Home In Evidenza La scomparsa di Péter Nádas. Lo scrittore che voltò le spalle al sistema comunista di Budapest

La scomparsa di Péter Nádas. Lo scrittore che voltò le spalle al sistema comunista di Budapest

Nádas ha trasformato la memoria in letteratura e il silenzio in racconto. Una scrittura radicale che attraversa le ferite del Novecento, intrecciando storia, identità e destino individuale

Di Pierfranco Bruni

Péter Nádas, importante scrittore ungherese nato a Budapest il 14 ottobre del 1942 e scomparso a Gombosszeg il 26 agosto del 2026, non si legge. Si abita. E la sua morte non chiude un’opera, la apre definitivamente alla nostra responsabilità di lettori, perché Nádas è stato uno di quegli scrittori che hanno fatto della memoria una cattedrale e del silenzio una liturgia, e dunque la sua scomparsa non chiede commemorazione, chiede metodo. Tutto in lui comincia da una frase che è antropologia prima che letteratura: “La verità era che nella sua mente tutto viveva nello stesso tempo, e non riusciva affatto a dimenticare”. Da Storie parallele. Questa non è una descrizione psicologica, è una definizione ontologica. Nádas non ha mai creduto al tempo lineare, alla successione rassicurante degli eventi che la storiografia e il romanzo borghese ci hanno insegnato. Per lui tutto vive nello stesso tempo. L’infanzia e la vecchiaia, Budapest bombardata e Gombosszeg silenziosa, il corpo nudo e la Bibbia aperta, il tradimento amoroso e il tradimento politico. Ecco perché i suoi romanzi sono oceani. Storie parallele non è lungo per eccesso, è lungo per necessità. Millecinquecento pagine per dire che non si può dire una cosa dopo l’altra, perché nella coscienza tutto accade insieme. Se tutto vive nello stesso tempo devi sovrapporre, devi fare come fa la memoria vera quando non riesce a dimenticare. E la nostra epoca ha inventato la dimenticanza come terapia, come igiene, come salvezza. Nádas la rifiuta come menzogna. Non riuscire a dimenticare non è patologia, è fedeltà, è forma di resistenza. Il totalitarismo comunista voleva insegnare a dimenticare, a riscrivere, a voltare pagina. Lui ha risposto con una memoria che non archivia, ma accumula, che non seleziona, ma custodisce. Il sacro e il profano, il sesso e la preghiera, il comunismo e la madre, tutto nello stesso tempo, tutto nello stesso corpo.

E qui si innesta il suo gesto più radicale, quel gesto che lo rende non solo scrittore ma figura etica. Giornalista sotto il regime, non aderì al sistema dei giornali comunisti dicendo: “Mi sono licenziato e sono uscito, voltando le spalle al sistema, per salvare la mia anima”. Non è eroismo retorico, è teologia pratica. In una cultura dove il compromesso era sopravvivenza, dove restare dentro significava esistere, lui sceglie di uscire. Volta le spalle. Salva l’anima, non la carriera. È lo stesso gesto di Thomas Mann davanti al nazismo, di un monaco che lascia il mondo non per disprezzo ma per non tradire il Verbo. E infatti Nádas è attento studioso di Thomas Mann, di Proust, di Musil, di Molière, di Shakespeare. Ma soprattutto si soffermò a lungo sulla Bibbia. Non è un elenco di influenze, è una genealogia. Da Proust prende l’idea che il tempo non si ritrova, si perde e nel perdersi si rivela. Da Musil prende l’uomo senza qualità che diventa uomo con troppe qualità, l’uomo parallelo, l’uomo che vive più vite contemporaneamente senza mai coincidere con nessuna. Da Thomas Mann prende la malattia come metafisica, il corpo che pensa, la decadenza come conoscenza. Da Shakespeare e Molière prende il teatro come maschera della verità. E poi la Bibbia, sempre la Bibbia. Tradotto in Italia nel 2009 con La Bibbia e altri racconti, Nádas legge la Scrittura non come credente devoto, ma come filologo dell’anima, come anatomista dello spirito. La Bibbia è per lui il grande libro parallelo per eccellenza: storie parallele di colpa e di redenzione, di incesto e di legge, di corpo e di spirito. Là dove il marxismo vedeva struttura economica, lui vedeva archetipo, peccato originale, sacrificio, attesa messianica. Nádas è biblico perché è carnale, non c’è spiritualità senza sesso, non c’è preghiera senza sudore, come ne Il libro di memorie, dove il corpo maschile che ama altro corpo maschile è anche corpo che prega, che tradisce, che ricorda, che si confessa senza assoluzione.

Il suo ultimo libro pubblicato in Italia risale al 2024 dal titolo Storie dell’orrore, e anche lì l’orrore non è ciò che si mostra, è ciò che non si riesce a tacere, è ciò che resta dentro e non trova parola. E questo ci porta al concetto importante che resta, alla frase che è il suo testamento spirituale e che attraversa tutta la sua opera come un filo di fuoco: “Se si potessero imparare le cose più importanti della vita, bisognerebbe comunque imparare a tacere su di esse”. Da Il libro di memorie. È il centro. È la chiave di volta. Nádas ci dice che le cose essenziali non si insegnano, si tacciono. Non per segreto, per pudore, per rispetto ontologico. La nostra epoca parla di tutto, confessa tutto, esibisce tutto, mette a nudo tutto, e credendo di dire tutto non dice nulla. Nádas dice l’opposto: ciò che conta davvero va taciuto. Non detto. Custodito. Come si custodisce il Sacro. È una frase che viene dalla mistica ebraica e dalla mistica cristiana insieme, è il Deus absconditus, è il mysterium tremendum. Le cose più importanti della vita, l’amore, la morte, Dio, il corpo che desidera, se le dici le riduci a cronaca, a caso clinico, a post. Se le taci le salvi. Ecco perché Nádas scrive tanto per dire poco, scrive millecinquecento pagine per arrivare a un silenzio. Il suo è un logocentrismo che si rovescia in apofatismo: dice tutto per dire che l’essenziale è indicibile. È scrittore che ha compreso che la parola, quando è vera, conduce al silenzio, non al rumore.

E a questo si lega l’altra sentenza che è antidoto contro l’ideologia e contro la nostra attuale fabbrica di illusioni: “Fantasizzando si costruisce un mondo più prevedibile, e così non si ha il tempo di accorgersi di ciò che sta realmente accadendo”. Da Storie parallele. L’ideologia è fantasia organizzata, è mondo prevedibile, il comunismo era una grande fantasia prevedibile, anche il capitalismo lo è, anche le nostre narrazioni intime lo sono. Mentre fantastichi, la realtà accade e tu non te ne accorgi. Il grande scrittore è colui che sospende la fantasia per vedere ciò che accade, che è sempre parallelo, sempre altrove, sempre più vero di ciò che immaginiamo. È un richiamo etico durissimo alla nostra epoca di storytelling dove tutto è racconto e nulla è accadimento.

E infine la confessione più dolorosa, più umana, più ungherese, più europea: “La mia stoltezza mi faceva credere di essere io la storia, e questa notte fredda e desolata la sua semplice cornice, ma in realtà la mia vera storia si svolgeva quasi indipendentemente da me o, più precisamente, accadeva in parallelo alle mie piccole avventure”. Da Il libro di memorie. Noi crediamo di essere la storia, invece la storia accade in parallelo. Mentre io vivo le mie piccole avventure, la grande Storia mi attraversa, mi usa, mi dimentica. È la lezione del Novecento ungherese, è la lezione della Shoah, è la lezione del ’56 a Budapest, è la lezione di ogni vita che si è creduta centro e scopre di essere margine. In quella notte fredda e desolata, che è la notte dell’Europa, capire di non essere la storia è inizio di saggezza, è uscire dall’io tiranno per entrare nel tempo condiviso, nel tempo in cui tutto vive nello stesso tempo.

Péter Nádas muore a Gombosszeg, nel villaggio di confine che si era scelto come ascesi, non a Budapest. Ha salvato l’anima voltando le spalle al sistema, l’ha salvata leggendo la Bibbia come un romanzo erotico e il corpo come una Bibbia, l’ha salvata scrivendo che bisogna tacere sulle cose essenziali. Ci lascia un’eredità scomoda: non si può vivere senza memoria, non si può scrivere senza corpo, non si può dire la verità senza tacere. Il suo tempo non è morto con lui, perché nella sua mente, e ora nella nostra se lo leggiamo davvero, tutto vive nello stesso tempo e non riusciamo affatto a dimenticare.

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