Uno studio dell’ Università di Roma “Foro Italico” mette in guardia sui rischi e invita alla prudenza
Salire le scale viene spesso raccontato come un gesto semplice, quotidiano, quasi automatico: una piccola scelta di salute per aumentare il movimento nella vita di tutti i giorni, rinunciando all’ascensore. Eppure lo studio firmato da Domenico Di Baggio e Vincenzo Romano Spica, del Dipartimento di Scienze del Movimento, Umane e della Salute dell’Università di Roma “Foro Italico”, invita a una lettura più prudente.
la ricerca richiama il rischio di causalità inversa: i migliori esiti cardiovascolari registrati tra chi sale abitualmente le scale potrebbero dipendere non tanto dall’attività in sé, quanto dal fatto che i soggetti più sani e con maggiore capacità funzionale siano naturalmente più propensi a svolgerla.
«Le evidenze suggeriscono che salire regolarmente le scale possa essere un potenziale indicatore o mediatore della salute cardiovascolare e metabolica», osserva il prof. Domenico Di Baggio. Ma, aggiunge, «l’interpretazione dei risultati può nascondere un quadro compatibile con la causalità inversa».
Diversi studi osservazionali hanno associato il salire regolarmente le scale a una riduzione del rischio cardiovascolare, della fibrillazione atriale e della mortalità generale. Una metanalisi del 2024 della Società Europea di Cardiologia, ricordata dagli autori, ha indicato una riduzione del 24% della mortalità per tutte le cause e del 39% della mortalità cardiovascolare tra chi sale abitualmente le scale. Una revisione sistematica dello stesso anno ha inoltre riportato una riduzione del rischio cardiovascolare e della mortalità complessiva.
Tuttavia, questi dati non bastano a dimostrare un nesso causale certo. “Le persone che salgono regolarmente le scale potrebbero essere soggetti con maggiore capacità funzionale, migliore fitness cardiorespiratoria, minori sintomi e minore fragilità subclinica. Al contrario, chi evita le scale o smette di salirle potrebbe già percepire segnali di declino fisico, anche prima di una diagnosi clinica” spiega il Prof. Vincenzo Romano Spica.
Lo studio sottolinea quindi che il salire le scale può essere sia un possibile fattore protettivo sia un indicatore indiretto di uno stato di salute migliore. È una distinzione decisiva, soprattutto quando questo comportamento viene trasformato in messaggio di salute pubblica.
Dal punto di vista fisiologico, l’attività coinvolge il sistema cardiovascolare, quello neuromotorio e quello muscoloscheletrico. A ritmo moderato può rappresentare una forma efficace di attività fisica quotidiana, accessibile e facilmente integrabile nella routine. Può migliorare la capacità cardiorespiratoria, la forza degli arti inferiori, l’equilibrio, la coordinazione, la sensibilità insulinica e alcuni parametri metabolici.
Proprio perché richiede uno sforzo rilevante, soprattutto se eseguito rapidamente o per molti piani, può diventare rischioso per alcune categorie di persone. L’attività può superare i 6 MET (Metabolic Equivalent of Task– un dispendio energetico superiore a sei volte quello del riposo) e, in determinate condizioni, raggiungere intensità ancora più elevate, con aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa e della richiesta di ossigeno da parte del miocardio.
«Salire le scale coinvolge sia il sistema neuromotorio sia quello cardiovascolare, includendo anche componenti anaerobiche alle intensità più elevate che possono rappresentare un rischio per gli individui suscettibili», evidenzia il prof. Di Baggio, che prosegue: “non esistono soltanto rischi cardiologici. La salita e la discesa delle scale sollecitano ginocchia, caviglie e articolazioni degli arti inferiori, con possibili problemi nei soggetti anziani, sovrappeso, osteoporotici o affetti da artrosi. Le cadute sulle scale, inoltre, sono associate a traumi più gravi rispetto alle cadute su superfici piane, con rischio di fratture e lesioni craniche”.
Lo studio richiama anche il profilo neurologico: salire le scale richiede equilibrio, coordinazione, controllo posturale e capacità di adattamento motorio. Disturbi vestibolari, neuropatie periferiche, deficit iniziali del cammino o condizioni neurodegenerative subcliniche possono aumentare il rischio di inciampi e cadute.
La conclusione degli autori non è una bocciatura del salire le scale, ma una richiesta di precisione. L’attività resta una strategia utile, economica e potenzialmente efficace per promuovere il movimento nella popolazione generale. Tuttavia, non dovrebbe essere presentata come raccomandazione universale e indistinta.
“L’applicazione del salire le scale a fini preventivi può comportare rischi maggiori dei benefici se non viene adeguatamente individualizzata all’interno di un quadro di Attività Fisica Adattata”, avverte il Prof. Spica:”salire le scale può essere benefico quando è compatibile con lo stato di salute, il livello di allenamento, l’età, la condizione cardiovascolare e la capacità funzionale della persona. Per alcuni soggetti può rappresentare una buona abitudine; per altri, se introdotta bruscamente o praticata con intensità eccessiva, può comportare più rischi che vantaggi”.
La promozione dell’attività fisica, dunque, deve restare individualizzata. Non basta dire “fate le scale”: occorre spiegare quando, come, per chi e con quali limiti. Proprio questa è la cautela raccomandata dagli studiosi: trasformare un comportamento quotidiano in prescrizione sanitaria richiede prudenza, comunicazione corretta e ulteriori ricerche capaci di distinguere il vero effetto protettivo dal semplice segnale di una salute già migliore.
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