Home In Evidenza San Francesco d’Assisi e i Papi: Benedetto XVI, Francesco, Leone XIV. Un Cantico dal 1226 a oggi 

San Francesco d’Assisi e i Papi: Benedetto XVI, Francesco, Leone XIV. Un Cantico dal 1226 a oggi 

A Campobasso un incontro dedicato a San Francesco d’Assisi, a 800 anni dalla scomparsa, nel Salone di San Pietro Celestino dell’Arcidiocesi. Al centro il volume Il Cantico dell’amore, edito da Solfanelli, curato da Franca De Santis con coordinamento scientifico di Pierfranco Bruni. Un percorso tra spiritualità, contemplazione, teologia e attualità, attraverso le diverse letture di Benedetto XVI, Papa Francesco e Leone XIV

Campobasso sarà protagonista di un importante incontro dedicato a San Francesco d’Assisi a 800 anni dalla scomparsa. Uno scenario affascinante.  Salone di San Pietro Celestino. Arcidiocesi di Campobasso.  Si discuterà del “Cantico dell’amore”. Un libro,  edito da Solfanelli, che è il risultato di un progetto su San Francesco che ha avviato delle comparazioni tra studiosi e problematiche.
Dalla spiritualità alla contemplazione il viaggio diventa metodo in questo libro.  La lettura diventa interpretazione e San Francesco d’Assisi resta una figura che non si lascia rinchiudere in uno schema di lettura teologica.  Il suo cammino è cristocentrico ma universale nel richiamo. È il santo che parla agli animali, che canta il Cantico delle Creature, che si spoglia davanti al vescovo e dice al mondo che la povertà è libertà. Ogni papa lo riprende e lo fa suo con una sottile chiave di lettura tra misticismo e teologia, appunto. Ogni papa lo legge con il proprio sguardo. Con il proprio tempo. Con la propria necessità e la propria formazione.
Gli ultimi tre pontefici propongono precise interpretazioni.
Benedetto XVI non ha scritto un’enciclica su Francesco. Ma lo ha richiamato come esempio di un cristianesimo che non separa fede e ragione, contemplazione e creazione. Per lui Francesco è il santo della bellezza. È il santo che vede nel creato un segno del Logos. Un segno che parla di Dio senza bisogno di mediazioni “ideologiche”. È la linea di Assisi del  1986. Ovvero  è il dialogo interreligioso nella custodia del creato come responsabilità intellettuale e spirituale. C’è anche una forte componente ontologica che si lega a una visione metafisica.
La sua lettura è cristocentrica nel senso più profondo. Cristo è il centro. Il creato è riflesso. Francesco è colui che, spogliandosi di tutto, ritrova tutto in Cristo. Non c’è ecologia senza teologia. Non c’è fraternità senza incarnazione. È una lettura sobria, dottrinale, fortemente patristica. Francesco non è simbolo sociale prima di essere santo. È santo, e per questo diventa segno sociale. Benedetto XVI lo presenta come antidoto al nichilismo tecnico. Come memoria che il mondo non è materia inerte, ma parola creata. Lo fa suo proprio in una dimensione spirituale dell’alter Cristo.
Con Papa Francesco il nome cambia tutto. Sceglie “Francesco” il 13 marzo 2013. Dice subito: “Come vorrei una Chiesa povera per i poveri!”.  La sua lettura è nel gesto e nel documento. L’enciclica :Laudato si’” del 24 maggio 2015 parte dal Cantico delle Creature. “Laudato si’, mi’ Signore”, cantava san Francesco d’Assisi. Francesco è appunto “l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità”. Ecologia?
Per Francesco il santo di Assisi è frate universale, uomo di pace, uomo di dialogo, amante della creazione, che vive la fraternità con tutti. Non separa ecologia e giustizia sociale. “Non si tratta di un’enciclica verde ma di un’enciclica sociale”. La crisi ambientale è crisi sociale. La terra geme e soffre. Francesco diventa così il patrono di un umanesimo ecologico. Di una Chiesa in uscita. Di una fraternità senza confini, come poi dirà in “Fratelli tutti”. La lettura è pastorale e popolare.
Papa Leone XIV porta nel suo nome Francesco:  Robert Francis Prevost. Nel nome c’è già una linea. E nel primo anno di pontificato, 2025-2026, il legame si fa esplicito. Due fatti segnano la direzione. Primo. Il 10 gennaio 2026 Leone XIV indice un anno giubilare in onore del Santo di Assisi per l’ottocentesimo anniversario della morte. Concede l’indulgenza plenaria per la visita a chiese e luoghi francescani. Secondo. Nella lettera ai Ministri Generali della Conferenza francescana del 7 gennaio 2026, dice: “…per tutti voi che seguite il carisma del Poverello d’Assisi” e invia la benedizione. Una importante testimonianza.
La lettura di Leone XIV riprende l’eredità di Francesco ma con accenti propri. Si notano almeno quattro linee di continuità e differenza. Si pensi alla Sinodalità come stile. Leone XIV sottolinea la sinodalità come “stile”, come atteggiamento di partecipazione e comunione. È il cammino iniziato da Francesco, che a sua volta riprendeva Paolo VI. Ma in Leone XIV diventa metodo di governo. La Chiesa che cammina insieme risuona con lo spirito itinerante dei primi francescani. Tutta la formazione agostiniana è potente.
Leone sottolinea la necessità della Pace e dei ponti. Infatti sin dalle prime parole ha pronunciato “pace” e l’impegno a “costruire ponti”. È un  tema centrale in Francesco, ed è tema francescano per eccellenza. Francesco andò dal Sultano. Leone XIV riprende questa missione di riconciliazione e fraternità universale. Si nota come la continuità è con Benedetto XVI.
Significativo è il Legame con l’Umbria e Assisi.  La testimonianza arriva anche dal fatto che ha presenziato a celebrazioni a Cascia e Montefalco. Assisi lo invita alla Porziuncola. I francescani gli rispondono con la benedizione di Francesco a frate Leone, custodita in Basilica. Benedetto e Leone non solo propongono una linea marcatamente spirituale ma recuperano la lettura di Tommaso da Celano e San Bonaventura da Bagnoregio nelle loro Vite dedicate a San Francesco.
Leone XIV è assolutamente agostiniano. Porta l’equilibrio tra interiorità e comunità, tra regola e libertà. Francesco resta il riferimento, ma dentro una cornice sinodale e dialogica. Non ideologica.
San Francesco d’Assisi comunque sfugge alle classificazioni.
Oggi, nell’800° anniversario della sua morte, Francesco non è memoria museale. È piuttosto domanda viva. Chiede alla Chiesa di essere povera, sinodale, pacifica. Chiede all’uomo di non sentirsi padrone della terra. Chiede a ogni papa di scegliere: quale Francesco per quale tempo?
Si tratta non solo di una domanda.  Piuttosto di un percorso all’insegna di una complessità che tocca il cuore dell’uomo tra preghiera e speranza. Una dottrina che non nasce dalla teologia ma dalla spiritualità mistica. Di questo si discute nel testo “Il Cantico dell’amore” con la curatela di Franca De Santis e il mio coordinamento scientifico.

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