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Portella della Ginestra: erano lì per vivere, non per morire

Francesco Mazzarella

Il 1° maggio 1947 uomini, donne e bambini salirono a Portella per celebrare il lavoro, la terra e la speranza. Prima ancora di essere vittime di una strage politico-mafiosa, furono persone: volti, famiglie, desideri, futuro.

Portella della Ginestra, prima di essere una pagina tragica della storia italiana, fu un luogo abitato dalla speranza.
Non c’erano soltanto bandiere.
Non c’erano soltanto parole politiche.
Non c’erano soltanto rivendicazioni sindacali.
C’erano persone.
C’erano madri, padri, figli, contadini, braccianti, giovani, bambini. C’erano famiglie che avevano conosciuto la fatica della terra, la durezza del latifondo, il peso di una povertà che non era soltanto mancanza di denaro, ma mancanza di possibilità. Erano saliti in quella vallata tra Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato non per sfidare la morte, ma per incontrare la vita. Per dire, insieme, che il lavoro poteva diventare dignità. Che la terra poteva smettere di essere dominio di pochi. Che la festa dei lavoratori non era una formalità, ma una promessa.
Il 1° maggio 1947, a Portella della Ginestra, si radunarono contadini, donne e bambini per celebrare la festa dei lavoratori e rivendicare diritti, terra e giustizia sociale; contro quella folla spararono gli uomini della banda di Salvatore Giuliano, provocando undici morti e numerosi feriti. (Wikipedia)
Ma se diciamo solo “undici morti”, rischiamo di tradire la memoria.
Perché undici non è un numero.
Undici sono nomi.
Undici sono case che non videro tornare qualcuno.
Undici sono sedie rimaste vuote.
Undici sono madri, figli, fratelli, mariti, sorelle, compagni di lavoro, vicini di paese.
I nomi incisi nella memoria di Portella sono: Margherita Clesceri, 37 anni; Giorgio Cusenza, 42 anni; Giovanni Megna, 18 anni; Francesco Vicari, 22 anni; Vito Allotta, 19 anni; Serafino Lascari, 14 anni; Filippo Di Salvo, 48 anni; Giuseppe Di Maggio, 12 anni; Castrense Intravaia, 29 anni; Giovanni Grifò, 12 anni; Vincenzina La Fata, 8 anni. (Wikipedia)
Basterebbero le età per capire l’abisso.
Otto anni.
Dodici anni.
Dodici anni.
Quattordici anni.
Non erano militanti armati. Non erano nemici dello Stato. Non erano una minaccia. Erano bambini e ragazzi dentro una festa popolare, dentro una comunità che cercava un domani diverso. Erano lì perché, in quella Sicilia del dopoguerra, la politica non era solo cosa da palazzi: era pane, terra, scuola, possibilità, sopravvivenza.
Vincenzina La Fata aveva otto anni. A quell’età non si muore per il lavoro. A quell’età si dovrebbe correre, giocare, guardare il mondo con la curiosità ancora intera. E invece anche il suo nome è rimasto dentro la pietra di Portella, come una domanda che nessuna celebrazione può addomesticare: che Paese è quello in cui una bambina muore durante una festa dei lavoratori?
Giuseppe Di Maggio e Giovanni Grifò avevano dodici anni. Serafino Lascari ne aveva quattordici. Erano età di futuro, non di memoria. E invece sono diventati memoria perché qualcuno decise che quella folla doveva essere punita, intimidita, ferita nel punto più umano: la sua fiducia.
Perché la cosa più terribile di Portella è proprio questa: furono colpite persone che si erano radunate per credere.
Credevano che dopo il fascismo e la guerra potesse aprirsi una stagione nuova. Credevano che la Repubblica potesse finalmente ascoltare i poveri. Credevano che la terra non dovesse restare per sempre nelle mani di pochi, mentre molti la lavoravano senza possederne nulla. Credevano che il lavoro potesse essere liberazione e non condanna.
In quella vallata non c’era solo protesta. C’era festa.
E questo rende tutto ancora più doloroso.
Perché la strage non interruppe soltanto un comizio. Interruppe canti, conversazioni, cammini, attese. Interruppe il passo di chi era arrivato lì con i figli. Interruppe il respiro di una comunità che si sentiva finalmente autorizzata a parlare. Interruppe il desiderio semplice e immenso di non essere più invisibili.
Portella della Ginestra fu la prima grande strage politico-mafiosa dell’Italia repubblicana, secondo molte ricostruzioni storiche, e avvenne in un contesto segnato dalla vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali siciliane del 20 aprile 1947, dal conflitto sul latifondo e dalla paura dei vecchi poteri davanti all’organizzazione del movimento contadino. (Wikipedia)
Ma prima ancora di essere “politico-mafiosa”, Portella fu umana.
Fu il sangue di chi aveva mani segnate dal lavoro.
Fu il dolore di famiglie povere, colpite mentre chiedevano dignità.
Fu il pianto di una Sicilia che conosceva bene la fatica, ma che quel giorno si trovò davanti a qualcosa di più crudele della fatica: la violenza del potere contro la speranza.
E allora bisogna stare attenti: ricordare Portella solo come “strage” può diventare comodo. La parola strage, se ripetuta senza volti, rischia di diventare formula. Ma Portella non è una formula. È Margherita. È Giorgio. È Giovanni. È Francesco. È Vito. È Serafino. È Filippo. È Giuseppe. È Castrense. È Giovanni. È Vincenzina.
Erano persone che avevano una mattina davanti. Una strada percorsa. Una voce. Una famiglia. Una casa da raggiungere al ritorno. Un pranzo forse preparato o immaginato. Un domani forse povero, ma ancora aperto.
E invece non tornarono.
Il senso del loro essere lì va custodito con delicatezza. Non erano lì solo “contro” qualcosa. Erano lì “per” qualcosa.
Per la terra.
Per il lavoro.
Per la dignità.
Per il pane.
Per i figli.
Per la possibilità di non vivere più piegati.
Per sentirsi finalmente popolo e non massa senza nome.
Questo è il cuore umano di Portella: una comunità si era messa in cammino. Non chiedeva vendetta. Chiedeva riconoscimento. Non chiedeva privilegi. Chiedeva giustizia. Non chiedeva di prendere il posto dei potenti. Chiedeva che la vita dei poveri valesse qualcosa.
Ed è forse proprio questo che faceva paura.
Perché quando i poveri restano soli, sono più facili da governare. Quando invece si ritrovano, si guardano, si riconoscono, si organizzano, diventano comunità. E una comunità che prende coscienza di sé non è più disponibile a essere usata, comprata, zittita, comandata.
I colpi sparati a Portella non volevano colpire soltanto dei corpi. Volevano colpire un risveglio.
Volevano dire: tornate al vostro posto.
Volevano dire: la terra non si tocca.
Volevano dire: la povertà deve restare silenziosa.
Volevano dire: il lavoro può essere celebrato, ma non deve diventare potere popolare.
Eppure, nonostante il sangue, Portella non è riuscita a spegnere quella domanda. L’ha consegnata alla storia.
Oggi, guardando quei nomi, dovremmo chiederci non solo chi sparò, chi coprì, chi ordinò, chi tacque. Dovremmo chiederci anche che cosa abbiamo fatto della speranza di quelle persone. Perché se il lavoro oggi è ancora povero, se i giovani sono costretti a partire, se i braccianti sono ancora sfruttati, se la dignità viene spesso barattata con il bisogno, allora Portella non è finita. È cambiata la scena, ma la domanda resta.
Che valore diamo alla vita di chi lavora?
Quanto pesa la voce dei poveri nelle scelte del Paese?
Quanta dignità riconosciamo a chi non ha potere, ma sostiene ogni giorno il mondo con le mani, con la schiena, con il tempo, con il sacrificio?
Portella della Ginestra oggi non ci chiede soltanto memoria. Ci chiede prossimità.
Ci chiede di avvicinarci a quei nomi senza usarli come simboli freddi. Ci chiede di riconoscere che dietro ogni nome c’era una storia. Dietro ogni età c’era una promessa. Dietro ogni corpo caduto c’era una relazione spezzata.
Vincenzina non era “una vittima”: era una bambina.
Giuseppe e Giovanni non erano “caduti”: erano ragazzi.
Margherita non era “un nome inciso”: era una donna.
Filippo non era “un numero della strage”: era un uomo, probabilmente con fatiche, legami, pensieri, responsabilità.
La memoria vera comincia quando il monumento torna a respirare.
Quando smettiamo di dire solo “i morti di Portella” e iniziamo a chiederci chi fossero, perché erano lì, cosa sognavano, cosa avevano lasciato a casa, cosa avrebbero voluto per i propri figli.
Il 1° maggio dovrebbe servire anche a questo: non a pronunciare parole già dette, ma a restituire carne alla giustizia. Perché il lavoro, senza il volto delle persone, diventa statistica. E la memoria, senza il dolore concreto delle famiglie, diventa cerimonia.
Portella invece ci chiede di non trasformare il dolore in rito vuoto.
Ci chiede di ricordare che la democrazia nasce anche nei luoghi dove gli ultimi imparano a dire “noi”. Nasce quando una comunità povera si scopre degna. Nasce quando chi lavora la terra alza lo sguardo e capisce che il proprio sudore non può essere proprietà di altri. Nasce quando una festa diventa coscienza.
Per questo quelle persone erano lì.
Non per morire.
Non per entrare nei libri.
Non per diventare lapidi.
Erano lì per vivere meglio.
E forse questa è la verità più semplice e più insopportabile: furono uccisi mentre cercavano vita.
Furono colpiti mentre celebravano il lavoro.
Furono spezzati mentre chiedevano futuro.
Furono trasformati in memoria mentre volevano soltanto essere cittadini.
Oggi, se vogliamo davvero onorarli, non basta dire che non li dimentichiamo. Dobbiamo chiederci se siamo disposti a continuare ciò per cui erano lì: la difesa del lavoro dignitoso, della terra come bene comune, della giustizia sociale, della libertà dei poveri di non essere più ricattabili.
Perché Portella della Ginestra non è solo il luogo in cui morirono undici persone.
È il luogo in cui una comunità mostrò di voler nascere.
E ogni volta che il lavoro viene umiliato, ogni volta che la povertà viene usata come strumento di controllo, ogni volta che i giovani vengono costretti a scegliere tra partire o piegarsi, ogni volta che una famiglia non riesce a vivere del proprio lavoro, quei nomi tornano a parlarci.
Non chiedono vendetta.
Chiedono che la loro speranza non venga uccisa una seconda volta.
Chiedono che la memoria diventi responsabilità.
Che la commozione diventi scelta.
Che il 1° maggio non sia solo una data, ma una promessa mantenuta.
Portella della Ginestra, allora, non è soltanto passato.
È una domanda rivolta a noi:
siamo ancora capaci di stare dalla parte di chi si mette in cammino per chiedere dignità?
Perché quei morti non appartengono solo alla storia della Sicilia. Appartengono alla coscienza del Paese. E ci ricordano che ogni volta che una persona povera trova il coraggio di alzare la testa, la democrazia deve proteggerla. Non lasciarla sola nella valle.

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