Antonelli. Quattro vittorie consecutive, talento smisurato, faccia pulita e velocità feroce. Davanti a lui, sul podio, undici titoli mondiali compressi in uno specchietto retrovisore. Dietro, un mondo che discute quote, ideologie, algoritmi, identità fluide e tribunali permanenti della morale.
Kimi corre. E basta.
Forse è per questo che ci piace.
Perché nello sport, almeno per qualche minuto, il cronometro resta più onesto della politica e meno bugiardo dei social.
E allora sì, fermiamoci un istante.
Come osservava Stefan Zweig, anche la pausa fa parte della musica.
Il problema è che l’umanità continua a suonare strumenti potentissimi senza aver imparato la partitura.
Abbiamo l’energia atomica, l’Intelligenza Artificiale, la finanza globale, gli arsenali spaziali e la comunicazione istantanea. Abbiamo tutto.
Tranne la saggezza proporzionata alla forza che possediamo.
E questa, purtroppo, nessun algoritmo potrà mai installarla automaticamente.
Foto:Canva remixed

