Home Attualità Hormuz, il fronte che può cambiare la guerra

Hormuz, il fronte che può cambiare la guerra

Antonella La Mantia

L’Iran rafforza il controllo sullo stretto da cui passa il 20% del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti aumentano la presenza navale nel Golfo. L’Italia chiede una soluzione diplomatica per evitare una nuova crisi energetica globale

Il conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran sta già producendo effetti concreti su economie occidentali e mercati energetici. Al centro della crisi c’è lo Stretto di Hormuz, il passaggio tra Iran e Oman da cui dipende una quota cruciale di petrolio e gas destinati al mondo.

Il blocco navale non è più un’ipotesi: è in corso. Teheran ha imposto nuove misure di controllo sul traffico, gli Stati Uniti hanno rafforzato la presenza militare nel Golfo Persico e i prezzi del greggio sono già saliti per il timore di interruzioni alle forniture.

Come riporta il Wall Street Journal, le autorità iraniane ora obbligano le navi commerciali a coordinarsi con le proprie strutture militari prima di attraversare lo stretto. La decisione arriva nel pieno dell’escalation militare tra Israele e Iran, con il coinvolgimento diretto di Washington. Per gli analisti, è il tentativo di Teheran di usare lo stretto come leva strategica in risposta agli attacchi subiti.

Hormuz è il più grande collo di bottiglia energetico del pianeta. Secondo la U.S. Energy Information Administration, ogni giorno vi transitano 20-21 milioni di barili di petrolio — circa un quinto del consumo globale — oltre a un terzo del commercio mondiale di gas naturale liquefatto, diretto soprattutto verso Asia ed Europa. La stessa EIA avverte: qualsiasi interruzione ha “effetti sostanziali sui prezzi energetici globali”.

Gli effetti sono già visibili. Reuters segnala che diverse compagnie marittime hanno cambiato rotta o inasprito i protocolli di sicurezza per le petroliere dirette nel Golfo. Gli operatori sono in allerta per il rischio di incidenti o stop alla navigazione. Le piattaforme internazionali di monitoraggio navale rilevano un traffico instabile, con meno attraversamenti del solito: alcune petroliere rallentano o restano ferme in attesa di istruzioni.

Per rispondere, Washington ha intensificato le operazioni di sorveglianza e sicurezza marittima. La Quinta Flotta americana, di base in Bahrein, presidia da anni lo stretto proprio per garantire la libertà di navigazione.

Il timore delle cancellerie occidentali è che lo scontro militare si traduca in una crisi energetica globale. Anche limitazioni parziali al traffico avrebbero ripercussioni immediate sul greggio e sulle forniture di gas all’Europa, già sotto pressione dopo la guerra in Ucraina.

L’Italia mantiene una linea di prudenza diplomatica. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito la necessità di “evitare una spirale incontrollabile” e di rilanciare il dialogo tra Stati Uniti e Iran, con la mediazione dell’Oman. Tajani ha precisato che Roma valuterebbe missioni di sicurezza marittima solo in una cornice multilaterale, “sotto l’egida dell’ONU o dell’Unione Europea”, escludendo azioni unilaterali.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito Hormuz “una questione fondamentale per l’Italia e per l’Europa”, ricordando che la libertà di navigazione è “un principio essenziale del diritto internazionale”. Palazzo Chigi monitora le ricadute economiche: un rincaro prolungato dell’energia rischia di frenare crescita, spingere l’inflazione e far salire i costi industriali.

Anche l’International Energy Agency sottolinea la vulnerabilità delle rotte mediorientali: Hormuz resta uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale. Tensioni prolungate possono destabilizzare i mercati.

Il vero nodo è capire fin dove si spingerà la crisi prima di diventare uno shock globale per commercio e sicurezza.

You may also like

Lascia un commento