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Chi si prende cura di chi educa?

Francesco Mazzarella

Nell’era dell’intelligenza artificiale non siamo davanti a una crisi dell’autorità, ma a una condizione nuova nella storia: adulti e ragazzi attraversano insieme un cambiamento che nessuno conosce fino in fondo. Per questo l’educazione non può più essere soltanto trasmissione. Deve diventare alleanza.

Per secoli educare ha significato, prima di tutto, trasmettere.

Gli adulti avevano attraversato il mondo prima dei figli.

Conoscevano il lavoro, le relazioni, i rischi e il linguaggio della società. Avevano imparato, spesso anche attraverso gli errori, a distinguere ciò che costruisce da ciò che distrugge.

I ragazzi imparavano da loro.

Oggi questo schema non è scomparso, ma non basta più.

Non perché gli adulti abbiano smesso di essere punti di riferimento.

Ma perché il terreno sul quale adulti e ragazzi camminano è cambiato.

Intelligenza artificiale, algoritmi, social network e tecnologie generative stanno trasformando il modo di comunicare, studiare, lavorare, informarsi e costruire la propria identità.

E questo cambiamento riguarda tutti.

Anche gli adulti.

Ci troviamo davanti a una condizione educativa inedita: adulti e minori hanno ruoli e responsabilità differenti, ma attraversano insieme tecnologie che nessuno dei due conosce ancora pienamente.

Una fragilità condivisa

Si dice spesso che i giovani siano più preparati degli adulti perché sono «nativi digitali».

È un’affermazione solo in parte vera.

I ragazzi conoscono gli strumenti.

Li utilizzano con naturalezza.

Scoprono funzioni che molti adulti ignorano e imparano rapidamente a muoversi dentro piattaforme, linguaggi e ambienti nuovi.

Ma saper utilizzare una tecnologia non significa necessariamente comprenderne gli effetti.

Non significa riconoscere i meccanismi che influenzano l’attenzione, il giudizio, le emozioni, il desiderio di appartenenza o la qualità delle relazioni.

Allo stesso modo, gli adulti possiedono un patrimonio prezioso di esperienza, discernimento e responsabilità, ma spesso si sentono impreparati davanti alla velocità con cui le tecnologie cambiano.

Ciò che possono portare i ragazzi

Familiarità con gli strumenti, conoscenza dei linguaggi digitali, capacità di esplorare rapidamente nuovi ambienti e sensibilità verso i cambiamenti in corso.

Ciò che devono portare gli adulti

Esperienza, discernimento, responsabilità, capacità di leggere le conseguenze, porre limiti e distinguere ciò che fa crescere da ciò che può ferire.

La novità non consiste quindi nel fatto che gli adulti non abbiano più nulla da insegnare.

Consiste nel fatto che non possono più educare fingendo di conoscere completamente il mondo verso il quale stanno accompagnando i ragazzi.

L’errore che rischiamo di fare

Di fronte a questa situazione il rischio è duplice.

Da una parte gli adulti possono rinunciare al proprio ruolo educativo, pensando che i ragazzi ne sappiano più di loro.

Dall’altra i giovani possono credere che la competenza tecnica sia sufficiente per orientarsi nella vita.

Entrambe le convinzioni sono pericolose.

Perché confondono la capacità di utilizzare uno strumento con la capacità di attribuirgli un significato.

Una cosa è sapere come funziona uno strumento. Un’altra è comprendere quando fidarsi, quando dubitare, quando fermarsi e quali conseguenze una scelta possa produrre nella propria vita e in quella degli altri.

Un adolescente può conoscere meglio di un genitore il funzionamento di un social network o di un sistema di intelligenza artificiale.

Ma non per questo possiede già gli strumenti interiori per gestire il giudizio degli altri, la permanenza di un’immagine, la pressione di un gruppo o la credibilità di una risposta generata da una macchina.

Un adulto, al contrario, può non conoscere ogni funzione di una piattaforma.

Ma ha il compito di aiutare il ragazzo a leggere ciò che quello strumento produce nella sua libertà, nelle sue emozioni e nelle sue relazioni.

La relazione è il passaggio che manca

Forse la domanda non è chi conosca meglio la tecnologia.

La domanda è chi stia insegnando a vivere dentro questo cambiamento.

Possiamo spiegare come utilizzare un’applicazione.

Possiamo insegnare a scrivere un prompt.

Possiamo installare filtri, limiti e sistemi di controllo.

Tutto questo è utile.

Ma nessuno di questi strumenti può sostituire una relazione nella quale un ragazzo impari a confrontarsi con il dubbio, con il limite, con la libertà e con la responsabilità.

La competenza tecnica del ragazzo e il discernimento dell’adulto rimangono due risorse separate se non esiste uno spazio nel quale possano incontrarsi.

Quel passaggio è la relazione.

La TecnoRelazione nasce quando la familiarità tecnica dei più giovani incontra il discernimento degli adulti e, attraverso una relazione autentica, genera responsabilità condivisa.

Dalla trasmissione all’alleanza

Per molto tempo abbiamo pensato che educare significasse consegnare ai più giovani ciò che gli adulti avevano già imparato.

Oggi siamo chiamati a qualcosa di più complesso.

Gli adulti devono continuare a trasmettere valori, senso critico, discernimento e responsabilità.

I ragazzi possono aiutarli a comprendere il linguaggio delle nuove tecnologie, le opportunità che aprono e le trasformazioni che stanno producendo.

Non è una resa dell’autorità educativa.

È una sua evoluzione.

L’adulto non perde autorevolezza quando riconosce di avere qualcosa da imparare.

La perde quando finge di sapere, oppure quando si ritira e lascia il ragazzo solo davanti a strumenti troppo potenti.

L’autorevolezza non nasce dal sapere tutto.

Nasce dalla capacità di assumersi la responsabilità della relazione, continuando a cercare e a imparare insieme.

ALLEANZA EDUCATIVA

Non significa confondere i ruoli o mettere adulti e minori sullo stesso piano delle responsabilità. Significa riconoscere che entrambi possiedono conoscenze parziali e che l’educazione nasce quando queste differenze entrano in dialogo senza che l’adulto rinunci al proprio compito di guida.

Chi si prende cura di chi educa?

C’è però una domanda che raramente entra nel dibattito pubblico.

Chiediamo ai genitori di accompagnare i figli nel digitale.

Chiediamo agli insegnanti di educare all’intelligenza artificiale.

Chiediamo agli educatori di prevenire il disagio, il cyberbullismo, la dipendenza dagli schermi, la solitudine e le nuove forme di esclusione.

Ma chi si prende cura di loro?

Chi offre agli adulti luoghi nei quali confrontarsi, sbagliare, imparare e crescere senza sentirsi continuamente inadeguati?

Chi costruisce linguaggi comuni tra famiglie, scuole, associazioni, comunità educative e professionisti?

Non possiamo chiedere agli adulti di essere presenti in un mondo che cambia senza offrire loro formazione, confronto e sostegno.

Non possiamo costruire una nuova educazione lasciando soli coloro che hanno il compito di educare.

L’Empatia Digitale come competenza relazionale

È proprio qui che nasce ciò che definisco Empatia Digitale.

Non la capacità di rendere le macchine più simili agli esseri umani.

Ma la scelta di rendere gli esseri umani più capaci di attraversare insieme il cambiamento.

L’Empatia Digitale non è soltanto una competenza tecnica.

È una competenza relazionale.

Significa riconoscere che dietro ogni profilo c’è una persona, dietro ogni messaggio può esserci una fragilità e dietro ogni uso della tecnologia esiste una relazione che viene costruita, trasformata o consumata.

Significa anche accettare che nessuna generazione possieda da sola tutte le risposte.

Gli adulti hanno ancora molto da insegnare.

I ragazzi hanno molto da mostrare.

Entrambi hanno bisogno di imparare.

Una responsabilità condivisa

Forse la vera emergenza educativa del nostro tempo non è l’intelligenza artificiale.

È il rischio che ciascuna generazione pensi di poter affrontare il cambiamento da sola.

I ragazzi non possono essere lasciati soli perché sanno usare gli strumenti.

Gli adulti non possono ritirarsi perché non conoscono ogni applicazione.

La tecnologia non elimina la differenza dei ruoli educativi.

La rende più esigente.

Chiede agli adulti di guidare senza fingere di sapere tutto.

Chiede ai ragazzi di imparare che la familiarità con uno strumento non coincide con la libertà interiore necessaria per governarlo.

Per molto tempo abbiamo pensato che educare significasse trasmettere ciò che già conoscevamo.

Oggi siamo chiamati a imparare insieme ciò che nessuno ha ancora compreso completamente.

I ragazzi possono mostrarci come sta cambiando il mondo.

Gli adulti devono aiutarli a non perdere ciò che rende umano quel cambiamento.

È in questo incontro che nasce la vera alleanza educativa: non dalla paura della tecnologia, non dalla nostalgia del passato, ma dalla scelta di attraversare insieme un futuro che nessuno può affrontare da solo.

Nota redazionale: questo testo è un editoriale di riflessione educativa. Le espressioni «Empatia Digitale» e «TecnoRelazione» sono utilizzate dall’autore per descrivere un approccio nel quale la tecnologia viene letta a partire dagli effetti che produce sulle persone, sulle responsabilità educative e sulla qualità delle relazioni. La reciprocità tra adulti e ragazzi non elimina la differenza dei ruoli, delle responsabilità e dell’autorità educativa.
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