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Oriana Fallaci, oggi, nel 2026, a vent’anni dalla morte, va riletta non come giornalista, ma come classico. Come si rilegge Sofocle per capire il potere, come si rilegge Agostino per capire l’inquietudine…”-
Pierfranco Bruni

Pierfranco Bruni
Oriana Fallaci. L’antislamica che pose l’Occidente nel cuore della civiltà.Moriva il 15 settembre del 2006. Una data che non è solo una data. È una soglia. Oriana Fallaci non chiudeva con quel giorno la sua esistenza, apriva il suo mito alla storia. Non solo una giornalista. Non solo una inviata di guerra. Ma una scrittrice che ha penetrato i sentieri delle parole attraversando luoghi, vivendo avventure, abitando destini. Non può che stare, con orgoglio e senza pregiudizi, nella storia della letteratura italiana del Novecento. Anzi, nel suo centro inquieto.
Una scrittrice che ha saputo raccontare la nostra contemporaneità dentro le tragedie della modernità. Passare per le parole e giungere al limitare degli orizzonti. Quegli orizzonti che, per la Fallaci, segnano il confine sottile, sanguinante, mai pacificato, tra l’Occidente e il Mediterraneo. Tra la ragione e il deserto.
Il deserto, forse l’esilio e le donne che sembrano impastate da un intreccio che recita rivoluzione e senso di una assenza. Perché nelle pagine della Fallaci la donna non è mai figura di contorno. È figura di fondamento. È Penelope che non aspetta, è la madre che non genera, è la guerrigliera che non si arrende. Passate le parole restano le immagini e le immagini fanno la storia, la storia di una visione della vita e dello spazio nel quale si abita la nostra esistenza.
Ma forse più della rivoluzione può la consapevolezza di vivere dentro una temperie fatta di scontri, di guerre, di viaggi tra il mare, il deserto, le sabbie, le frontiere, le trincee e gli amori spezzati proprio nel momento in cui si affollano le comprensioni o le interpretazioni dei destini.
Una storia. Certo, quella di Oriana Fallaci che non ha mai conosciuto rinunce ma è stata dentro quegli orizzonti tra Occidente e Oriente. Una metà di un Mediterraneo che è dentro ognuno di noi. Un Mediterraneo che non è cartolina, che non è vacanza, che non è oleografia. È conflitto, è radice, è cristianità e islam, è Ulisse e Maometto, è Atene e Gerusalemme tenute insieme da un filo di vento.
Una giornalista che è entrata nella letteratura. Anzi, ed è questa la sua vera eresia e la sua vera grandezza, una scrittrice che ha “fisicamente” e letterariamente “cucinato” il linguaggio giornalistico con quello di una scrittura rapida, nervosa, tragica, in cui il narrato, il vissuto, il sofferto, il visto si è trasformato nelle lunghe sfide che hanno abbracciato la vita trasformandola in un destino proprio sul filo della letteratura.
Anche le sue interviste hanno raccontato, hanno fatto storia, sono il narrato di un pezzo di esistenza non solo di Oriana Fallaci ma di un contesto che è quello di una civiltà che si è giocata la propria eredità e identità tra i rossi tramonti abbruniti degli spari, tra le trincee dove gli uomini muoiono veramente e i popoli si sradicano, e la ricerca di una affermazione di umanità che non vuole cedere.
L’Occidente con gli Stati Uniti d’America sono stati il perno di una formazione culturale dentro la quale la controrivoluzionaria Fallaci ha definito la sua non stanzialità e il suo nomadismo legati ad un bisogno di sapere e di conoscere. Nomadismo come categoria dello spirito. Non stanzialità come scelta etica.
Nel 1969 pubblica la sua esperienza di un anno di guerra in Vietnam in un libro dal titolo: “Niente e così sia”. È il libro dello smarrimento. Ma sono gli anni di una contestazione non solo studentesca ma esistenziale. La Fallaci, come Pasolini – e l’accostamento non è casuale, è fratellanza di sguardi – guarda con sospetto i figli di papà che inneggiano a Che Guevara e crede ben poco alla rivoluzione di quelle piazze occupate in Italia o in Francia. Sembra tutto ben poca cosa rispetto a ciò che avviene in India, in Pakistan, in Sud America, in Medio Oriente. Lì si muore. Qui si recita.
C’è un Occidente, in quegli anni, che esplora con l’Apollo 12 la luna e un Medio Oriente in costante conflitto. La luna e la trincea. L’astronauta e il fedayn. La Fallaci non vuole restare soltanto una testimone dei fatti che raccontano sempre mosaici di vita. Vuole essere dentro il mosaico. Vuole sporcarsi le mani di calce.
Il suo rapporto con Alekos Panagulis, conosciuto in Grecia il 21 agosto del 1973, è uno dei tasselli importanti, straordinari, unici sia per il suo cammino letterario sia soprattutto per quello intimo, sentimentale, esistenziale. L’incontro tra i due avviene proprio nel giorno in cui Panagulis esce dal carcere. Un incontro che diventa una unione di passione e di condivisioni. Il loro rapporto dura soltanto tre anni, perché Panagulis muore in un misterioso incidente stradale il 1 maggio del 1976.
Ma quei tre anni sono un’eternità. Sono la misura dell’assoluto. Panagulis è per Oriana non solo l’amante. È l’idea dell’uomo che non si piega. È l’uomo che ha tentato di uccidere il tiranno Papadopoulos e ha pagato con la tortura, con l’isolamento, con la prigionia. È Antigone al maschile.
Il suo romanzo del 1979 ha per titolo, appunto, “Un uomo”. La stessa Fallaci parlando di questo libro, in una intervista, dirà: “Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere. Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è un uomo-massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano…”.
È un romanzo nella grecità profonda e moderna come era stato il suo primo romanzo del 1962 dal titolo: “Penelope alla guerra”, nel quale si racconta la storia di una donna che non vuole attendere il suo Ulisse e si metaforizza in una Penelope che viaggia e lascia le mura di Itaca per penetrare il senso di una identità in una ricerca verso le libertà come valore di una consapevolezza.
Anche qui si registra uno scontro diretto con le eredità mediterranee alle quali la Fallaci si oppone con una forza umana tutta occidentale e scavata nel proprio tempo senza cedere a nostalgie o rimpianti che risultano come misure della storia.
Penelope alla guerra è già tutto il programma fallaciano: la donna che diserta l’attesa. Non tesse più la tela. La strappa. E va alla guerra, non per amore di un uomo, ma per amore di sé.
Due tappe fondamentali nella scrittrice Fallaci sino ad arrivare agli anni Novanta, passando attraverso le storie e la storia e soprattutto nel tanto discusso e non ipocrita “Lettera a un bambino mai nato” che oggi si presenta come un atto quasi profetico se si pensa che la prima edizione vide la luce nel 1975, che vengono caratterizzati dall’imponente romanzo “Insciallah”, pubblicato nel 1990.
“Lettera a un bambino mai nato” è il libro del corpo che diventa parola. È il ventre che interroga il mondo. È l’anti-ideologia pura: non c’è partito, non c’è fede, c’è una madre che parla a ciò che non è ancora nato e gli chiede se vale la pena nascere. È il libro più mediterraneo e più occidentale insieme, perché mette al centro la vita come scelta.
Il romanzo-saggio “Insciallah” nasce all’interno di una sua spedizione tra le truppe italiane che erano state inviate nel 1983 a Beirut. Un racconto affascinante, tragico, dolorante e contemplante ma anche irruente. Beirut come metafora di tutti i confini. Beirut come Mediterraneo ferito. “Non di rado infatti sfuggo all’esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto, spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la ricreo, e con l’amletico scudiero ecco il discepolo generale che crede di poter sconfiggere la Morte, ecco il suo disincanto ed estroso consigliere, ecco il suo erudito e bizzarro capo di Stato Maggiore, ecco i suoi ufficiali ora bellicosi e ora mansueti, ecco la moltitudine sfaccettata della sua truppa…”.
È il metodo Fallaci: rubare alla realtà per restituirla più vera.
Un filo consistente lega “Insciallah” con gli scritti successivi. Un Medio Oriente che è sempre più terra di deserti, di scontri, di viaggi nella tragedia e un Occidente che si affaccia sia geograficamente che culturalmente ad un Mediterraneo fatto di tanti altri Mediterranei che si raccontano nelle loro avventure e nei loro ambigui territori: alla ricerca di una cristianità profonda e di un fondamentalismo islamico che approderà alla tragedia dell’11 settembre.
Cosa sono, in fondo, gli ultimi suoi libri: “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione” e “L’Apocalisse” che racchiude anche “Oriana Fallaci intervista se stessa”? Sono un superamento culturale sia della storia e identità musulmana sia delle eredità mediterranee. Il tutto nell’orgoglio di un Occidente che dovrebbe però smettere di tessere e ritessere quella tela metaforica e reale incarnata da Penelope. Ormai Penelope è andata alla guerra. L’orizzonte di sabbia e di deserto, di mare e di acqua e le contraddizioni delle metropoli e di un Occidente sempre più americanizzato sono in costante conflitto.
Qui si gioca l’equivoco e la grandezza. La Fallaci ultima viene accusata di essere diventata intollerante. Ma chi la legge con lo sguardo mediterraneo che non ha paura dei conflitti, capisce che non è intolleranza. È fedeltà. Fedeltà a quell’Occidente che l’ha formata: Omero e Dante, la Resistenza fiorentina dove da bambina faceva la staffetta partigiana, l’America di Kennedy e di Martin Luther King. È una fedeltà tragica, dolorosa, che vede il proprio mondo smarrirsi e lo rimprovera come si rimprovera un figlio.
La Fallaci ci invita ad una scelta. Il Mediterraneo resta un orizzonte nella storia ma anche nelle pretese del futuro, il Medio Oriente è un islamismo che invade e l’Occidente della civiltà moderna non può che essere nella nostra contemporaneità. Ma c’è una storia che si trasforma in memoria e c’è un uomo che è dentro la vita di Oriana che non smette di parlare come un eroe nella bellezza delle parole, di quelle parole che per restare non possono che essere passione. La passione della scrittura.
Perché alla fine, dopo le guerre, dopo Beirut e il Vietnam, dopo il Messico e il Cile, dopo Alekos morto sull’asfalto di Atene, dopo il cancro che la divorerà a New York, resta una cosa sola: la parola. Non come arma. Come dimora.
La passione della parola in una scrittrice tra confini. L’Oriente e l’Occidente. E le donne che restano impastate nella sabbia del deserto e nelle piramidi delle vetrate dei grattacieli occidentali. Una storia dalla quale raccogliere un seme.
Il seme di Oriana è questo: non esiste neutralità. Esiste solo verità. E la verità si paga con l’esilio. Con il deserto. Con la solitudine. Con l’orgoglio di non aver mai chiesto scusa per aver amato troppo l’Occidente e troppo la libertà.
Ecco perché Oriana Fallaci, oggi, nel 2026, a vent’anni dalla morte, va riletta non come giornalista, ma come classico. Come si rilegge Sofocle per capire il potere, come si rilegge Agostino per capire l’inquietudine.
Perché lei ha abitato il confine. E il confine, nel Mediterraneo, è l’unico luogo dove si capisce chi siamo. E chi siamo vuol dire chi siamo stati senza demordere nelle ideologie che sono diventate sprezzanti.
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