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Molti cristiani, uno in Cristo. Il primo anno di Leone XIV

Francesca Maccaglia

Francesca Maccaglia

In questo primo anno di pontificato, Leone XIV ha alternato grandi gesti pubblici a una intensa attività diplomatica spesso discreta, ma orientata alla pace.Una “Pace disarmata e disarmante”, il pilastro del suo magistero. «Disarmare le parole è il primo passo per disarmare la Terra»

 

L’ispirazione venuta da Agostino

L’elezione di papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, ha segnato un evento storico: per la prima volta un frate dellOrdine di Sant’Agostino è salito al Soglio pontificio. Alcuni dei recenti pontefici nelle loro encicliche, nei loro discorsi e nelle loro omelie, avevano fatto un costante richiamo all’eredità agostiniana: in special modo, Pio XI, Leone XIII, san Paolo VI e Benedetto XVI. Il vescovo di Ippona è maestro anche per il nostro tempo, la cui visione di fede e ragione e di ricerca costante di Dio continuano ad essere valide nella Chiesa contemporanea. L’Ordine di Sant’Agostino è una delle famiglie religiose più antiche della Chiesa. Gli agostiniani si distinguono per alcune caratteristiche fondamentali: innanzi tutto la grande devozione a Maria, la dedizione agli studi, in particolare le discipline della filosofia e della teologia, la loro attività educativa e missionaria e la presenza nelle periferie, tra i poveri, gli anziani, i migranti e gli emarginati. La santità agostiniana è radicata nella dimensione comunitaria, nella conversione interiore e nell’impegno concreto nei confronti del prossimo. Secondo la teologia e la regola agostiniana, infatti, non c’è vera santità senza comunità, senza trasformazione interiore e senza carità attiva. Nel pontificato di papa Leone l’eredità agostiniana si riflette in tre capisaldi: interiorità e ricerca di Dio, servizio pastorale e impegno sociale. Nei suoi discorsi e nelle sue riflessioni ricorre spesso il richiamo all’interiorità. In uno dei suoi primissimi Angelus, pronunciato alla finestra del Palazzo Apostolico in Piazza San Pietro, egli ha detto che occorre coltivare nel nostro cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana, in famiglia, nei luoghi di lavoro e di studio, nei vari ambienti sociali e a chi si trova nel bisogno, e mettere al primo posto la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. «Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno».

Continuità e nuovo carattere

Leone XIV ha raccolto il testimone di Francesco.Nel suo Discorso al Collegio Cardinalizio del 10 maggio 2025 sottolineò la sua intenzione di proseguire sul cammino già intrapreso dal suo predecessore sulla scia del Concilio Vaticano II. “Papa Francesco – egli disse – ne ha richiamato e attualizzato magistralmente i contenuti nell’Esortazione apostolica  “Evangelii Gaudium”, di cui voglio sottolineare alcune istanze fondamentali: il ritorno al primato di Cristo nell’annuncio  la conversione missionaria di tutta la comunità cristiana); la crescita nella collegialità e nella sinodalità; l’attenzione al sensus fidei, specialmente nelle sue forme più proprie e inclusive, come la pietà popolare; la cura amorevole degli ultimi, degli scartati; il dialogo coraggioso e fiducioso con il mondo contemporaneo nelle sue varie componenti e realtà”. E ha proseguito spiegando la sua scelta del nome Leone XIV: “Proprio sentendomi chiamato a proseguire in questa scia, ho pensato di prendere il nome di Leone XIV. Diverse sono le ragioni, però principalmente perché il Papa Leone XIII, con la storica Enciclica “Rerum novarorum”, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale; e oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”.

Il concetto di una Chiesa in uscita, pilastro del pontificato di papa Francesco, continua ad essere centrale anche nell’opera del suo successore, entrambi sognano una Chiesa in uscita, ma con uno stile diverso.  Francesco aveva aperto la stagione della sinodalità, descritta come un’esigenza interna della Chiesa per essere più vicina alle persone e alla missione. Nella “Evangelii Gaudium” 171 egli afferma, infatti, che il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio. «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”». La sinodalità non riguarda esclusivamente le questioni intraecclesiali, ma fa parte della relazione tra la Chiesa e il mondo, comprendente un dinamismo che va dalla sinodalità alla fraternità, poiché il popolo di Dio, nel suo camminare storico, vuole condividere con tutti – di altre religioni, convinzioni e culture – la luce del Vangelo. Sotto l’azione dello Spirito Santo, “dovrà offrire il suo contributo perché si realizzi una Chiesa veramente sinodale in missione, che sappia uscire da se stessa e abitare le periferie geografiche ed esistenziali avendo cura di stabilire legami con tutti in Cristo nostro Fratello e Signore”. La sinodalità aspira a costruire un popolo, una comunità fraterna e missionaria al servizio del bene comune della società e della cura della casa comune.

Leone XIV ha richiamato l’eredità spirituale di san Francesco d’Assisi, dell’“Evangelii Nuntiandi” di Paolo VI, e dell’“Evangelii Gaudium” di papa Francesco, sottolineando che la fede non nasce da strutture organizzative o formule astratte, ma dall’incontro vivo con Cristo. Egli, fin dal suo primo discorso ufficiale pronunciato l’8 maggio 2025, subito dopo la sua elezione al Soglio pontificio, seguito dalla benedizione Urbi et Orbi, ha voluto collocare il suo ministero apostolico nella scia del percorso sinodale: «vogliamo essere una Chiesa sinodale, – ha detto – una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono» E su questo tema è ritornato in modo incisivo, il 7 giugno 2025, nella Veglia di Pentecoste: «Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. “Sinodalità” è il nome ecclesiale di questa consapevolezza». Il 17 giugno 2025 ai vescovi della Conferenza episcopale italiana ha detto: «Andate avanti nell’unità, specialmente pensando al Cammino sinodale. Restate uniti e non difendetevi dalle provocazioni dello Spirito. La sinodalità diventi mentalità, nel cuore, nei processi decisionali e nei modi di agire. Guardate al domani con serenità e non abbiate timore di scelte coraggiose!». Tre gli obiettivi prioritari da perseguire con stile sinodale suggeriti da papa Leone: curare il rapporto tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, coinvolgere i giovani e le famigliepotenziare la formazione a tutti i livelli.

Leone XIV ha ribadito la necessità di far maturare il lavoro già impostato, sottolineando che la partecipazione dei fedeli non è una “concessione”, ma un’esigenza della comunione. Il pontefice ha chiarito che il Cammino sinodale della Chiesa italiana non può ridursi a un’esperienza temporanea o burocratica, ma deve trasformarsi in uno stile permanente, in modo che «ciascuno, secondo la propria vocazione, possa offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune».

“Beati i miti perché avranno in eredità la terra”

È la terza delle otto beatitudini del Vangelo di Matteo (Mt 5,5). Papa Leone ci ha fatto riscopre l’importanza della mitezza. La persona mite ha un suo stile di vita, un suo modo di esprimersi e di rapportarsi agli altri. Conosce e pratica la sobrietà e rifiuta qualsiasi forma di violenza. Le persone miti, una volta che vengono riconosciute come tali, acquistano una visibile autorevolezza, sono considerate credibili e affidabili. Il suo tratto caratteriale, la calma profonda, unita alla mitezza, al garbo, alla gentilezza, alla sobrietà, trasmette serenità e fiducia, empatia e ascolto. La pacatezza è una virtù molto alta e molto rara, tipica delle persone che sanno guardare il mondo con apertura mentale e propositività.

Nei miti scopriamo in filigrana il volto del vero discepolo di Cristo.

In questo primo anno di pontificato, Leone XIV ha alternato grandi gesti pubblici a una intensa attività diplomatica spesso discreta, ma orientata alla pace.Una “Pace disarmata e disarmante”, il pilastro del suo magistero. «Disarmare le parole è il primo passo per disarmare la Terra». Papa Leone si è dedicato fin da subito al ruolo di mediatore per la pace per i conflitti presenti nel mondo. Non solo diplomazia dall’alto, ma “creatori di pace” nelle parrocchie, nei quartieri, nelle periferie. Egli ha detto: «Sono qui per ascoltare, non per dare risposte pronte». È l’eco dell’Agostino che scriveva: “Conoscere se stessi per conoscere Dio”. Sant’Agostino, nella cui spiritualità il Pontefice è profondamente radicato, come ricorda il suo motto episcopale «In Illo Uno Unum», ovvero «nell’Unico Cristo siamo uno»: unità nella Chiesa e pace, non una qualsiasi unità o pace, ma appunto «in Cristo». Sant’Agostino diceva: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi». Perciò il Papa ha dichiarato che l’opera di pace deve cominciare dalle nostre relazioni personali, dagli ambienti ordinari e comuni di vita, dalla famiglia e da ogni tipo di comunità, comprese quelle parrocchiali ed ecclesiali.

La Chiesa cattolica ha sempre sostenuto che la guerra non è una soluzione ai conflitti internazionali e che il dialogo e la negoziazione sono gli unici strumenti per risolvere le controversie.

«Non ho paura, né dell’amministrazione Trump, né di parlare apertamente del messaggio del Vangelo. Ed è quello che credo di essere chiamato a fare qui», così Leone XIV nel volo verso Algeri, ha risposto ad alcuni giornalisti riguardo alle dichiarazioni del presidente statunitense. E ancora: «Io non guardo al mio ruolo come a un politico. Il mio messaggio è il Vangelo». Secondo Leone XIV, la pace non può essere ridotta a un semplice bilanciamento di potenze; essa nasce invece da una trasformazione interiore, da “cuori purificati” capaci di riconoscere nell’altro non un avversario, ma un fratello.

La nuova stagione pastorale di Leone XIV

In questo primo anno di pontificato, molte sono state le visite pastorali, ovvero le uscite compiute all’interno della Diocesi di Roma, e altre nel resto d’Italia: ricordiamo nel 2025 Gennazzano, Capranica Prenestina, Assisi e Montefalco, nel 2026 Pompei e Napoli, Università Sapienza di Roma, Acerra (Terre dei Fuochi).

L’8 maggio scorso la sua visita pastorale a Pompei e a Napoli, in special modo, un evento particolarmente speciale perché è coinciso con il primo anniversario esatto della sua elezione al Soglio pontificio, avvenuta l’8 maggio 2025. Dall’arrivo in elicottero nell’Area Meeting del Santuario, la giornata è stata scandita da diversi incontri. In Piazza Beato Bartolo Longo, si è tenuta la Solenne Celebrazione Eucaristica seguita dalla Supplica alla Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei.

“Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine, questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei!” – questo l’incipit della sua omelia. “Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. – ha continuato – L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di san Bartolo Longo, apostolo del Rosario”. “San Bartolo Longo scriveva «L’Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale». Aveva ragione. Nell’Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale. Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico. Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia”, ha concluso.

Bartolo Longo rimane un personaggio nella cultura popolare religiosa. Fu beatificato da papa Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1980. Dopo un processo per la Causa dei Santi, passato attraverso due papati, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Leone XIV lo fa Santo. Bartolo Longo, un Santo di carità e per la Carità mariana.

«Contemplare con Maria i misteri del Rosario ci conduce a riconoscere in Gesù Cristo l’unica definitiva Parola, che il Padre ha pronunciato, Parola di pace per tutti coloro che ritornano a Lui con il cuore pentito. Il Signore non ci abbandona mai, anche quando noi lo dimentichiamo, anche quando perdiamo la via, Egli viene a cercarci e si fa vicino con l’amore di sempre. Come ricorda il profeta Isaia: «Io pongo sulle labbra: pace, pace ai lontani e ai vicini» (Is 57,19). Chi ha fiducia in Dio comprende questo annuncio di pace e ne diventa artefice, costruendola con le sue stesse mani».

La sua vicinanza alla Madonna si manifesta in gesti pubblici e costanti, come le preghiere e le visite a sorpresa davanti all’icona della Salus Populi Romanie al Santuario della Madre del Buon Consiglio subito dopo la sua elezione. Dal punto di vista teologico, l’impronta mariana è al centro dei suoi insegnamenti.

Papa Leone con il santo rosario

Giardini vaticani- grotta della Madonna di Lourdes

Sabato 30 maggio dalla Grotta di Lourdes dei Giardini Vaticani, la preghiera del Rosario, l’intercessione della Vergine Maria perché implori “con insistenza il dono di pace” che solo il Signore ci può dare, insieme a duemila persone in Vaticano, e altre centomila collegate da 200 santuari mariani del mondo.

Il primo Rosario per la pace, fu quello dell’11 ottobre 2025, in occasione del Giubileo della spiritualità mariana, in Piazza San Pietro a Roma, ricordando che, per tutto il mese di ottobre 2025, il Pontefice aveva promosso un invito speciale a recitare quotidianamente il Rosario per la pace in famiglia e in comunità.

Altre visite pastorali sono previste dal mese di giugno al mese di agosto 2026, la prima a Pavia e Sant’Angelo Lodigiano, poi seguirà Lampedusa, un’altra visita ad Assisi in occasione dell’evento conclusivo del “Go! Franciscan Youth Meeting!, l’incontro internazionale per i giovani volto a riscoprire il messaggio del Santo e promuovere pace, fraternità e cura del creato in Europa. Infine, Rimini e San Marino.

Nel suo primo anno di pontificato, Papa Leone XIV ha intrapreso anche due importanti viaggi apostolici internazionali. Turchia e Libano. Il primo viaggio in assoluto del pontificato ha unito la visita a İznik (l’antica Nicea) per il 1700° anniversario dell’omonimo Concilio. Durante questa missione, il Papa ha incontrato il patriarca Bartolomeo I e ha ribadito l’appello per la pace nel Mediterraneo. Il secondo viaggio, durato 11 giorni, ha toccato quattro paesi dell’Africa: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. L’attenzione ai più deboli e sul cammino della Chiesa nei Paesi in via di sviluppo. Prima di recarsi in Africa, un altro viaggio a Monaco, la prima volta che un pontefice si reca in visita nel Principato della città.

Inoltre, il 4 maggio scorso, è stato pubblicato ufficialmente dalla Libreria Editrice Vaticana il libro di papa Leone XIV, “Liberi sotto la grazia. Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia”. Un volume di 560 pagine che raccoglie scritti, discorsi, omelie e lettere di Robert Francis Prevost, composti tra il 2001 e il 2013, quando era Priore Generale dell’Ordine di Sant’Agostino. Uno dei concetti che ritorna con maggiore frequenza è la perseveranza: «La perseveranza è un grande dono che il Signore è pronto a offrirci. Ma dobbiamo imparare ad accoglierlo e a farlo diventare vita». 

L’uomo al centro – non la tecnologia, non la macchina

Il 25 maggio 2026 nell’Aula del Sinodo, colma di persone, tra i massimi esponenti dei Dicasteri Vaticani e della Curia Romana, corpo diplomatico e giornalisti, Leone XIV ha promulgato la sua prima lettera enciclica dal titolo “Magnifica Humanitas” sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. L’enciclica porta la data del 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione dell’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII.

Cinque capitoli, 245 paragrafi numerati, preceduti da un’introduzione e seguiti da una conclusione, e un fil rouge che l’attraversa tutta: «Siamo un desiderio, non un algoritmo».

Introduzione (Paragrafi nn. 1–16): Due icone bibliche: Babele e Gerusalemme.

Capitolo I (Paragrafi nn. 17–45): Un pensiero dinamico fedele al Vangelo.

Capitolo II (Paragrafi nn. 46–95): I fondamenti della persona e il bene comune nell’era digitale.

Capitolo III (Paragrafi nn. 96–145): I pericoli di una deriva tecnocratica e la tutela del lavoro e delle disuguaglianze.

Capitolo IV (Paragrafi nn. 146–195): L’educazione, la salvaguardia della verità e l’impatto degli algoritmi sulla libertà umana.

Capitolo V (Paragrafi nn. 196–240): La cultura della pace e la civiltà dell’amore.

Conclusione (Paragrafi nn. 241–245): Affidamento e speranza per il cammino dell’umanità.

L’incontro è stato introdotto dal Segretario di Stato Cardinale Pietro Parolin, ed ha visto la partecipazione dei Cardinali Víctor Manuel Fernández e Michael Czerny S.J. (Dicastero per la Dottrina della Fede e per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale), Christopher Olah, della Big Tech Anthropic, e delle professoresse Anna Rowlands(Durham University) e Leocadie Lushombo (Santa Clara University).

Secondo Leone XIV, la macchina non può discernere. «La macchina può imitare, ma non comprendere; può processare, ma non amare». Qui ritorna Agostino: la vera intelligenza non è nel calcolo, ma nel cuore che cerca, che non si accontenta, che resta inquieto finché non trova il Bene.

Nel terzo capitolo (cap 3, 103), in special modo, il documento si sofferma sulle conseguenze antropologiche e politiche dell’affidare decisioni umane a sistemi automatizzati. «Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane». Leone XIV, richiamando la “Laudate Deum” di papa Francesco, propone di adottare quello che chiama un «antropocentrismo situato». L’essere umano non è un’entità astratta e autarchica, ma una creatura inserita in una trama complessa di relazioni: con gli altri viventi, con il creato, con le generazioni future, e, nella prospettiva cristiana, con Dio. Sempre nel capitolo 3, dal 131 al 147, emerge il tema della centralità della scuola e dell’educazione e le tre sfide grandi da affrontare.

Un altro argomento affrontato nell’enciclica, molto importante e particolarmente caro al pontefice, è la protezione dei minori.

Cambiano le epoche, le innovazioni, il progresso, le tecniche e le tecnologie, ma l’uomo conserva e deve conservare sempre la centralità e la sua dignità.

“Il nostro costruire – ha detto papa Leone – deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico”. L’enciclica si chiude con il Magnificat di Maria, l’inno in cui l’anima magnifica il Signore perché ha rovesciato i potenti e innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, è la chiave di volta dell’intera costruzione dell’enciclica. Il Magnificat indica dove si trova questa magnificenza: non nell’innalzarsi da sé, come la torre di Babele che vuole “farsi un nome”, ma nel lasciarsi innalzare.

Papa Leine firma l’enciclica Magnifica Humanitas

Concludendo il Card. Parolin ha ribadito che il futuro tecnologico è affidato alla responsabilità umana. L’enciclica ci chiama, infatti, a “formare coscienze capaci di abitare il tempo dell’intelligenza artificiale senza smarrire la libertà, di utilizzare strumenti potenti senza esserne dominate, di restare umane in un ambiente sempre più plasmato da logiche automatizzate”.

“In Illo uno unum”, il motto episcopale che riprende le parole di sant’Agostino, ovvero “nell’unico Cristo siamo uno”, indica, come più volte sottolineato, che l’unità dei cristiani non si basa su recinti umani o divisioni, ma sull’ascolto dell’unico Pastore, promuovendo una Chiesa aperta e missionaria.

Ringraziamo papa Leone per la mitezza e la bontà accogliente che abbiamo visto nel suo volto e udito dalle sue parole. Egli è il pontefice che ascolta con la forza di chi è guidato da una luce profonda, quella della fede e dell’amore. La Madonna del Buon Consiglio, sua compagna di luce e saggezza, lo custodisca e lo assista nel suo ministero petrino.

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